“Facciamo le mobilitazioni! Facciamo la rivoluzione!”. In questi giorni (ma anche prima) lo si sente dire in continuazione. E io penso che siamo ancora lì, prigionieri del materialismo storico hegelo/marxista che ci è stato inculcato fin nella culla. Ma la realtà prescinde dai sistemi filosofici e ideologici. E se la storia ci ha insegnato qualcosa è che le rivoluzioni e le mobilitazioni, anche quando sono oneste, servono unicamente a cambiare chi detiene il potere e le forme con cui lo detiene, non le modalità di esercizio dello stesso. Servono a riequilibrare non a cambiare. L’unica vera rivoluzione che cambierebbe qualcosa è quella interiore, di ognuno di noi. Ed è la più difficile, perché comporta il guardare i nostri di abissi invece di lamentarsi per quelli degli altri
I migliori dischi del 2025
Anche quest’anno torno con il mio post preferito sui dischi migliori degli ultimi 365 giorni. Come sempre si tratta di una sorta di mio gioco personale (per quel che riguarda il posizionamento in senso stretto) anche se cerco di farlo con la prospettiva critica migliore e più precisa che mi riesce. Alcuni dei dischi di cui parlerò avrebbero forse meritato qualche posizione in più come valore assoluto, ma li ho leggermente arretrati per via di un approccio eccessivamente manierista e didascalico (che è un po’, purtroppo, la cifra stilistica di molti lavori di oggi che devono acchiappare orecchie sempre più pigre che, se non sentono ripetere determinati schemi, passano oltre). Ad ogni modo cominciamo
1- TIME SILENT RADIO VII & TIME SILENT RADIO II – ECHOLYN
L’1 gennaio (data di uscita dei due dischi in versione digitale, poi doppiata a marzo da quella fisica) la gara era in pratica già finita. Il ritorno sulle scene, dopo dieci anni di assenza, dei miei amatissimi Echolyn ha immediatamente spazzato via i dubbi su quale sarebbe stato il numero uno in classifica. Per quanto 10 anni siano tanti, l’attesa è stata ampiamente ripagata. Un plauso va anche alla tenacia di questi immensi artisti che hanno tenuto duro, nonostante una prima campagna di crowdfounding che aveva mancato l’obiettivo, andando ostinatamente avanti senza compromessi sulla strada della totale libertà creativa (che si paga con lo scarso successo di pubblico). I due dischi (90 minuti in totale di musica), così chiamati per il numero di canzoni in essi contenute, sono una vera e propria delizia per le orecchie. Non raggiungono il livello di due capolavori immortali come “Suffocating the Bloom” e “As the World”, ma non ci vanno nemmeno così lontani. Gli Echolyn riescono nel miracolo di mantenere intatti il loro sound e la loro identità che li fa distinguere tra mille, ma contemporaneamente senza risultare ripetitivi, stantii e prevedibili. E così ritroviamo i magici intrecci vocali, le ritmiche sincopate e sempre originali, gli assoli chitarristici fulminanti di Brett Kull e il pianoforte onnipresente di Chris Buzby, fusi assieme in composizioni che appaiono complesse, ma che non perdono mai il senso della melodia. Certo gli Echolyn, almeno inizialmente, richiedono un minimo di impegno per conoscerli ma, una volta che si è entrati nel flusso, scorrono via che è un piacere e, ad ogni ascolto, ci si può anche divertire a scoprire quelle minuzie, quei particolari raffinati che richiedono maggiore attenzione per essere colti ma che, per questo, danno ancora più soddisfazione. Il loro ritorno discografico mi ha anche fornito l’occasione di fargli quella che ritengo essere una bella intervista, che chiunque vuole può leggere su http://www.arlequins.it/pagine/articoli/corpointerviste.asp?chi=360 in cui fanno una serie di considerazioni interessanti. Insomma il consiglio per tutti è di dare agli Echolyn più di una chance, non ve ne pentirete.
2- LIGAMENT – PAATOS
Anche in questo caso l’assenza dalle scene della band svedese è stata lunghissima, anche superiore a quella degli Echolyn. Dal capolavoro “Timeloss” del 2002 la loro produzione discografica, pur mantenendosi su alti livelli, aveva però avuto un andamento discendente. Fortunatamente questo nuovo lavoro inverte la rotta e ci riporta una band in grandissima forma, con le abituali atmosfere oscure e dilatate, sottolineate dalla voce inconfondibile di Petronella Nettermalm e dai tappeti di tastiere mellotroniane tipiche della tradizione svedese, con ogni tanto una spruzzata di sperimentazioni sonore più ardite. Punta di diamante del disco la bellissima “Beyond the Forest” in cui la voce di Petronella si alterna con quella di Mikael Akerfeldt, leader degli Opeth, che fa vedere quanto possa valere quando, come ha purtroppo fatto con il suo ultimo disco, non va dietro al gusto del fan becero e conservatore. Un altro brano emblematico è “November” che trasporta l’ascoltatore nelle atmosfere scure, fredde e dilatate del Nord Europa, senza però perdere un briciolo del calore e dell’emozione che la musica di qualità regala sempre.
3- THE OVERVIEW – STEVEN WILSON
Tutti sanno quanto male io abbia spesso parlato dei dischi solisti di Wilson. Li ho sempre considerati una sorta di Bignami per prognerd soprattutto nei primi episodi e poi comunque, anche successivamente, incentrati sul “chi imito oggi” (oltre alle band prog è bravissimo a scopiazzare anche dal pop colto anni Ottanta e chi più ne ha più ne metta). A partire però dal precedente Harmony Codex questa tendenza è andata ad attenuarsi (e infatti era molto bello). Un processo che è continuato con questo “The Overview” che è composto di due lunghe suite a tema e sonorità spaziali (e che è pensato abbinato a un film strettamente legato alle note). Sempre di progressive rock si tratta, ma, per una volta, è moderno, originale e non sempre prevedibile. E il risultato è di qualità eccelsa. E infatti la pletora di fan ritardati e adoranti per ogni accordo scopiazzato del nostro, si è un po’ ridotta. Auguriamoci che possa permettersi di continuare su questa strada senza marce indietro come, purtroppo, han dovuto fare gli Opeth per tenere in piedi la baracca.
