I migliori dischi del 2021

 Eccoci alla consueta classifica dei dischi migliori dell’anno. Per questo 2021, purtroppo, sarò meno analitico del solito, per il semplice motivo che di dischi in uscita quest’anno ne ho ascoltati oggettivamente pochini per pretendere che la classifica sia esaustiva. Perciò, in luogo di “dischi migliori dell’anno” la intitolerei “dischi migliori tra quelli che sono riuscito ad ascoltare”. Se devo dare una linea guida direi che questo è l’anno in cui, sorprendentemente, alcuni dinosauri hanno tirato fuori delle opere maiuscole a dispetto del trend assunto con le precedenti produzioni. Veniamo dunque alla Top Ten

1- HEAVY LOAD BLUES – GOV’T MULE

Probabilmente era sempre stato il sogno di Warren Haynes fare un disco blues al 100%, reinterpretando anche una serie di grandi classici. Il risultato è, come al solito, straordinario e i quattro muli spaccano ancora il culo ai passeri nonostante l’età stia avanzando. La scaletta dei brani è equamente distribuita tra inediti (ma comunque 100% blues) e cover. Tuttavia, siccome i Mule, nel fare cover senza annoiare e, anzi, entusiasmare, sono i numeri uno assoluti (e i secondi arrivano quarti) la presenza di tanti classici (Blues Before Sunrise, Ain’t No Love In The Heart Of The City, You Know My Love, solo per citarne alcuni) ma anche di alcune scelte un po’ più a sorpresa (tipo Make It Rain di Tom Waits o una clamorosa versione di Have Mercy On The Criminal di Elton John) contribuisce a rendere il disco una vera e propria goduria per le orecchie. E gli inediti non sono da meno, tipo la torrida Wake Up Dead o l’acustica title track, senza dimenticare la stratosferica jam di Hold It Back. Menzione speciale per lo straordinario tastierista Danny Louis, in forma assolutamente smagliante. Insomma la testa ondeggia, il piede batte il tempo e le orecchie ringraziano. Numeri uno

2 – COURSE IN FABLE – RYLEY WALKER

Il cantautore più talentuoso del nuovo millennio torna con un’ennesima perla in cui, oltre ai rimandi martyniani e buckleyani che gli sono consueti, accentua leggermente la matrice rock, arrivando anche a sfiorare atmosfere progressive (forse dovute alla recente dichiarata passione per i Genesis dell’epoca Gabriel). Difficile scegliere una canzone sulle altre, anche se forse Rang Dizzy ha qualcosa in più. Certamente non immediatissimo per chi già non conosce Walker, ma la dimostrazione di come si possa fare un prodotto di qualità anche evolvendo e modificando la propria proposta

3- SURRENDER OF SILENCE – STEVE HACKETT

Il terzo gradino del podio è occupato dalla prima di quelle opere maiuscole di un dinosauro cui accennavo nell’introduzione. Un disco ancora più sorprendente se si considerano i due precedenti, ovvero il quasi inascoltabile The Night Siren e l’appena decente On The Edge Of Light. L’ex chitarrista dei Genesis invece, in questo lavoro, riesce finalmente a trovare il giusto equilibrio tra le aspirazioni world music (sempre presenti lungo la sua carriera ma programmaticamente accresciute in maniera evidente proprio con Night Siren), le velleità orchestrali del suo tastierista di fiducia Roger King e il prog-rock suo marchio di fabbrica. Ne esce un disco non eterogeneo (ma non è mai stata la specialità della casa) ma che, nonostante, le continue variazioni, porta l’ascoltatore in un bellissimo viaggio tra le sonorità del mondo raccordate dalla Gibson del titolare. E anche la scelta dei collaboratori è appropriata, con il buon Truciolo che rovina solo una canzone (l’unica in cui è presente). Le mie preferite sono l’africaneggiante Wingbeats e Scorched Earth, ma c’è davvero pane per tutti i gusti

4- E PENSA CHE MI MERAVIGLIO ANCORA – IL PORTO DI VENERE

Una band che, di fatto, è la creatura di Cristiano Roversi (Moongarden, Submarine Silence, Massimo Zamboni e decine di altre collaborazioni) e Maurizio Di Tollo (Maschera di Cera, Moongarden, eccetera). I due, circondatisi di musicisti straordinari e impeccabili (in un brano c’è anche il mitico Faso degli Elio e le storie tese) tirano fuori una specie di piccolo miracolo, ovvero un disco prog rock che non assomiglia a nessun altro disco prog rock (gli unici, rari, citazionismi li si trova nel brano di apertura, intitolato “Formidabile”). Testi pungenti, arrabbiati, poetici, emozionanti, interpretati da un Di Tollo decisamente ispirato e musiche straordinarie. Ovviamente, non essendo un disco particolarmente incasellabile, non è piaciuto granché all’ortodossia prog e non è arrivato a chi del genere non è appassionato. Un peccato, perché, ad esempio, un pezzo come Dahlia (forse il più inconsueto del disco e, a mio parere il migliore) meriterebbe, assieme al disco intero, altra sorte.

5- G_d’s Pee AT STATE’S END! – GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR

La formazione canadese è stata una delle più valide del movimento cosiddetto post rock. Brani iperdilatati, atmosfere apocalittiche e crescendo emozionanti hanno caratterizzato i primi, bellissimi, dischi della band. Coi lavori successivi il suono si era però un po’ troppo impantanato apparendo come una mera riproposizione della formula di successo degli esordi. Invece ecco, a sorpresa, un disco che non ha nulla da invidiare ai suoi migliori predecessori e in cui le caratteristiche di cui sopra vengono a risaltare sempre di più. Per descrivere l’apocalisse e/o i tempi oscuri e angoscianti che stiamo vivendo, difficile trovare una colonna sonora migliore di questa.

