Eccoci alla consueta classifica dei dischi migliori dell’anno. Per questo 2021, purtroppo, sarò meno analitico del solito, per il semplice motivo che di dischi in uscita quest’anno ne ho ascoltati oggettivamente pochini per pretendere che la classifica sia esaustiva. Perciò, in luogo di “dischi migliori dell’anno” la intitolerei “dischi migliori tra quelli che sono riuscito ad ascoltare”. Se devo dare una linea guida direi che questo è l’anno in cui, sorprendentemente, alcuni dinosauri hanno tirato fuori delle opere maiuscole a dispetto del trend assunto con le precedenti produzioni. Veniamo dunque alla Top Ten
1- HEAVY LOAD BLUES – GOV’T MULE
Probabilmente era sempre stato il sogno di Warren Haynes fare un disco blues al 100%, reinterpretando anche una serie di grandi classici. Il risultato è, come al solito, straordinario e i quattro muli spaccano ancora il culo ai passeri nonostante l’età stia avanzando. La scaletta dei brani è equamente distribuita tra inediti (ma comunque 100% blues) e cover. Tuttavia, siccome i Mule, nel fare cover senza annoiare e, anzi, entusiasmare, sono i numeri uno assoluti (e i secondi arrivano quarti) la presenza di tanti classici (Blues Before Sunrise, Ain’t No Love In The Heart Of The City, You Know My Love, solo per citarne alcuni) ma anche di alcune scelte un po’ più a sorpresa (tipo Make It Rain di Tom Waits o una clamorosa versione di Have Mercy On The Criminal di Elton John) contribuisce a rendere il disco una vera e propria goduria per le orecchie. E gli inediti non sono da meno, tipo la torrida Wake Up Dead o l’acustica title track, senza dimenticare la stratosferica jam di Hold It Back. Menzione speciale per lo straordinario tastierista Danny Louis, in forma assolutamente smagliante. Insomma la testa ondeggia, il piede batte il tempo e le orecchie ringraziano. Numeri uno
2 – COURSE IN FABLE – RYLEY WALKER
Il cantautore più talentuoso del nuovo millennio torna con un’ennesima perla in cui, oltre ai rimandi martyniani e buckleyani che gli sono consueti, accentua leggermente la matrice rock, arrivando anche a sfiorare atmosfere progressive (forse dovute alla recente dichiarata passione per i Genesis dell’epoca Gabriel). Difficile scegliere una canzone sulle altre, anche se forse Rang Dizzy ha qualcosa in più. Certamente non immediatissimo per chi già non conosce Walker, ma la dimostrazione di come si possa fare un prodotto di qualità anche evolvendo e modificando la propria proposta
3- SURRENDER OF SILENCE – STEVE HACKETT
Il terzo gradino del podio è occupato dalla prima di quelle opere maiuscole di un dinosauro cui accennavo nell’introduzione. Un disco ancora più sorprendente se si considerano i due precedenti, ovvero il quasi inascoltabile The Night Siren e l’appena decente On The Edge Of Light. L’ex chitarrista dei Genesis invece, in questo lavoro, riesce finalmente a trovare il giusto equilibrio tra le aspirazioni world music (sempre presenti lungo la sua carriera ma programmaticamente accresciute in maniera evidente proprio con Night Siren), le velleità orchestrali del suo tastierista di fiducia Roger King e il prog-rock suo marchio di fabbrica. Ne esce un disco non eterogeneo (ma non è mai stata la specialità della casa) ma che, nonostante, le continue variazioni, porta l’ascoltatore in un bellissimo viaggio tra le sonorità del mondo raccordate dalla Gibson del titolare. E anche la scelta dei collaboratori è appropriata, con il buon Truciolo che rovina solo una canzone (l’unica in cui è presente). Le mie preferite sono l’africaneggiante Wingbeats e Scorched Earth, ma c’è davvero pane per tutti i gusti
4- E PENSA CHE MI MERAVIGLIO ANCORA – IL PORTO DI VENERE
Una band che, di fatto, è la creatura di Cristiano Roversi (Moongarden, Submarine Silence, Massimo Zamboni e decine di altre collaborazioni) e Maurizio Di Tollo (Maschera di Cera, Moongarden, eccetera). I due, circondatisi di musicisti straordinari e impeccabili (in un brano c’è anche il mitico Faso degli Elio e le storie tese) tirano fuori una specie di piccolo miracolo, ovvero un disco prog rock che non assomiglia a nessun altro disco prog rock (gli unici, rari, citazionismi li si trova nel brano di apertura, intitolato “Formidabile”). Testi pungenti, arrabbiati, poetici, emozionanti, interpretati da un Di Tollo decisamente ispirato e musiche straordinarie. Ovviamente, non essendo un disco particolarmente incasellabile, non è piaciuto granché all’ortodossia prog e non è arrivato a chi del genere non è appassionato. Un peccato, perché, ad esempio, un pezzo come Dahlia (forse il più inconsueto del disco e, a mio parere il migliore) meriterebbe, assieme al disco intero, altra sorte.