4- OLIMPO DIVERSO – UMBERTO MARIA GIARDINI
Con la dipartita, purtroppo, di Paolo Benvegnù, Giardini è rimasto uno dei pochi veri portabandiera del cantautorato rock di qualità in Italia a non piegarsi alle logiche commerciali e xfactoresche. E, in questo senso, il nuovo disco è un manifesto di indipendenza artistica, malinconia e profondità trasportate nelle note. Non ha un genere fisso Giardini, ma spazia, regalando anche alcuni interessanti momenti strumentali, come la sezione finale di “Frustapopolo” ad esempio. I testi poi, come al solito, sono bellissimi, ancorché impregnati, come dicevo, di una malinconia profonda, espressa però con totale assenza di superficialità e strizzatine d’occhio al mercato. Questo però non significa che il disco sia difficile, anzi molte melodie sono particolarmente orecchiabili, ma in un contesto di qualità e raffinatezza, purtroppo merce sempre più rara anche nel mondo musicale.
5- ICONOCLAST – ANNA VON HAUSSWOLFF
Dopo il bellissimo, ma complesso, “Dead Magic” e un disco strumentale per organo a canne, la cantautrice svedese torna con un lavoro, chiamiamolo così, leggermente più commerciale. I tempi delle canzoni si restringono (anche se la claustrofobica title track dura comunque 11 minuti) e c’è anche qualche ballad in cui si respirano atmosfere un po’ più rilassate. Non mancano comunque i vocalizzi inquietanti, accompagnati dalle note dell’organo, registrate da veri strumenti presenti in varie chiese, che sono un po’ il marchio di fabbrica dell’autrice. Leggendo un po’ di recensioni c’è chi ha gridato al capolavoro. Non lo è, e nemmeno è il suo disco migliore, ma comunque il livello è altissimo. E poi c’è “The Whole Woman”, in cui Anna duetta con Iggy Pop, che si candida probabilmente a essere la miglior canzone dell’anno.
6- CHAIRE – CERVELLO
Questo fa parte di quei lavori cui accennavo in premessa che forse meritava qualche posizione in più ma che ho arretrato perché mi sembrava che l’operazione didascalica fosse in misura così elevata da inficiare, anche se solo in parte, il valore artistico. Intendiamoci: il disco è bellissimo, ma è un disco di progressive italiano degli anni Settanta. In quell’epoca è stato composto e in parte anche inciso. E’ un’operazione lodevole il fatto che sia arrivato alla pubblicazione discografica e merita svariati ascolti ma è, appunto, interamente un lavoro con atmosfere unicamente riferibili a quell’epoca, uscito quindi fuori tempo massimo e questo, in un giudizio critico, che deve prescindere dai gusti personali, non può non contare. Detto questo se vi piaceva “Melos” (capolavoro) vi piacerà sicuramente anche questo. Tra l’altro il nuovo disco è accompagnato da un concerto live del 1973 di qualità audio ottima. Un’altra chicca imperdibile.
7- III-CANDLES & BEGINNINGS – AURI
Il leader dei Nightwish, Tuomas Holopainen, accompagnato dal fedelissimo (e straordinario) polistrumentista Troy Donockley e dalla moglie Johanna Kurkela alla voce (oltre che anche dal batterista Kai Hahto, anche lui dai Nightwish), propone il terzo lavoro della sua band parallela. Si tratta, in sostanza, di un progetto che i Nightwish un po’ li ricorda, ma depurato da tutti gli aspetti metal. Resta quel miscuglio di pop, folk e sinfonie orchestrali, con una spruzzatina minima di progressive rock, che negli ultimi anni (a mio parere fortunatamente) ha sempre assunto un’importanza maggiore anche nella band principale. Le atmosfere sono dunque quelle che hanno caratterizzato anche i due precedenti lavori, anche se questo mi pare il migliore dei tre.
8- CUNEGONDE – ANGE
E’ stato un anno crocevia per gli Ange, l’ultimo in cui Christian Decamps si è esibito sul palco (ho avuto l’onore di assistere al suo ultimo concerto durante una bellissima vacanza parigina ed è stato alquanto commovente). Il leader e fondatore è presente anche sul disco, soprattutto in fase compositiva, e la sua caratteristica voce compare su diversi brani anche se, giustamente, lascia enorme spazio, come voce solista, al figlio Tristan che poi sul palco abbandonerà, almeno in parte, le tastiere, per diventare il vero e proprio frontman. La personalità non gli manca, differentemente rimarrebbe schiacciato da un padre così talentuoso e ingombrante. Per quel che riguarda il disco, bisogna dire che non è al livello del precedente e strabiliante Heureux (ma era quasi impossibile) ma che ogni traccia è eccelsa e Ange al 100%. L’unico neo forse, sulla title track che chiude il disco, ci stava un assolone di chitarra conclusivo del bravissimo Hassan. Quasi ti viene di chiamarlo, però poi non arriva. In ogni caso un lavoro promosso senza esitazioni.
9- LE ROYAUME – MINIMUM VITAL
Anche qui siamo in Francia con una band che non tradisce davvero mai le attese. A parere di chi scrive sono il gruppo progressive più divertente in assoluto. I gemelli Payssan, a dire il vero, ormai da qualche lavoro, più che sul prog vero e proprio si sono indirizzati su un jazz rock quasi interamente strumentale con significative (a volte preponderanti) influenze della musica medievale. Una miscela fantastica che, ogni volta, porta ad agitarti e a battere il tempo su ogni brano e che viene riproposta alla grande anche su questo nuovo lavoro. Una piccola nota di orgoglio: avendo partecipato alla campagna di crowdfounding sono stato tra coloro che la band ha ringraziato nel libretto del CD. Ovviamente fa piacere anche se mette tanta tristezza che gruppi di questo livello siano costretti a tali pratiche per riuscire a pubblicare la loro musica. Una tendenza che, se non sarà invertita, distruggerà quest’ultima come forma d’arte.
10- THE WORLD UNDER UNSUN – LUNATIC SOUL
Personalmente ritengo i Riverside uno dei gruppi più inutili, sopravvalutati e pallosi della scena attuale (un po’ come gli Anathema diciamo). Ben diversa però è la considerazione per la produzione solista del bassista Mariusz Duda in cui lui suona quasi tutti gli strumenti, accompagnandosi, di tanto in tanto, con pochissimi altri musicisti. Le sonorità dark e malinconiche e le dilatazioni dei pezzi rendono quasi tutti i suoi dischi piacevoli e interessanti. Questo doppio disco (circa 90 minuti di musica), non fa eccezione e, anzi, si può dire che sia il suo migliore, superando anche l’ottimo “Walking on a Flashlight Beam” del 2017. Nulla di nuovo e originale, ma tanta classe che, inspiegabilmente, viene riversata tutta qui e non nella band principale.