6- THE QUEST – YES

La sorpresa più grande dell’anno senza alcun dubbio. Il palloso e inutile Fly From Here e il vergognoso e imbarazzante Heaven and Earth sembravano di fatto, anche per via della morte di Chris Squire e dell’uscita dal gruppo di Jon Anderson, aver messo la parola fine alla parabola del gruppo. Onestamente neanche volevo prenderlo il disco ma, incuriosito dal primo singolo uscito su Youtube, ho voluto dargli una chance. Ebbene, mi sono ritrovato a metterlo più volte sul lettore. Pur non essendo, ovviamente, la quintessenza dell’originalità, si tratta di un disco fresco, sentito, non troppo manierista con ovviamente Steve Howe sugli scudi ma anche un ottimo Geoff Downes che, non sarà un virtuoso alla Wakeman, ma il suo contributo, soprattutto in termini compositivi, lo dà eccome. E Davison e Sherwood, pur ovviamente, facendo rimpiangere Anderson e Squire, forniscono comunque una grande prova. Il brano migliore è Leave Well Alone ma punti deboli ce ne sono pochini. Sorpresa dell’anno e disco piacevolissimo.

7- IN DISEQUILIBRIUM – ISILDURS BANE & PETER HAMMILL

Due nomi due garanzie che tirano fuori una doppia suite (meglio quella che occupa il lato B del vinile) di classe cristallina e emotività alle stelle (oltre a una complessità musicale e a una prestazione vocale sempre leggendarie). L’unico appunto che gli si può fare è quello di essere un po’ troppo simile a “In Amazonia” il precedente disco a firma del gruppo svedese e del leader dei Van Der Graaf Generator e che quindi dà un’impressione di già sentito e di leggero manierismo che gli hanno impedito di essere più su in classifica. Avercene in ogni caso…

8- TILL HORISONTEN – TRETTIOARIGA KRIGET

Un’altra band mitica del prog rock svedese degli anni 70 che, da qualche anno si è riformata per pubblicare (centellinandoli comunque) alcuni nuovi dischi. Questo Till Horisonten presenta un suono leggermente ammorbidito rispetto ai classici degli esordi ma, devo dire, che la cosa non disturba affatto. Se amate quelle sonorità non perdetevelo, se non le conoscete, rimediate

9- HO SOGNATO PECORE ELETTRICHE -PREMIATA FORNERIA MARCONI

Dopo il terrificante Emotional Tattoos, banalissimo musicalmente e, almeno nella versione italiana (quella inglese era un po’ meglio) con testi di una pochezza inaccettabile, non mi aspettavo di certo di ascoltare un lavoro di questo valore. Un concept album, ispirato alle opere fantascientifiche di Philip Dick, quanto mai attuale vista la situazione contingente che stiamo vivendo. La band inasprisce, in alcuni tratti, leggermente il suono, mentre in altri (tipo nel bellissimo singolo Atmospace) propone un pop prog davvero piacevolissimo e un livello compositivo che non si vedeva da molto (importante in questo, a mio parere, il contributo alla scrittura di alcuni brani del tastierista ospite Zabbini) Il piatto forte, naturalmente, sono le parti strumentali in cui la band giganteggia ancora (coinvolgendo in ospitate anche Ian Anderson, Steve Hackett e Flavio Premoli). Promosso su tutta la linea

10- LEVIATHAN – THE GRID & ROBERT FRIPP

Le soundscapes del leader dei King Crimson associate ai sintetizzatori del duo The Grid (Dave Ball dei Soft Cell e Richard Norris, con quest’ultimo addetto anche alla drum machine). A dispetto del titolo sono le atmosfere soffuse e rilassate a dominare, portando l’ascoltatore, aiutato anche dai dipinti grigi del bel booklet, in zone rarefatte in cui lasciarsi abbandonare. La parte migliore è quella iniziale in cui Fripp sembra essere il dominatore assoluto, mentre il duo emerge un po’ di più nella seconda parte con qualche brano con un minimo di ritmo, senza comunque mai far scadere il livello eccessivamente.

SEGNALAZIONI

Altri dischi non da Top Ten ma comunque meritevoli di un ascolto, in ordine sparso

ARRIVAL OF THE NEW ELDERS – ELEPHANT9

BLECS – OFFICINA F.LLI SERAVALLE

FOR FREE – DAVID CROSBY

HOOK LINE & SINCLAIR – DAVE SINCLAIR

IL PRINCIPE DEL REGNO PERDUTO – CELESTE

IL DIEDRO DEL MEDITERRANEO – OSANNA

IL VERO E’ NELLA MEMORIA E NELLA FANTASIA – MARCO MASONI

BEYOND BORDERS – FRACTAL MIRROR

KINGDOM OF OBLIVION – MOTORPSYCHO

MONO – VINTAGE VIOLENCE

UNDER A MEDITERRANEAN SKY – STEVE HACKETT

I LIVE

In questo 2021 sono usciti molti album dal vivo piuttosto interessanti. Ne segnalo 6

MARCH 10, 2020 MADISON SQUARE GARDEN – THE BROTHERS

Che ve lo dico a fare? Gli Allman, senza Gregg e Butch Trucks, mancati gli scorsi anni, ma con l’accoppiata Warren Haynes e Derek Trucks in gran forma, in un’esibizione dello scorso anno al Madison Square Garden, non poteva che essere straordinaria. E infatti…

MUSIC FOR QUIET MOMENTS – ROBERT FRIPP

Un box di 8 dischi di soundscapes frippiane registrate in varie esibizioni live nel corso degli anni. Avendole sempre adorate non potevo chiedere di meglio.