5- G_d’s Pee AT STATE’S END! – GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR
La formazione canadese è stata una delle più valide del movimento cosiddetto post rock. Brani iperdilatati, atmosfere apocalittiche e crescendo emozionanti hanno caratterizzato i primi, bellissimi, dischi della band. Coi lavori successivi il suono si era però un po’ troppo impantanato apparendo come una mera riproposizione della formula di successo degli esordi. Invece ecco, a sorpresa, un disco che non ha nulla da invidiare ai suoi migliori predecessori e in cui le caratteristiche di cui sopra vengono a risaltare sempre di più. Per descrivere l’apocalisse e/o i tempi oscuri e angoscianti che stiamo vivendo, difficile trovare una colonna sonora migliore di questa.
6- THE QUEST – YES
La sorpresa più grande dell’anno senza alcun dubbio. Il palloso e inutile Fly From Here e il vergognoso e imbarazzante Heaven and Earth sembravano di fatto, anche per via della morte di Chris Squire e dell’uscita dal gruppo di Jon Anderson, aver messo la parola fine alla parabola del gruppo. Onestamente neanche volevo prenderlo il disco ma, incuriosito dal primo singolo uscito su Youtube, ho voluto dargli una chance. Ebbene, mi sono ritrovato a metterlo più volte sul lettore. Pur non essendo, ovviamente, la quintessenza dell’originalità, si tratta di un disco fresco, sentito, non troppo manierista con ovviamente Steve Howe sugli scudi ma anche un ottimo Geoff Downes che, non sarà un virtuoso alla Wakeman, ma il suo contributo, soprattutto in termini compositivi, lo dà eccome. E Davison e Sherwood, pur ovviamente, facendo rimpiangere Anderson e Squire, forniscono comunque una grande prova. Il brano migliore è Leave Well Alone ma punti deboli ce ne sono pochini. Sorpresa dell’anno e disco piacevolissimo.
7- IN DISEQUILIBRIUM – ISILDURS BANE & PETER HAMMILL
Due nomi due garanzie che tirano fuori una doppia suite (meglio quella che occupa il lato B del vinile) di classe cristallina e emotività alle stelle (oltre a una complessità musicale e a una prestazione vocale sempre leggendarie). L’unico appunto che gli si può fare è quello di essere un po’ troppo simile a “In Amazonia” il precedente disco a firma del gruppo svedese e del leader dei Van Der Graaf Generator e che quindi dà un’impressione di già sentito e di leggero manierismo che gli hanno impedito di essere più su in classifica. Avercene in ogni caso…
8- TILL HORISONTEN – TRETTIOARIGA KRIGET
Un’altra band mitica del prog rock svedese degli anni 70 che, da qualche anno si è riformata per pubblicare (centellinandoli comunque) alcuni nuovi dischi. Questo Till Horisonten presenta un suono leggermente ammorbidito rispetto ai classici degli esordi ma, devo dire, che la cosa non disturba affatto. Se amate quelle sonorità non perdetevelo, se non le conoscete, rimediate
9- HO SOGNATO PECORE ELETTRICHE -PREMIATA FORNERIA MARCONI