11- WASTELAND – JIM GHEDI
Anche questo fa parte dei dischi che meritavano, per il valore intrinseco, qualche posizione in più. Il folk apocalittico o doom-folk (ho trovato questa definizione in rete e mi sembra assai appropriata per la proposta del cantautore inglese) è davvero suggestiva, la sua voce eccentrica e poetica e le sonorità, per quanto non certo allegre, colpiscono nel profondo. Un disco da avere e ascoltare con attenzione, anche se, ovviamente, non con leggerezza. Il piccolo arretramento è dovuto al motivo cui accennavo all’inizio, ovvero il chiaro intento di essere programmaticamente, vocalmente e come sonorità, una sorta di nuovo Tim Buckley. L’imitazione programmatica fa scendere, a mio parere, il livello. Fortunatamente, in questo caso, senza rovinarlo.
12- THE BLUES SUMMITT – DEVON ALLMAN
Dopo il deludentissimo “Miami Moon” dello scorso anno, il figlio del grande Gregg (che, nonostante un’eredità così pesante, si è costruito una carriera di grande valore) cambia fortunatamente strada e va a ritroso nel tempo, alla scoperta delle sue radici blues. Accompagnato anche da alcuni grandi nomi come Jimmy Hall, Robert Randolph, Christone Ingram e Larry McCray, tira fuori un grande disco blues al 100%, alternando cover e brani originali. Il tutto suonato alla grande e con enorme trasporto emotivo. Anche in questo caso la considerazione sul fatto di essere didascalico rimane ma con un’accentuazione inferiore, vista la chiara emotività che traspare da queste note e dalla voce, sempre magnifica, di Devon (che è anche un grande chitarrista).
13- LA CAVERNA DI PLATONE – ENRICO RUGGERI
Ruggeri è stato uno fra i pochi artisti italiani degli ultimi anni a non aver abdicato al proprio ruolo nei confronti del mondo che ci circonda. Un ruolo che non è quello di appecoronarsi ai diktat del potere o alle ipocrisie radical-chic. Sia durante il periodo della psicopandemia che in quello attuale dello psicoeuropeismo, Ruggeri ha mantenuto la barra dritta, criticando, ovviamente dalla sua posizione di artista, quanto stava (e sta) accadendo. E di questo risentono anche i testi del suo ultimo disco (il cui titolo è emblematico). La formula è quella del solito pop-rock raffinato che lo caratterizza, con melodie piacevoli (ma mai stucchevoli) e testi taglienti che colpiscono e fanno riflettere. Il tutto, orgogliosamente, come sottolinea nelle note del libretto, senza mai utilizzare l’autotune. Che gli si potrebbe chiedere di più?
14- BREADCRUMBS – DISCIPLINE
Un altro ritorno dopo un lungo stop. Dopo un disco, mi pare del 2017, francamente deludente, i Discipline ritornano in corsia con un lavoro che presenta le caratteristiche progressive, quello nobile, con influssi delle grandi band dei Seventies, ma con il caratteristico tocco personale del cantante/compositore/polistrumentista Matthew Parmenter, che di nuovo ci delizia con le sue composizioni complesse e strutturate ma che non perdono mai di vista la melodia e le emozioni. Una garanzia.
15- MOTORPSYCHO – MOTORPSYCHO
Chiudo la classifica con un altro di quei dischi che avrebbero meritato qualche posizione in più, ma che sta qui perché eccessivamente prevedibile e didascalico. I Motorpsycho cercano di fare e essere i Motorpsycho il più possibile e, pur consegnandoci una serie di canzoni molto belle, la sensazione del già sentito e prevedibile è onnipresente. Probabilmente dovrebbero decidere di diradare un pochino le pubblicazioni. Detto questo ascoltarli è sempre un piacere.
UNA CITAZIONE SPECIALE
LA PAGINA BANDCAMP DI ANDREW LATIMER
La mente e il braccio dei Camel torna a proporre nuova musica e ce la regala sulla sua pagina Bandcamp. Si tratta, per lo più, di outtakes di precedenti album dei Camel e di pezzi che, di fatto, sono poco più che dei demo, con Latimer unico strumentista salvo qualche ospitata. Ci sono anche due suite, una di 16 minuti e una, War Stories, di quasi 45 che, se prodotte al meglio e con la band attorno, avrebbero portato a un disco della madonna che non avrebbe certo sfigurato nella meravigliosa discografia dei Camel. Anche così, però, Latimer porta tutti a scuola e, aggiungendoci anche alcune versioni unplugged di suoi pezzi immortali, ecco che la goduria per le orecchie è assicurata. Grazie per essere tornato.
ALTRI LAVORI INTERESSANTI
Cito, in ordine alfabetico altri lavori usciti quest’anno che meritano un ascolto o più
ATONEMENT OF A FORMER SAILOR TURNED PAINTER – SUBMARINE SILENCE
DOMINION – IQ
FREYA ARCTIC JAM – DJABE’ & STEVE HACKETT
NELL’IDEA DI UN TEMPO CHE – AUFKLARUNG
ON THE EDGE – DAVE BAINDRIGE
PACHINKO – MORON POLICE
SKOLDAPSON – JOAKIM AHLUND & JOCKUM NORDSTROM
SUBSOUNDS – ATOMIC TIME
TRIANGULATION – STEVE MORSE BAND
UNCLOUDED – MELODY’S ECHO CHAMBER
L’ALBUM LIVE
THIS IS NOT A DRILL – ROGER WATERS
Un live di Roger Waters è sempre un’esperienza, a volte anche deludente, come il precedente Us&Them, ma più spesso straordinaria, come in questo caso. Già l’inizio promette benissimo con Waters che manda affanculo quelli che “Mi piacciono i Pink Floyd, ma non apprezzo le idee politiche di Roger Waters” a cui fa seguire una versione di Comfortably Numb stravolta e dall’intensissimo impatto emozionale (sicuramente superiore a quello della versione patinata e perfettina, e che ormai, diciamolo, ha piuttosto rotto i maroni, che propone il suo ex compare Gilmour). Il resto della scaletta è sensazionale, con ottimi ripescaggi dalla sua carriera solista (ad esempio The Power That Be dall’ingiustamente sottovalutato Radio Kaos) e anche i brani dell’epoca Floyd sono accortamente inseriti all’interno di una precisa narrazione concettuale. Detto che Wish You Were Here, Money e Us & Them con gli arrangiamenti classici non si possono ormai più sentire (riguardo alle ultime due molto meglio le versioni proposte nel recente rifacimento di The Dark Side of The Moon), ci troviamo comunque di fronte all’ennesima grande prova di uno dei più importanti artisti dell’ultimo secolo.