LAYLA REVISITED – TEDESCHI TRUCKS BAND

La riproposizione integrale (ovviamente con alcuni brani dilatati e gustosissime jam) del leggendario disco di Derek & the Dominos, con Trey Anastasio e Doyle Bramhall come ospiti. Da leccarsi i baffi

MUSIC IS OUR FRIEND – KING CRIMSON

Un ennesimo live della formazione a 8 che nulla toglie e nulla aggiunge all’epopea della più grande band di sempre, ma che nemmeno delude. Questo assume poi un particolare significato visto che, molto probabilmente, con il tour di quest’anno il Re Cremisi saluta definitivamente. E non poteva esserci migliore uscita di scena di una commovente versione di Islands

DELLE INUTILI PREMONIZIONI [VENTI ANNI DI MISCONOSCIUTO TASCABILE VOL. 1] – PAOLO BENVEGNU’

Non è proprio un live classico bensì una riproposizione in studio, in versione unplugged, di alcuni dei grandi classici del cantautore toscano (a parere di chi scrive il numero uno in Italia). Pur spogliate le composizioni restano magnifiche

I migliori dischi del 2020

Quest’anno è un po’ più difficile fare il consueto post di classifica dei migliori dischi, non fosse altro per il fatto che di dischi ne ho comprati un po’ di meno e quindi sicuramente mi sono perso qualcosa. Mi cimento lo stesso, nonostante la premessa di cui sopra

LA TOP TEN

1 – DELL’ODIO E DELL’INNOCENZA – PAOLO BENVEGNU’

Benvegnù si conferma il numero uno con piste di distanza fra i cantautori rock italiani. Un disco assolutamente privo di difetti che abbina l’accessibilità all’assenza di banalità da un punto di vista melodico e musicale a dei testi anche più centrati e significanti del solito. Un piacere per le orecchie.

2- BLESS YOUR HEART – THE ALLMAN BETTS BAND

Premessa: è probabilmente uno dei dischi più paraculi che abbia sentito ma si tratta, in questo caso, almeno a mio parere, di una paraculaggine in cui la furbizia passa in secondo piano rispetto al sentimento e alla convinzione. La banda dei figli, dunque, confeziona un disco che non sfigurerebbe nella discografia di quella dei padri, tra jam fulminanti e voci da antologia (quella di Allman è sempre più bella e quella di Betts, pur non essendo eccezionale, somiglia sempre più a quella del papà).

3- \ / – CAMEL DRIVER

Un disco e una band che ho scoperto per puro caso da un post su Facebook. Si tratta di un trio tedesco che già andrebbe applaudito per avere il coraggio di produrre, nel 2020, un album interamente strumentale con formazione chitarra/basso/batteria. E che album: un misto di hard e prog rock (con una spruzzata di sonorità orientali) che non perde mai di pathos nemmeno per un secondo. Ve lo straconsiglio. Bellissima anche la copertina.

4- THE ALL IS ONE – MOTORPSYCHO

Disco che conclude una trilogia iniziata con lo straordinario The Tower e proseguita poi con il bolso e deludente The Crucible. Qui siamo in una via di mezzo (ma più vicini a Tower). Il solito bellissimo mattonazzo motorpsychiano (con anche una suite in 5 parti lunga più di 40 minuti) che riduce al minimo il manierismo e che conduce in un lunghissimo trip. Segnalo il ritorno di Reine Fiske su alcune tracce, per il semplice fatto che lo adoro.

5 – MI SPECCHIO E RIFLETTO – SILVIA TAROZZI

L’Italia musicale non è solo X Factor. C’è anche chi, come questa cantante/polistrumentista (ma conosciuta soprattutto come violinista) riesce a produrre un’opera di livello eccelso, mettendo insieme suggestioni che vanno dalla classica al pop, alla pura sperimentazione (con testi meravigliosi ispirati alle poesie della Merini). Ne è uscito un lavoro certo non per tutti ma che dimostra come la ricerca, la sperimentazione e l’onestà artistica siano ancora di casa nel nostro Paese

6- McCARTNEY III – PAUL McCARTNEY

Dopo il piacevole Egypt Station di due anni fa il leggendario ex Beatle sceglie di cambiare registro e passa da un disco iperprodotto a uno realizzato, cantato e suonato completamente da solo. Il risultato è strabiliante, considerata anche l’età e il fatto che (per citare l’amico mau di tollo) già da 50 anni avrebbe potuto tranquillamente sedersi in poltrona sicuro di essere una leggenda.

7- SA NAER SA NAER – OLE PAUS

Non conoscevo il cantautore norvegese ma, approfondendo, ho scoperto che trattasi di una sorta di De André di quel Paese. A lui si sono aggiunti i Motorpsycho e Reine Fiske, conferendo alle sue composizioni la loro caratteristica impronta. I testi sono in norvegese quindi non ci ho capito un cacchio ma la voce di Paus è davvero piacevolmente profonda e cavernosa.

8 – Y – MOTUS LAEVUS

Torniamo in Italia con un disco che riesce a fondere mirabilmente folk mediterraneo e jazz arrivando a un risultato che mi ha ricordato molto le sonorità di quella meravigliosa band che erano gli Indaco. Dategli una chance e vi conquisterà.