Dopo il terrificante Emotional Tattoos, banalissimo musicalmente e, almeno nella versione italiana (quella inglese era un po’ meglio) con testi di una pochezza inaccettabile, non mi aspettavo di certo di ascoltare un lavoro di questo valore. Un concept album, ispirato alle opere fantascientifiche di Philip Dick, quanto mai attuale vista la situazione contingente che stiamo vivendo. La band inasprisce, in alcuni tratti, leggermente il suono, mentre in altri (tipo nel bellissimo singolo Atmospace) propone un pop prog davvero piacevolissimo e un livello compositivo che non si vedeva da molto (importante in questo, a mio parere, il contributo alla scrittura di alcuni brani del tastierista ospite Zabbini) Il piatto forte, naturalmente, sono le parti strumentali in cui la band giganteggia ancora (coinvolgendo in ospitate anche Ian Anderson, Steve Hackett e Flavio Premoli). Promosso su tutta la linea
10- LEVIATHAN – THE GRID & ROBERT FRIPP
Le soundscapes del leader dei King Crimson associate ai sintetizzatori del duo The Grid (Dave Ball dei Soft Cell e Richard Norris, con quest’ultimo addetto anche alla drum machine). A dispetto del titolo sono le atmosfere soffuse e rilassate a dominare, portando l’ascoltatore, aiutato anche dai dipinti grigi del bel booklet, in zone rarefatte in cui lasciarsi abbandonare. La parte migliore è quella iniziale in cui Fripp sembra essere il dominatore assoluto, mentre il duo emerge un po’ di più nella seconda parte con qualche brano con un minimo di ritmo, senza comunque mai far scadere il livello eccessivamente.
SEGNALAZIONI
Altri dischi non da Top Ten ma comunque meritevoli di un ascolto, in ordine sparso
ARRIVAL OF THE NEW ELDERS – ELEPHANT9
BLECS – OFFICINA F.LLI SERAVALLE
FOR FREE – DAVID CROSBY
HOOK LINE & SINCLAIR – DAVE SINCLAIR
IL PRINCIPE DEL REGNO PERDUTO – CELESTE
IL DIEDRO DEL MEDITERRANEO – OSANNA
IL VERO E’ NELLA MEMORIA E NELLA FANTASIA – MARCO MASONI
BEYOND BORDERS – FRACTAL MIRROR
KINGDOM OF OBLIVION – MOTORPSYCHO
MONO – VINTAGE VIOLENCE
UNDER A MEDITERRANEAN SKY – STEVE HACKETT
I LIVE
In questo 2021 sono usciti molti album dal vivo piuttosto interessanti. Ne segnalo 6
MARCH 10, 2020 MADISON SQUARE GARDEN – THE BROTHERS
Che ve lo dico a fare? Gli Allman, senza Gregg e Butch Trucks, mancati gli scorsi anni, ma con l’accoppiata Warren Haynes e Derek Trucks in gran forma, in un’esibizione dello scorso anno al Madison Square Garden, non poteva che essere straordinaria. E infatti…
MUSIC FOR QUIET MOMENTS – ROBERT FRIPP
Un box di 8 dischi di soundscapes frippiane registrate in varie esibizioni live nel corso degli anni. Avendole sempre adorate non potevo chiedere di meglio.
LAYLA REVISITED – TEDESCHI TRUCKS BAND
La riproposizione integrale (ovviamente con alcuni brani dilatati e gustosissime jam) del leggendario disco di Derek & the Dominos, con Trey Anastasio e Doyle Bramhall come ospiti. Da leccarsi i baffi
MUSIC IS OUR FRIEND – KING CRIMSON
Un ennesimo live della formazione a 8 che nulla toglie e nulla aggiunge all’epopea della più grande band di sempre, ma che nemmeno delude. Questo assume poi un particolare significato visto che, molto probabilmente, con il tour di quest’anno il Re Cremisi saluta definitivamente. E non poteva esserci migliore uscita di scena di una commovente versione di Islands
DELLE INUTILI PREMONIZIONI [VENTI ANNI DI MISCONOSCIUTO TASCABILE VOL. 1] – PAOLO BENVEGNU’
Non è proprio un live classico bensì una riproposizione in studio, in versione unplugged, di alcuni dei grandi classici del cantautore toscano (a parere di chi scrive il numero uno in Italia). Pur spogliate le composizioni restano magnifiche