LE DELUSIONI
1- TOUCH – TORTOISE
I Tortoise sono un progetto che la musica l’ha cambiata davvero e che avrà per sempre un posto nella storia. Proprio per questo ci si chiede che senso abbia uscire dopo una lunga assenza con un simile brodino riscaldato. Sembra un disco fatto da una cover band dei Tortoise, però ammosciata e priva della classe cristallina e della vitalità della band originale. Eppure sono proprio loro. Boh
2- CURIOUS RUMINANT – JETHRO TULL
Il solito disco che Ian Anderson ci propone ornai da decenni direi, la stessa formula, le stesse sonorità, gli stessi pregi, gli stessi difetti. Non è che sia brutto, per carità, ma una volta che lo hai ascoltato, pur non avendone avuto una brutta impressione, non hai assolutamente alcuna voglia di dargli una seconda possibilità.
3- STORIE INVISIBILI – BANCO DEL MUTUO SOCCORSO
Dopo un disco ottimo (Transiberiana) e uno bellissimo (Orlando) non era certo prevedibile trovarsi di fronte a uno dei lavori più brutti di sempre del Banco che si apre, non a caso, con una delle canzoni più insulse che abbiano mai pubblicato. Il resto del disco, per fortuna, non è così pessimo ma le sopracciglia e l’attenzione le si alza giusto per un paio di passaggi che ti ricordano che siamo in presenza forse della miglior band italiana di sempre (o poco ci manca). Ma ovviamente non basta a risollevare le sorti di un lavoro inspiegabilmente molto insufficiente.
Sull’inutilità delle rivoluzioni
Pensare di fare rivoluzioni cambiando i governi è da ritardati. Perché anche se li cambi, e anche se, per un colpo di fortuna, fossero anche animati dalle migliori intenzioni, comunque opererebbero con le medesime modalità e i medesimi strumenti di un sistema ormai alla frutta. L’unica vera rivoluzione possibile è quella interiore. E non la si fa gridando slogan da pagliacci ma lavorando su se stessi e cambiando i processi che ci fanno agire e che ci sono stati inculcati fin dalla nascita allo scopo di renderci bravi e innocui cittadini. Certo è più difficile che girare per una piazza urlando come scimmie senza risolvere un cacchio ma dicendosi da soli quanto si è buoni, bravi e belli.
Le rivoluzioni servono dunque solo a cambiare chi gestisce il potere non le modalità di quest’ultimo. L’unica vera rivoluzione sensata è quella interiore di ognuno. Ma chi è troppo mediocre per farla punta sempre all’esterno, nella speranza (quasi sempre vana) che il suo nuovo padrone sia più magnanimo del precedente
Sulle scemenze woke
Personalmente credo di aver condotto un’esistenza a favore della tolleranza e dell’integrazione che il 95% di coloro che promuovono le cagate woke si sognano. E sono convinto che il valore della libertà (anche sessuale, ovviamente tra adulti consenzienti) sia il più importante. Ma nel contesto dell’ideologia con quell’acronimo cacofonico siamo su un altro campo. Costoro mirano a una cosa ben diversa dalla tolleranza. Mirano a modificare i cervelli e le percezioni delle persone, a partire dal linguaggio, destrutturandolo anche grammaticalmente, cambiando i testi dei libri (vi ricordano qualcuno?) per arrivare poi a follie tipo far gareggiare gli uomini in competizioni riservate alle donne e, cosa più grave di tutte, a distruggere la psiche di persone in età pre-puberale. L’obiettivo è distruggere nella popolazione qualsiasi appiglio identitario per rendere tutti fluidi, intercambiabili, malleabili, manipolabili. Insomma esattamente il contrario del riconoscimento della dignità di ogni identità. Un progetto che, personalmente, osteggerò sempre con tutte le mie forze
La neolingua: perché non ce la possiamo fare…
Un post oggi mi ha fatto riflettere nuovamente sulla neolingua con cui ci stanno riprogrammando. Il post in questione riguardava quella enorme vaccata della schwa, che solo chi vive la sua esistenza nella totale inconsapevolezza dei processi che sovrintendono agli eventi (oppure è ignorante come una capra) può considerare positiva. Mi è però poi venuta in mente una mail che ricevetti qualche tempo fa sul lavoro. Eccone il testo:
UNA COSA IMPORTANTE: IL TAG “NEWS CLIP” FUNZIONA SOLO SE I VIDEO DA BRID VENGONO EMBEDDATI CON IL NUOVO SISTEMA. NON FUNZIONA SE INVECE SI INCORPORA IL VIDEO EMBEDDANDO IL CODICE NELLA PARTE HTML COME FACEVAMO UNA VOLTA
Capite adesso perché siamo fottuti?
Libere Menti Valchiavenna: relazione del presidente all’assemblea ordinaria 2025
Buonasera a tutti e grazie per essere intervenuti. Siamo alla terza assemblea ordinaria della nostra associazione, al termine di un’annata un po’ meno ricca di incontri della precedente, ma comunque di grande livello. Abbiamo iniziato con il dottor Luca Speciani a Verceia che ha approfondito tematiche riguardanti l’alimentazione e poi abbiamo proseguito con un nome tanto inseguito, quello di Giorgio Bianchi, che ha intrattenuto un folto pubblico per circa tre ore su temi relativi alla geopolitica mondiale. Due pezzi da Novanta che non credo molte altre associazioni siano state in grado di portare in Valchiavenna. E ovviamente non sono stati i soli, ricordiamo infatti Matteo Gracis, Silver Nervuti, il cognato di Julian Assange in collegamento web, negli anni passati. Penso che dopo tre anni ci si possa considerare una realtà solida, autorevole e capace, anche se ovviamente ci sarà sempre chi cercherà di denigrarci perché l’approfondimento è sempre nemico della comodità, pratica e intellettuale, e dello status quo. Per la prossima annata siamo già al lavoro. Abbiamo allo studio una serata relativa al tema della giustizia e un’altra su sport e doping, due temi che non abbiamo ancora affrontato. Sono particolarmente orgoglioso dell’eterogeneità dei temi che siamo riusciti a toccare in questi tre anni. Era un obiettivo che ci eravamo posti, per non risultare troppo pesanti e monotematici (anche se in alcuni frangenti sarebbe il caso di diventarlo, vista la superficialità dell’analisi degli eventi contemporanei caratteristica della maggior parte delle persone). Esserci riusciti è particolarmente soddisfacente. Cercheremo di continuare così.