9- PATCHOULI BLUE – BOHREN & DER CLUB OF GORE

Un grande ritorno di questa band tedesca che propone, come sempre, una sorta di jazz/ambient rilassante e patinato, ma contemporaneamente denso di emozioni. In questa occasione hanno anche rispolverato, in alcuni brani, la chitarra, pur essendo diventati un trio. In ogni caso non sbagliano mai un colpo.

10 – STILL – COLIN BASS & DANIEL BIRO

Come sempre al numero 10 metto una scelta di cuore, facendogli forse scalare 2/3 posizioni. Adoro da sempre il pop prog di Colin Bass che, in questo caso, si evolve più spesso in sonorità ambient grazie anche all’impulso del tastierista ungherese Daniel Biro. Ad ogni modo le melodie sono da lacrime e la voce di Colin sempre bellissima.

GLI ALTRI

Segnalo, in ordine di mia personale classifica, un altro pugno di dischi che meritano di essere ascoltati

VIVE- ANNIE BARBAZZA

ALL THOUGHTS FLY – ANNA VON HAUSSWOLFF

NON-SECURE CONNECTION – BRUCE HORNSBY

LET THEM SAY – NOTTURNO CONCERTANTE

THE MAGIC STAG – DJABE & STEVE HACKETT

LATE NIGHT LAMENTS – TIM BOWNESS

FROM THIS PLACE – PAT METHENY

CLOCKDUST – RUSTIN MAN

LA MACCHIA MONGOLICA – MASSIMO ZAMBONI

THE RED PLANET – RICK WAKEMAN

VESTIGIA TERRENT – ANNA JARVINEN

SECRETS & LIES – JAKKO JAKSZYK

LOVE IS – STEVE HOWE

I DISCHI DAL VIVO

E’ stato un anno in cui sono usciti molti bellissimi dischi dal vivo. Ne segnalo una decina in ordine di classifica, tutti realmente splendidi

1- TRIANON 2020 LES 50 ANS – ANGE

2- LIVE AT ROYAL ALBERT HALL – CAMEL

3- LIVE IN JAPAN – AREA OPEN PROJECT

4- SELLING ENGLAND BY THE POUND & SPECTRAL MORNINGS LIVE AT HAMMERSMITH – STEVE HACKETT

5- LIVE AT THE BAKED POTATO – SOFT MACHINE

6- LIVE AT THE ROUNDHOUSE – NICK MASON’S SAUCERFUL OF SECRETS

7- LIVE IN AMSTERDAM – BOMBINO

8- OFFICIAL BOOTLEG – BALLETTO DI BRONZO

9- DUNGEN LIVE – DUNGEN

10- UNPLUGGED LIVE – ERIS PLUVIA

LE DELUSIONI

CITY BURIALS – KATATONIA

Il precedente era stato forse il loro migliore, questo decisamente il peggiore. Prevedibile, bolso, pallosissimo. Va leggermente meglio va con il live in studio uscito verso fine anno, che comunque è inferiore ai dieci che ho citato

EL DORADO – MARCUS KING

Un talento che con la sua band aveva prodotto un paio di dischi mirabili e che, invece, nella produzione di questo disco è stato reso innocuo e patinato. Davvero una brutta cosa

PER GLI AMICI SPRINGSTEENIANI

LETTER TO YOU – BRUCE SPRINGSTEEN

Dopo l’osceno Western Stars (un disco degno di un pensionato da casa di riposo) questo si ascolta volentieri. Certo è la quintessenza della prevedibilità e del manierismo ma potrebbe essere una buona occasione per tornare in tour con la band. Un 6- di stima…

I migliori dischi del 2019

Eccomi al consueto giochino del bilancio musicale del 2019. Ho idea che quest’anno sarà più controversa del solito la mia classifica. Quindi aspetto le consuete reazioni e anche gli immancabili insulti…

LA TOP 10

1) IN CAUDA VENENUM (SWEDISH VERSION) – OPETH

Lo so sono un fan, ma ciò che è innegabile è che gli Opeth sappiano sempre reinventarsi o aggiungere qualcosa di nuovo e inaspettato ad ogni disco. Questa volta è il cantato in svedese. Ad ogni modo Akerfeldt prosegue con la sua politica oltranzista e a fare esattamente ciò che gli pare, in barba ai desiderata dei fan più ottusi. Sta funzionando. E brani come De Narmast Sorjande o Ingen Sanning Ar Allas meritano di entrare nel novero dei migliori mai scritti dalla band. E anche quando si torna su territori già esploratissimi, comunque lo si fa con una freschezza e un’autorevolezza sconosciuti al 99% delle band (vedasi Minnets Yta, cioé come scrivere una ballad nel 2019 senza risultare scontati o melensi). Non siamo al livello di capolavorissimi come Heritage, Pale Communion o Damnation ma ci siamo vicinissimi. Apprezzabili anche i consueti omaggi ai grandi del passato nei titoli (quello del disco chiaro tributo all’oscura prog band italiana degli Jacula) o nelle sonorità (l’intro è pura magia alla Popol Vuh)

Brano migliore: De Narmast Sorjande Peggiore: Charlatan

2) THIS WILD WILLING – GLEN HANSARD

Il cantautore irlandese è sempre una sicurezza su livelli medio-alti. In questo caso ha però superato se stesso, con un disco intenso, complesso, raffinatissimo che rappresenta un’evoluzione che, in questi termini e dimensioni, era forse inaspettata. Ogni canzone ha una sua storia e complessità che merita di essere apprezzata con calma e ripetuti ascolti e i punti deboli sono rarissimi. Uno di quei dischi il cui ascolto rappresenta un’esperienza. Apprezzabili anche le contaminazioni presenti un po’ in tutti i brani.