Dal punto di vista della vita dell’associazione è stato un anno certamente un po’ complicato, in primis per il sottoscritto che si è defilato per qualche mese per risolvere alcune problematiche personali e che è stato tollerato grazie alla pazienza e comprensione dei miei compagni del direttivo, che non posso che abbracciare per questo. In ogni caso conciliare il lavoro per l’associazione con tutti gli altri mille impegni e problemi che ci propone la vita quotidiana non è facilissimo e anche per questo le serate che abbiamo organizzato si sono un po’ diradate. Non un male in assoluto quest’ultimo, meglio la qualità della quantità. Oggi ci salutano, anche per i motivi che ho citato sopra, due figure chiave del nostro direttivo, vale a dire Roberto e Stefania, senza i quali (e senza il loro impegno e la loro umanità) questo gruppo non sarebbe nemmeno potuto nascere. Ovviamente li ringraziamo, anche se il dispiacere per il fatto che ci lascino dal punto di vista operativo è grande. Sono convinto che comunque continueranno a sostenerci come semplici soci, anche perché l’affetto e l’amicizia che ci lega sono completamente intatti. Grazie di tutto ragazzi, vi vogliamo bene. Per prendere il loro posto si sono fatti avanti i nostri soci Mattia e Rossella. Se qualcun altro vuole fare quest’esperienza può tranquillamente candidarsi anche stasera e metteremo il tutto ai voti. Naturalmente non posso non ringraziare anche gli altri membri del direttivo. In primis Barbara, che prenderà il posto di Roberto come responsabile finanziario (ovviamente se l’assemblea dei soci non avrà nulla in contrario), grazie alla cui tenacia siamo riusciti a portare Giorgio Bianchi in Valchiavenna, e poi anche Davide, Tecla e Milva, che fin dall’inizio si sono imbarcati in questa bellissima avventura che, al di là degli appuntamenti organizzati, ha creato un legame profondo tra noi. Scusatemi se insisto anche quest’anno su un simile aspetto ma credo davvero che abbia del miracoloso trovare un gruppo di persone così diverse tra loro che riescono a collaborare per creare maggiore consapevolezza generale. Non credo di poter essere smentito quando dico che in tanti dovrebbero imparare da noi.
La consapevolezza, dicevo, personalmente è sempre stata l’aspetto che mi è più interessato quando abbiamo fondato questa associazione. Voi sapete tutti quanto io sia famoso (e detestato) per le mie incursioni e litigi su Facebook. Al di là dell’aspetto goliardico che le caratterizza esse hanno anche lo scopo di fornire una prospettiva differente, per fare in modo che più persone possibili comprendano che non sono importanti tanto le cose che si fanno, quanto i processi (o motivi) per cui le si fanno. Un metodo che è esattamente l’opposto di quello della propaganda (le cui modalità sono state perfettamente tratteggiate anche da Bianchi durante la serata alla Società Operaia) che mira a infantilizzare quante più persone possibili facendole agire all’interno di una polarizzazione precostituita, in cui si riconoscono un po’ come fanno i tifosi di calcio per la loro squadra del cuore. E facendo loro vedere la superficie evitano che vadano in profondità. E se qualcuno gli indica una via diversa viene immediatamente additato come nella caverna di Platone colui che era uscito dalla caverna stessa. Negli ultimi giorni soprattutto mi è capitato di discutere di questo con alcuni soggetti “de sinistra” (ma avrebbero potuto anche tranquillamente essere “de destra”, i processi sono identici anche se variano i contenuti), incontrando appunto muri, resistenze, insulti, anatemi. Mi è venuto in mente un brano dello spettacolo teatrale di Giorgio Gaber, “Dialogo tra un impegnato e un so”, in cui il protagonista (il “non so”) discute proprio con uno di costoro sul senso delle mobilitazioni di tipo ideologico, dopo una canzone sulla retorica dell’operaio, che ne segnalava l’inutilità al fine di migliorare realmente la situazione umana Ve lo riporto:
Voce fuori campo:] Canzone discutibile, comunque ti sei salvato nel finale!
[G:] Bravo, siamo sempre d’accordo… è la parte della canzone che mi piace meno!
[Voce fuori campo:] Certo perché tu li conosci così dal di fuori… ci sei mai stato in una fabbrica?
[G:] Veramente no. Ma che ci vado a fare io in una fabbrica? Per te è un’altra cosa, è una maniera di realizzarti, forse l’unica, la più giusta per te, ma per me…
[Voce fuori campo:] Eh già, tu te ne stai a casa coi tuoi sentimenti, coi tuoi dolori, ti realizzi con quelli, magari ti ci crogioli dentro, te li tieni come una malattia.
[G:] Ma di che dolori parli? Non ho mica detto che mi fa male un piede! Io, certo, parto da dei fatti personali… che poi sono anche di altri… per arrivare alla politica attraverso di me, sennò sarei astratto. Ma tu dico, tu, perché fai la rivoluzione?
[Voce fuori campo:] Come perché? Perché… perché ci sono un sacco di ingiustizie, perché c’è gente che sta male, che muore di fame, perché gli operai non devono essere sfruttati, non devono essere trattati come schiavi, non devono soffrire più…
[G:] Bravo Gesù!
[Voce fuori campo:] Cosa c’entra Gesù?
[G:] Sembri Gesù.
[Voce fuori campo:] Voglio rovesciare le strutture, voglio liberare il lavoro, perché sono un rivoluzionario, io.
[G:] No, sei il solito testacchione che per sfogare le sue libidini gioca a fare il rivoluzionario… finto!
[Voce fuori campo:] Sei tu il rivoluzionario finto!
[G:] No! Io sono rivoluzionario.
[Voce fuori campo:] No, io sono un rivoluzionario!
[G:] No io, mi dispiace, io sono un rivoluzionario.
[La libertà – finale]
‘SIRENA’
[Voce fuori campo:] La polizia! La polizia!
G: No, no, no calma! Non arriva la polizia. Cosa ci viene a fare qui la polizia? È un effetto, un effetto registrato. Quali sono i casi in cui viene la polizia? Non questi. La nostra libertà di parola è la misura della loro potenza… no, voglio dire che ti lasciano il tuo spazio libero quello… quello che chiamano libertà, ma con questo spazio tu non hai nessuna partecipazione o meglio nessuna incidenza, nel senso che non hai nessuna possibilità di sovvertire o modificare qualcosa. In poche parole non si riesce mai a dar fastidio a nessuno!
Ecco io credo che, finché non si prende atto che con gli strumenti che il potere ci dà in mano non si possa realmente ottenere alcunché di positivo (il potere non è mica scemo, mica ti aiuta a sovvertirlo) non si potrà davvero essere liberi. Solo la consapevolezza personale (condivisa naturalmente) può farlo ed è quello che principalmente Libere Menti cerca di fare. Mi si è detto che, siccome non vado a votare non faccio nulla per la società e rinuncio all’azione politica. Io la vedo al contrario: è chi mi accusa di questo che si limita a pensare che votare sia aver fatto il proprio dovere e per questo di essersi sgravati la coscienza avendo ricevuto la patente di bravo cittadino e appartenente alle forze del bene (attenzione: non sto dicendo di non andare a votare in senso assoluto, anche se io non mi sognerei di farlo perché il gioco è truccato, sto dicendo che non può essere l’unica azione politica da intraprendere e nemmeno la più sensata ed efficace). Non ci siamo ritirati sull’Aventino, anzi ci siamo rimboccati le maniche per fare un’azione politica e culturale vera e che ha, appunto, a che fare con la consapevolezza nostra personale e, se possibile, quella altrui. Continueremo a farlo con le nostre peculiarità e i nostri limiti, senza ricette preconfezionate e senza l’illusione di chissà quali magnifiche e progressive sorti. Io credo che ci sia bisogno di gruppi che agiscono così. Grazie a tutti, ho terminato.