Brano migliore: Fool’s Game Peggiore: I’ll Be You Be Me

3) WHO – THE WHO

E’ famosa la frase che Keith Moon disse durante le session di Who Are You (ultimo disco da lui registrato con la band): “Sono ancora il miglior batterista del mondo nello stile di Keith Moon”. E un po’ si può dire lo stesso di Pete Townshend: vale a dire che è il miglior compositore del mondo di canzoni nello stile di Pete Townshend. E le canzoni di Townshend, oltre a essere splendide, sono sicuramente riconoscibili come sue immediatamente, ma, contemporaneamente, mai banali o ripetitive e sicuramente fresche e attuali. Il che è miracoloso, soprattutto, per chi è alle soglie della pensione. Daltrey, come al solito, si limita a metterci la sua voce e la sua interpretazione, ma lo fa magistralmente. Purtroppo sarà, probabilmente, il loro ultimo disco. Ed è questa l’unica nota negativa.

Brano migliore: Don’t Wanna Get Wise Peggiore: Got Nothing To Prove

4) FEAR INOCULUM – TOOL

Un grande ritorno, al netto dell’incomprensibile scelta di distribuire il disco con un packaging che si suppone innovativo, ma che invece è una trappola per gonzi. Rispetto al passato c’è meno leadership da parte di Maynard James Keenan (ed è un bene). L’opera è abbastanza mastodontica e piacevolmente oscura e la sezione ritmica è assolutamente in stato di grazia. Aspetteremo, per comprarlo, che esca un’edizione per noi umani.

Brano migliore: Pneuma Peggiore: Litanie contre la Peur

5) IN AMAZONIA – ISILDURS BANE & PETER HAMMILL

Un disco che ha il limite di essere stato composto su commissione, ma la grandezza dei personaggi coinvolti minimizza il problema. I complessissimi tessuti sonori composti da Mats Johansson ed eseguiti dall’ensemble svedese (ma con membri anche italiani e giapponesi) sono una garanzia di assoluta qualità e la voce di Hammill vi si inserisce alla perfezione. Un disco non facile, naturalmente, ma senza dubbio straordinario

Brano migliore: Before You Know It Peggiore: This Bird Has Flown

6) YEARS TO BURN – CALEXICO & IRON &WINE

Un’altra collaborazione, la seconda tra i Calexico e Sam Beam. Inspiegabilmente questo disco non ha ricevuto molte recensioni positive, mentre invece fin dal primo brano, What Heaven’s Left, si veleggia su livelli altissimi con la freschezza quasi cantautorale di Beam che rivitalizza anche una band che negli ultimi lavori aveva dato qualche segno di stanchezza.

Brano migliore: Years To Burn Peggiore: Outside El Paso

7) DRIFT CODE – RUSTIN MAN

Nell’anno della morte di Mark Hollis, il suo vecchio compagno ai Talk Talk, il bassista Paul Webb (nome d’arte Rustin Man) torna dopo tantissimo tempo con un disco (in cui il collaboratore principale è Lee Harris, il batterista sempre dei Talk Talk) raffinatissimo, curatissimo e in cui svela anche un’espressività vocale davvero notevole (in alcuni tratti quasi alla Robert Wyatt). Più che su sonorità Talk Talk qui si viaggia su binari canterburiani (alla John Greaves o Peter Blegvad per intenderci). Insomma l’eredità di una delle band più importanti di sempre non è persa del tutto.

Brano migliore: Our Tomorrows Peggiore: Judgement Train

8) ZEITGEIST – FRANK WYATT & FRIENDS

Un progetto dalla gestazione lunghissima questo di uno dei leader degli Happy The Man che, nelle varie tracce, coinvolge anche i suoi compagni nella mitica band prog americana. Certo la musica non ha nulla di sorprendente o nuovo, e può davvero il disco essere catalogato come una nuova uscita proprio degli Happy The Man; ma è anche vero che nessuno “suona” come gli Happy The Man. Un piacere per le orecchie.

Brano migliore: Fred’s Song Peggiore: Twelve Jumps

9) ARRIVAL – FIRE! ORCHESTRA

Un meraviglioso insieme di melodia e caos. Un disco oscuro che vede un’ardita contaminazione tra le sonorità più disparate che vanno dal jazz (free), al kraut passando per la musica etnica, favorita dall’allargamento dell’organico fino a 14 elementi con la sezione d’archi a dominare il tutto. Bellissime anche le parti cantate.

Brano migliore: Blue Crystal Fire Peggiore: Dressed In Smoke, Blown Away

10) DOWN TO THE RIVER – THE ALLMAN BETTS BAND

Generalmente di progetti come questi si può solo parlare male. Invece i figli di Gregg Allman (Devon) e Dickey Betts (Duane), ma nella band c’è anche quello di Berry Oakley (Berry jr), oltre a essere musicisti bravissimi e preparatissimi, hanno un feeling assolutamente da vendere (per una volta il DNA non è un’opinione). Il disco non ha alcunché di originale, se si vuole è quanto di più prevedibile ci possa essere. Eppure riesce a suonare fresco, coinvolgente ed emozionante.

Brano migliore: Long Gone Peggiore: Down to the River

DA 11 A 30

11) SUMMARISK SUITE – PANZERPAPPA

12) AMADJAR – TINARIWEN

13) SIGNS – TEDESCHI TRUCKS BAND

14) TRANSIBERIANA – BANCO DEL MUTUO SOCCORSO

15) IN/OUT – FABIO ZUFFANTI

16) ABSINTHE – DOMINIC MILLER

17) THE DEVIL IS BACK – CLAUDIO SIMONETTI’S GOBLIN

18) 12 LITTLE SPELLS – ESPERANZA SPALDING

19) RISE TWAIN – RISE TWAIN

20) ROSALIE CUNNINGHAM – ROSALIE CUNNINGHAM

21) FLOWERS AT THE SCENE – TIM BOWNESS

22) BANDA BELZONI – BANDA BELZONI

23) SUL CONFINE – ALIANTE

24) IMMIGRANCE – SNARKY PUPPY

25) FORMA MENTIS – UMBERTO MARIA GIARDINI

26) TAJS – OFFICINA F.LLI SERAVALLE

27) AIR CARAVAN – MINIMUM VITAL

28) STRINGS OF LIGHT – ANTHONY PHILLIPS

29) AFRICA SPEAKS – SANTANA

30) FIELD OF VIEW – KIT WATKINS

CHICCHE FUORI CLASSIFICA

ZESS – MAGMA

Non sta in classifica semplicemente perché è una composizione ormai nota da decenni (veniva eseguita dal vivo già negli anni Ottanta e personalmente la ricordo in una straordinaria performance nel 2002). Finalmente ha trovato posto in un disco in studio dopo diverse versioni live. In tutta onestà preferivo queste ultime a quella uscita su disco (l’arrangiamento con l’orchestra non mi ha fatto impazzire), ma si tratta comunque di una composizione enorme che non può mancare nella discografia di nessuno

LA PARTE MANCANTE – FRANCESCO DI GIACOMO

Questo non sta in classifica semplicemente perché disco postumo benché graditissimo. Abbiamo tutti amato il vocione di Di Giacomo che si dimostra, anche in questo caso, leggendario e insostituibile. Bellissimi anche i testi e appropriate le musiche. Ci mancherà sempre

XXV – FINISTERRE

Uno dei dischi che ho più amato quando ero un giovane prognerd e che continuo ad amare anche oggi, risuonato e (leggermente) riveduto in occasione dei 25 anni dalla pubblicazione. La qualità della registrazione originale non era eccelsa e quindi l’operazione è oltremodo gradita, riconsegnando in splendida forma uno dei capolavori del prog anni Novanta.

SEUL ENSEMBLE – CIRQUE ELOIZE & SERGE FIORI

Anche qui nessun inedito, ma la riproposizione di gran parte del repertorio dei magnifici Harmonium, meravigliosa band progressive canadese, con il leader Serge Fiori sugli scudi. Melodie celestiali, qualità eccelsa e arrangiamenti piacevolissimi, anche se se le versioni originali restano lontane e inarrivabili.

UNBURIED TREASURE – GENTLE GIANT

Il boxone dei sogni con tutto lo scibile sui Gentle Giant, qualche simpatica memorabilia e due bellissimi libri sulla storia della band. Certo costa tantissimo e diversi, fra i cd live inediti, sono di qualità non proprio eccelsa, ma basta solo quello a New Orleans del 1972 (con una versione leggendaria di Alucard) per diventare migliori come esseri umani. Il miglior regalo di Natale che potessi farmi.

LE DELUSIONI

MINA FOSSATI – MINA FOSSATI

Non è che sia brutto, ma da due personaggi di questo calibro ci si aspetterebbe molto di più. Due/tre brani sono comunque splendidi, ma ce ne sono troppi di trascurabili. Comunque da avere

LOVE YOU TO BITS – NO MAN

La partnership tra Tim Bowness e Steven Wilson non aveva, fino ad oggi, sbagliato un colpo. Tornare, dopo molti anni, a riportare in vita la gloriosa sigla con un disco scritto evidentemente a tavolino e scimmiottante senza slanci la loro produzione del passato (in particolare dei primi Porcupine Tree) non è stata una grande idea. Anche in questo caso non brutto, ma assolutamente trascurabile

THE CRUCIBLE – MOTORPSYCHO

Nella loro iperprolifica carriera avevano forse sbagliato un disco. Questo è il secondo. Scontato e prevedibile, riprende le sonorità dell’ottimo The Tower e dei precedenti, ma senza cuore e costrutto, come se lo avessero buttato fuori giusto perché dovevano e non perché se lo sentivano. Alla sufficienza ci arriva, ma dai Motorpsycho si pretende di più

I MIGLIORI LIVE

1) AUDIO DIARY – KING CRIMSON

2) BRING ON THE MUSIC – GOV’T MULE

3) PSYCHEDELIC BACKFIRE – ELEPHANT9

CONVENZIONE DI GINEVRA

WESTERN STARS – BRUCE SPRINGSTEEN

Ormai da molti anni ci aveva abituato a un’aurea mediocrità, con qualche lampo (sempre più raro) qua e là, ma qui siamo molto molto sotto. Un album pop melenso, inutile e pure appesantito da una fastidiosa sovrabbondanza di archi. Un paio di brani decenti verso la metà non riescono a risollevare un disco davvero indegno persino delle sue prove peggiori. Da casa di riposo…

I migliori dischi del 2018

La musica ha una rilevanza importante non solo nella mia vita ma dovrebbe averla in quella di tutti quanti. I primi articoli di questo mio nuovo blog li voglio dedicare proprio alla musica con le analisi che effettuo ogni fine anno sui dischi migliori usciti. In un momento di povertà musicale come quello attuale credo sia necessario segnalare chi ancora produce arte. Iniziamo dunque con il 2018