L’inutilità del voto (altrimenti detta coazione a ripetere)
Leggo appelli al voto basati sul concetto che potrebbe essere l’ultima occasione di ripristinare i diritti dei lavoratori. Sì sì fino alla prossima “ultima occasione” in cui vi arrampicherete sui vetri per credere disperatamente che il fatto di mettersi in fila servilmente, seguendo le regole democratiche, vi faccia contare qualcosa. Si chiama coazione a ripetere. Capisco che si faccia fatica a staccarsi da questa convinzione inculcataci da generazioni di propaganda, ma, se si vuole evolvere per davvero, prima o poi si deve farlo. L’alternativa è rimanere complici del sistema che si critica a vita
Echolyn: quando i capolavori nascono dall’indipendenza e non dal marketing
Di recente ho intervistato una delle mie band preferite, gli americani Echolyn, autori, in questo 2025 di un doppio album capolavoro, che non risente di nessuno dei compromessi che solitamente gli artisti sono obbligati a fare. Qui di seguito potrete leggere l’intervista (che si trova, anche in versione inglese, sul sito http://www.arlequins.it)
Dopo dieci lunghi anni di attesa è finalmente uscito il nuovo disco degli Echolyn. In realtà non si tratta di un disco solo, bensì di due, per un totale di poco più di 90 minuti di musica. Time Silent Radio vii e Time Silent Radio ii, distinti in questo modo per il numero di canzoni contenute in ciascuno dei due CD, riportano una band che appare in grande salute, totalmente indipendente artisticamente e che ci regala un lavoro che può tranquillamente essere annoverato tra le loro cose migliori (e di lavori brutti gli Echolyn non ne hanno mai prodotti). Di questo e di molto altro si è parlato nell’intervista qui di seguito a Christopher Buzby (tastiere, cori), Brett Kull (chitarre, voce solita e cori) e Ray Weston (basso, voce solista e cori) che hanno accettato di rispondere alle domande di un ammiratore come il sottoscritto…
Ciao ragazzi e grazie per la vostra disponibilità a rispondere alle mie domande. Vi ho conosciuti personalmente nel 1995. Dopo aver letto alcuni articoli su di voi in un paio di fanzine progressive rock, un amico mi ha fatto ascoltare Suffocating the Bloom e As the World, presentando brevemente la band come simile ai Gentle Giant. La scintilla non è scoccata subito (la vostra musica richiede un minimo di insistenza prima di essere apprezzata), ma poi siete diventati una delle mie band preferite. Considero gli Echolyn tra le 5 migliori band di sempre tra quelle nate dopo gli anni Settanta (se siete curiosi, le altre 4 sono Opeth, Gov't Mule, Landberk e The Amazing). Ho tutti i vostri dischi (compresi i progetti paralleli della band) ed è quindi emozionante per me potervi intervistare. Quindi scusatemi se alcune domande vi sembreranno un po' troppo da fan… Iniziamo...
Sono passati 10 anni dall’ultimo album degli Echolyn. Non è mai passato così tanto tempo tra un album e l’altro. So che avete iniziato a lavorarci nel 2018. Perché avete lasciato passare così tanto tempo?
Chris Buzby: Mi sono trasferito a tempo pieno in quella che era la mia seconda casa nel Delaware meridionale nel luglio del 2014 e ho accettato un lavoro come insegnante a Berlin, nel Maryland. Anche se mi trovo a sole 150 miglia a sud di dove vivono Brett e Ray in Pennsylvania, sono comunque due ore e mezza di macchina solo andata... quindi purtroppo questo ha reso molto più difficile per noi vederci così spesso e con la stessa frequenza. Mi è stato anche diagnosticato un cancro alla prostata in stadio 3 nel marzo del 2019 e a giugno sono stato operato d'urgenza per l'asportazione della prostata, che mi ha tenuto fuori per alcuni mesi durante la convalescenza. Sono comunque molto felice di annunciare che sto per superare il traguardo dei 6 anni senza cancro. Il mio PSA per il PSA; ragazzi: fate il controllo! Brett Kull: Ci riuniamo per scrivere e registrare quando il tempo lo consente e le circostanze lo richiedono Ray Weston: Dopo l'ultimo album avevamo bisogno di una pausa mentale, un po' di tempo per schiarirci le idee e capire dove andare. Chris e Brett hanno iniziato nel 2018 e si sono presto resi conto che avevano bisogno del ragazzo più bello della band, quindi mi hanno chiamato. Poco dopo Chris ha avuto dei problemi di salute preoccupanti... il Covid, il lavoro e, naturalmente, la vita. Non abbiamo mai sentito alcuna pressione per finire questi album. Sapevamo che le canzoni ci avrebbero detto quando sarebbero state pronte. Per me, il tempo extra ha alleviato lo stress di scrivere alcuni dei migliori testi che io e Brett abbiamo mai prodotto
La qualità dei brani è elevatissima, a mio parere a livello dei vostri lavori migliori, credo anche perché ogni composizione è stata creata e rifinita nei minimi dettagli in tutti questi anni. Spesso, scherzando, dico che dovrebbe esserci una legge che obblighi gli Echolyn a pubblicare un disco ogni due anni. Mi chiedo: cambierebbe la qualità delle composizioni se foste più veloci? E mi date un po’ una descrizione di come funziona il processo compositivo e di registrazione?
Chris: Sono felicissimo di sentire che la qualità di questi nuovi brani sia così alta per te: anche noi li consideriamo tra i nostri migliori lavori musicali, ad oggi, come band. Il processo inizia sempre con Brett, Ray o io che portiamo un’idea alla band per una sessione di presentazione. Durante quella sessione ci lavoriamo su, la analizziamo e decidiamo se sembra Echolyn o abbastanza Echolyn. È un processo interessante a cui assistere e partecipare, perché una volta creata l’impalcatura di un brano, lavoriamo per aggiungere le nostre parti e sezioni individuali alle idee originali, inclusi testi, linee melodiche, armonie vocali, stacchi strumentali, sezioni soliste, tracce di batteria, ecc.