LA TOP TEN

1) IN TRANSIT – THE AMAZING

A parere di chi scrive i The Amazing sono la band migliore in assoluto tra quelle nate nel nuovo millennio. Con questo lavoro tornano alla dimensione più corale di “Picture You” (il precedente “Ambulance”, pur bellissimo, era forse leggermente troppo centrato sulla leadership del cantante e compositore principale Christoffer Gunrup) addirittura superandolo. Un disco senza alcun punto debole che, nonostante la lunga durata, scorre via liscio, dando l’impressione che questi ragazzi svedesi non abbiamo la smania di dimostrare alcunché, con una identità forte e riconoscibile al primo ascolto, ma senza davvero mai somigliare completamente a qualcun altro, una prerogativa solo dei più grandi. E poi ci sono le chitarre di Reine Fiske che riesce nella sua migliore specialità: giganteggiare dando quasi l’impressione di non esserci.

2) DEAD MAGIC – ANNA VON HAUSSWOLFF

Immaginate di trovarvi in una caverna. Dalle sue profondità (alla maniera di un racconto lovecraftiano) sentite una litania inquietante e, poco dopo, iniziate a precipitare nell’abisso che vi conduce verso di essa, salvo poi scoprire che quella caverna siete voi e la discesa è verso le profondità più indicibili e inquietanti del vostro essere. Questa mi pare la descrizione più esemplificativa del nuovo lavoro di questa straordinaria artista svedese. Un vero e proprio viaggio nei propri inferi interiori accompagnati dalla maestosità dell’organo a canne della chiesa danese in cui il disco è stato registrato, e dai vocalizzi (eicorda, tra le altre, Kate Bush, Diamanda Galas e Nico) e dai testi angoscianti e sconvolgenti dell’autrice.

3) 100 GHOSTS – PATRIZIO FARISELLI

Uno dei più grandi esponenti del panorama musicale italiano torna con un disco che si inserisce con autorità in una produzione già leggendaria. Si va da atmosfere più sincopate (come quelle della title track o di Der Golem) a brani più rilassati (su tutti il gigantesco “Aria”), tutto però all’interno di quell’approccio colto e intellettuale quale il tastierista degli Area ci ha da sempre abituati. I pezzi forti sono gli arrangiamenti di brani tradizionali scoperti con piglio, se così si può dire, da etnomusicologo e fatti diventare attuali e moderni. Un disco sicuramente non facile e non per tutti, ma chi vi rinuncia non sa che si perde.

4) DEAFMAN GLANCE – RYLEY WALKER

Ripetere il capolavoro assoluto di due anni fa non era semplice e probabilmente il cantautore americano (uno dei pochissimi, forse l’unico, a meritare la definizione di erede di mostri sacri come Tim Buckley, Bert Jansch o John Martyn) non ci riesce appieno. Tira però fuori un altro gioiello all’insegna della libertà compositiva e della tecnica sopraffina (sia vocale che strumentale) che lo contraddistinguono. E poi un brano come “Expired” metterebbe a tacere qualunque scettico.

5) HERE IF YOU LISTEN – DAVID CROSBY

Il mio ciccione baffuto preferito torna col terzo disco in quattro anni. Una prolificità mai vista che però non inficia la qualità (di scrivere canzoni brutte proprio non è capace). Per la verità, più che un disco di Crosby è un’opera a otto mani, visto che le canzoni sono scritte suonate e cantate anche da Michael League (leader degli Snarky Puppy) e dalle bravissime Becca Stevens e Michelle Willis. Il disco, somiglia, nelle sonorità a Lighthouse (anche quello nato dalla collaborazione assidua con League e le due ragazze) ed è assolutamente delizioso nella perfezione e originalità delle linee vocali e nella raffinatezza delle melodie.

6)TRADEN – TRADEN

Nome leggermente modificato per una band che porta con sé l’eredità dei Trad Gras Och Stenar, leggendario ensemble di rock psichedelico svedese. Dei (quasi) originali è rimasto solo il chitarrista Rikard Sjoholm e questo ha originato probabilmente l’accorciamento del nome. Nel gruppo, però, c’è il mio adorato Reine Fiske che contribuisce a creare un’opera che si inserisce sulla falsariga delle sonorità psichedeliche (a tratti possono ricordare i Floyd periodo More/Ummagumma) della band. Farlo nel 2018 senza annoiare è già un miracolo, producendo un disco dal così piacevole ascolto lo è ancora di più.

7) COME TOMORROW – DAVE MATTHEWS BAND

Torna la DMB per la prima volta su disco senza il violinista Floyd Tinsley, e questo, va detto, almeno al primo ascolto, spiazza un po’. Poi ci si mette lì e si vede che tutte le canzoni restano mediamente di un livello impensabile per la stragrande maggioranza di tutti gli altri e quindi non si può non apprezzare il tutto. L’unico difetto è che, manca probabilmente, il brano che “spacca” (forse giusto solo il primo può essere definito tale) ma averne di dischi così…

8) LIFE SEIZE – JOHN GREAVES

Un altro ritorno di un grande vecchio della scena canterburiana. Il disco è ciò che si aspetta da lui: il classico pop canterburiano un po’ sghembo e dandy che ha fatto scuola e prodotto anche delle pietre miliari. Se poi ci aggiungete che i brani sono, in alcuni casi, la resa in musica di testi di poesie di Verlaine, Joyce, Apollinaire o riarrangiamenti di brani di Robert Wyatt o del suo vecchio amico e sodale Peter Blegvad ecco che si hanno gli ingredienti per un disco in cui la classe cristalina sgorga da ogni solco. Bravissimi, ovviamente, anche i collaboratori con menzione speciale per la straordinaria voce di Annie Barbazza.

9) OUT OF SINC – DAVE SINCLAIR

A proposito di ritorni, eccone un altro: è quello del leggendario tastierista dei Caravan. Trasferitosi da tempo in Giappone ha, negli ultimi anni, prodotto opere di grande valore, e questa non fa eccezione. La ricetta è quella del pop/prog canterburiano cui ci ha abituato, con punte di bellezza soprattutto nella suite “Home again”, ma non solo. Purtroppo è uno di quegli artisti che, se conosciuto, viene particolarmente rispettato e apprezzato, ma per il resto non se lo caga nessuno. Se fate parte di questa seconda categoria rimediate al più presto.

10) SUSPIRIA – THOM YORKE

Il leader dei Radiohead si cimenta nella colonna sonora per il film di Luca Guadagnino e lo fa, come suo solito, alla grandissima. Un doppio CD che ci porta in un mondo angoscioso, popolato dai fantasmi. L’unico difetto, forse, l’eccessiva lunghezza, probabilmente inevitabile vista la natura del prodotto.

DA 11 A 30 (ascoltateli, perché meritano)

11) HIDDEN DETAILS – SOFT MACHINE

12) BETWEEN TWO SHORES – GLEN HANSARD

13) THE ARROW OF SATAN IS DRAWN – BLOODBATH

14) ALCHEMAYA – MAX GAZZE’

15) LIVING THE DREAM – URIAH HEEP

16) EAT THE ELEPHANT – A PERFECT CIRCLE

17) HEUREUX! – ANGE

18) A DROP OF LIGHT – ALL TRAPS ON EARTH

19) FIVE – TONY BANKS

20) EL ECO DEL SOL – BUBU

21) DYONISUS – DEAD CAN DANCE

22) CLOSE TO VAPOUR – FRACTAL MIRROR

23) HURRY UP & HANG AROUND – BLUES TRAVELER

24) WITH ANIMALS – DUKE GARWOOD & MARK LANEGAN

25) EGYPT STATION – PAUL MCCARTNEY

26) FENFO – FATOUMATA DIAWARA

27) FIREPOWER – JUDAS PRIEST

28) HERITAGE – BLACK MAMBA

29) AS LONG AS I HAVE YOU – ROGER DALTREY

30) MYTHS 003 – DUNGEN & WOODS

LA TOP 5 DEI DISCHI LIVE

1) MELTDOWN LIVE IN MEXICO – KING CRIMSON

2) THE GARDEN OF THE TITANS – OPETH

3) ALL ONE TONIGHT – MARILLION

4) LIVE IN CARACALLA – PAOLO CONTE

5) RINGS OF EARTHLY LIVE – THE ANCIENT VEIL

LE CITAZIONI SPECIALI

PROG EXPLOSION & OTHER STORIES – SAINT JUST

Un disco che non poteva entrare in classifica (ma lo avrebbe meritato) perché di fatto è una ripubblicazione di uno di qualche anno fa (uscito solo in vinile) con 4 canzoni in più, ed una sola inedita, comunque straordinaria (“E poi d’inverno”). Speriamo che Jenny Sorrenti e la sua band tornino presto con un disco vero. Nel frattempo godiamoci questo, che non tradisce le attese…

IL CIRCO DISCUTIBILE – ELIO E LE STORIE TESE

Non è un disco ma una canzone, uno dei due inediti contenuti nel live “Arrivedorci” (a mio parere un po’ deludente, non tanto per l’esecuzione, sempre magistrale, ma per la scaletta un po’ troppo scontata, anche per un album d’addio). La canzone suddetta però è straordinaria e abbina irriverenza e malinconia e non può non commuovere. Una delle migliori canzoni dell’anno.

LE DELUSIONI

1) HEAVEN & EARTH – KAMASI WASHINGTON

Il disco in sé non è brutto, ma di fatto è la minestra riscaldata del notevolissimo predecessore. Della serie: sono bravo, ho avuto un discreto successo, rifaccio la stessa cosa, vediamo se mi va di nuovo bene. Almeno l’avesse fatta meglio; invece il livello dei brani resta quasi sempre inferiore facendo dunque risaltare più la prolissità della proposta che il valore della musica.

2) THE DECONSTRUCTION – EELS

Un insulto a un nome così glorioso. Un disco completamente insignificante in cui si salvano giusto un paio di canzoni (che comunque sarebbero state fra le più brutte del 99% delle altre prodotte dal genio di Everett). Non so cosa gli sia successo, ma una tale ciofeca ce la poteva tranquillamente risparmiare.

3) L’INFINITO – ROBERTO VECCHIONI

Spesso l’età nei musicisti porta alla produzione di opere ragguardevoli. Non sembra affatto essere il caso di Vecchioni. Le premesse, le intenzioni e le ambizioni sono apprezzabili, la resa no. Disco bolso, noioso, prevedibile e neanche così ricercato a livello testuale. Un peccato.

CONVENZIONE DI GINEVRA

THE SEA WITHIN – THE SEA WITHIN

L’ennesimo inutile supergruppo acchiappagonzi e prognerd. Prevedibile, noiosissimo, privo di qualsivoglia creatività. Non si capisce perché artisti comunque di valore ci propinino simili inutili mattoni. Mi auguro per loro che almeno gli abbia reso e che tornino a produzioni di livello più consono.