Brett; Una volta iniziato il processo di scrittura e registrazione, almeno per me, ci sentiamo spinti a completare qualsiasi cosa stiamo facendo, con ovvio rispetto per tutto il resto della nostra vita. In realtà lavoriamo molto velocemente quando siamo insieme perché intuitivamente siamo concentrati sulla scrittura. Ciò che influenza la durata del nostro processo è ciò che accade negli spazi tra noi quando siamo insieme. L’unica “legge” che ci costringerebbe a finire canzoni e album più velocemente sarebbe una legge che stabilisca che veniamo remunerati abbastanza per pagare le bollette e vivere una vita normale attraverso la nostra musica. Guadagnare con la nostra musica non ha alcun impatto sulla sua qualità, ma influisce (come altre cose) sul tempo che possiamo dedicare a lavorare sui nostri brani. In breve, il processo di scrittura è diventato una seconda natura a questo punto. Chris, Ray ed io lo facciamo insieme dal 1989 e siamo diventati pericolosamente bravi ed efficienti nel lavorare insieme. Lavoriamo insieme quando troviamo il tempo
Ray: Più veloce non è meglio. Noi, io, abbiamo bisogno che la vita accada per trovare nuovi spunti di cui scrivere. La musica… è tutta un’altra storia. Possiamo improvvisare tutto il giorno, ma i riff che creiamo devono portare il peso di ciò che siamo. Quindi ripeto: più veloce non è meglio.
Dopo anni di autoproduzione vi siete affidati nuovamente a un produttore, nella fattispecie Glenn Rosenstein. Come mai questa scelta?
Chris: Glenn è stato effettivamente assunto per mixare e masterizzare i brani del nuovo album insieme a Brett, poiché quest’ultimo era molto legato al progetto e desiderava e aveva semplicemente bisogno di un orecchio e di una prospettiva esterni. Glenn ha portato onestà al processo, che ha incluso anche la fantastica opportunità di utilizzare gran parte del suo studio e delle sue attrezzature esterne, aggiungendo lucentezza e brillantezza alla nuova musica, un mix cristallino ma anche incredibilmente caldo e invitante a livello sonoro
Brett: In realtà, i nuovi album, Time Silent Radio II e VII, sono prodotti come tutti i nostri album, tranne As the World. Chris, Ray e io lavoriamo allo stesso modo e miglioriamo fin dal primo giorno. Di solito passo la maggior parte del tempo a pensare a come le nostre idee si incastrino tra loro, a registrarle e a mixarle. Non intendo sminuire il contributo di Chris e Ray, lo dico solo per sottolineare l’ovvietà pratica del mio ruolo di ingegnere del suono e di colui che decide come il puzzle di una canzone si incastra attraverso la tecnologia a mia disposizione. Penso costantemente ai suoni e a come si combinano per creare le emozioni che intendiamo, Questo fa parte di ciò che fa un produttore e di ciò che faccio io fin dal primo giorno, come detto. Ray e Chris si fidano di me su questo e io mi affido a loro e mi fido di loro perché mi mantengano al massimo livello nel servire la musica. Lo paragonerei a quello che fa Chris che scrive parti di archi o fiati per la nostra musica. Il più delle volte lavora da solo, dedicandoci tempo e creando accompagnamenti straordinari per le nostre canzoni. Ray ed io ci fidiamo di Chris e gli permettiamo di creare i suoi arrangiamenti in autonomia, proprio come Ray e Chris si fidano e mi permettono di riarrangiare gli arrangiamenti, fare scelte sui suoni e mettere insieme tutti gli elementi con lungimiranza verso il prodotto finale. È stato così per tutti i nostri album tranne “As the World”. In quel caso avevamo Glenn Rosenstein come produttore. Per i nostri due nuovi album, “Time Silent Radio II” e “VII”, non sono riuscito a ottenere i mix che volevo perché ero troppo immerso e troppo a lungo nella produzione, nella scrittura e nell’esecuzione dei nostri brani per occuparmi oggettivamente dei brani come fonico del mix. In breve, Glenn è intervenuto e ci ha portato al traguardo, dimostrandosi un fonico di mixaggio fresco e molto obiettivo. Ha ascoltato la mia produzione e ha fatto il necessario per elevare la musica al livello a cui aspiravamo come band. Il fatto che Glenn abbia assorbito l’immensità di questo progetto e sia riuscito a fare ciò che ha fatto è una dimostrazione del suo talento, sia come produttore che come fonico
Ray: Brett ha uno degli orecchi migliori del settore. La sua visione, la sua capacità di creare spazio sono straordinarie. Detto questo, sentiva di aver portato queste canzoni al limite delle sue possibilità. Con un po’ di fortuna e un pizzico di nostalgia, il nostro amico Glenn è intervenuto e ha dato a Brett ancora più spazio
Parlatemi un po’ di questi dischi, di come mai avete scelto di realizzarne addirittura due, da cosa nascono i titoli degli album, magari con qualche considerazione sulle singole canzoni. I miei pezzi preferiti sono Cul de Sacs & Tunnels e Water in Our Hands. Magari se potete spendere qualche parola in più per questi due…
Chris; Una volta che ci siamo resi conto di avere 91 minuti di nuova musica, abbiamo dovuto decidere se registrarla e pubblicarla tutta, oppure se pubblicare un solo album di 60 minuti. Ci siamo resi conto molto rapidamente che ognuna di queste canzoni meritava di essere ascoltata, quindi abbiamo discusso di un doppio album lungo o di due album più corti. Da figli degli anni ’70, ci piaceva l’idea di due album più corti (45 minuti ciascuno). Io chiamo VII “i brevi” e II “i lunghi”.
Brett; Abbiamo deciso di pubblicare due album perché ritenevamo che 90 minuti di nuova musica fossero troppi. Dividerli in due raccolte da 45 minuti ci è sembrato giusto, gestibile e più coerente. I titoli degli album si sono evoluti nel tempo. L’idea del Tempo e il modo in continua evoluzione in cui gli esseri umani lo percepiscono ed esistono al suo interno, comunicando e dimostrando costantemente chi, come e perché siamo, attraverso qualsiasi mezzo comunicabile e innovazione tecnologica, sembravano sottolineare e influenzare la musica che Chris, Ray e io stavamo scrivendo. Questioni come troppo rumore contro troppo silenzio, caos contro ordine, tradizione contro progresso. Queste idee e molte altre sembravano convivere in tre parole: Tempo, Silenzio e Radio
Ray: Beh, non abbiamo mai pubblicato due album contemporaneamente. Quindi c’è questo aspetto… Per quanto riguarda il titolo, ci siamo impegnati tutti a trovare il titolo migliore di sempre… per settimane… poi Brett ha inventato TimeRadioSilent. Chris ha lanciato l’idea di cambiare le parole e voilà, TimeSilentRadio è nato. Ti darò qualche spunto su Cul De Sacs. Il mio lavoro a tempo pieno è quello di Assistente Infermieristico Certificato. Lavoro in una comunità dedicata alla demenza. Questa è una lettera (vissuta attraverso i miei occhi) da un marito a sua moglie mentre la perde lentamente
La scelta di autofinanziarvi immagino sia dovuta al desiderio di mantenere indipendenza artistica. Lo scotto da pagare però è quello del semi anonimato purtroppo. So che fare i dischi degli Echolyn non è la vostra professione principale. Potete parlare un po’ delle vostre vite e come gli Echolyn, in questo momento, si collocano all’interno di esse?
Chris: Avere il controllo artistico è fondamentale per un artista; questo è sempre stato importante per noi musicisti di Echolyn. I nostri lavori quotidiani ci permettono di guadagnare/vivere, e per me significa fare qualcosa che amo e che mi appassiona molto: insegnare. Attualmente sono un insegnante di musica per tutti gli studenti dal sesto al dodicesimo anno di una scuola privata indipendente diurna a Berlin, nel Maryland. Dirigo 3 cori, 3 bande concertistiche, 3 corsi di musica generale/apprezzamento musicale, un corso elettivo di audio digitale e sono il direttore musicale annuale del musical della scuola superiore: le produzioni musicali recenti includono Footloose, Mamma Mia, Il Re Leone, Shrek, La Bella e la Bestia, Il Gioco del Pigiama, Tutti Insieme Appassionatamente e La Famiglia Addams. È un lavoro a tempo pieno, ma adoro l’impatto che riesco ad avere su giovani studenti e artisti ogni giorno
Brett: L’autofinanziamento, ovvero la provenienza del denaro per registrare e produrre la nostra musica, non ha alcuna influenza sulle nostre canzoni, se non il modo pratico in cui ci rendiamo conto dei costi di registrazione e produzione. Questi due nuovi album sono stati diversi perché sono stati realizzati nell’era dello streaming musicale (negli ultimi 10 anni). Questo nuovo modo di ascoltare la musica ha influenzato notevolmente il modo in cui gli artisti guadagnano con la loro musica. Lo streaming è sia una meravigliosa invenzione per la musica che una terribile maledizione per i cantautori. Personalmente, ho cercato di guadagnarmi da vivere con la musica, la scrittura di canzoni, l’ingegneria del suono e la produzione musicale da quando ho finito il liceo nel 1984. Lo sto ancora facendo, ma a causa dei cambiamenti tecnologici che influenzano i metodi di registrazione, la possibilità di imparare e suonare strumenti, il modo di condividere la musica e il modo in cui la composizione musicale viene utilizzata e pagata, ho dovuto trovare anche altri modi per pagare le bollette. Tenere lezioni associate al suono a livello universitario è uno dei modi in cui lo faccio. Spero di entrare ancora di più nel mondo accademico per servire meglio l’arte dell’apprendimento e della condivisione delle informazioni per ottenere risultati migliori per la società
Ray: Come ho detto nella risposta precedente, lavoro come “guida” per i nostri residenti che stanno attraversando la transizione tra questa vita e l’aldilà. Ho raccolto alcune delle loro migliori divagazioni e le ho inserite in questi album. Non c’è mai un momento di noia
La vostra ammirevole indipendenza artistica immagino sia stata anche tra le cause dello scarso interesse della Sony nei vostri confronti dopo che avevate firmato un contratto che sembrava avervi lanciato nel giro musicale che conta. Mi potete raccontare cosa è successo realmente in quell’occasione, come avete reagito e come avete poi deciso di ricominciare a essere gli Echolyn?
Chris: Avevamo soldi per il supporto del tour che sono stati sperperati dalla Sony/Epic Records per altre cose oltre al nostro supporto del tour… quindi senza abbastanza vendite di album e nessun supporto del tour, siamo diventati tristemente una detrazione fiscale per la Sony
Brett: Eravamo il progetto preferito di un talent scout appassionato di rock progressivo. Non ha mai pensato che avrebbe funzionato (nonostante il nostro duro lavoro e il nostro impegno) e ha finito per intascare/rubare il nostro supporto per il tour (75.000 dollari), per poi dichiararci l’ennesima svalutazione per i commercialisti della Sony. Ha distrutto i nostri sogni e la nostra instancabile etica lavorativa a tempo pieno di sei anni con il suo egoistico narcisismo e la sua mancanza di rispetto per ciò che avevamo realizzato e per le possibilità che eravamo pienamente in grado di raggiungere. Le nostre famiglie ne hanno sofferto. Dopo le prime ricadute e i quattro anni trascorsi, io, Ray e Chris ci siamo riuniti perché amavamo lavorare insieme e, nonostante l’orrore del fallimento inflittoci dalla Sony, sentivamo sinceramente la mancanza reciproca. Paul Ramsey (batteria) e Tom Hyatt (basso) non la pensavano allo stesso modo… ed è per questo che Ray ha suonato il basso in Cowboy Poems Free e Jordan Perlson si è unito a noi alla batteria
Ray: Eravamo al settimo cielo. Re tra i pochi. In sostanza, non avevano davvero idea di cosa fare con noi. Abbiamo comunque avuto un’opportunità che non capita a molte band, figuriamoci a una band prog di Philadelphia. Abbiamo cercato di sfruttare tutto ciò che potevamo, purtroppo quando si è trattato di andare in tour, che era il nostro punto di forza, non c’erano più soldi. Senza tour non c’era nuova visibilità. Nessuna nuova visibilità, nessuna nuova vendita. Nessuna nuova vendita, nessun nuovo album. Nessun nuovo album… addio. Quando Brett, Chris ed io scriviamo insieme, siamo semplicemente Echolyn
Proseguiamo col tuffo nel passato. Mi potete dire, per ognuno dei vostri dischi, come lo analizzate a posteriori, che sensazioni vi provoca oggi e che giudizio date dei vostri lavori? PS: vale anche, se avete tempo e voglia, per i lavori non a firma Echolyn, tipo Still, Always Almost, Finneus Gauge, Rise Twain e i solisti di Brett e Ray.
Chris: Per quanto riguarda la nostra produzione di Echolyn, sono ancora molto orgoglioso di “Mei”, “The End Is Beautiful”, “The Windowpane Album”, “I Heard You Listening, As the World”, “Suffocating the Bloom” e (ovviamente) dei due album più recenti TimeSilentRadio. Sono anche incredibilmente orgoglioso dei due dischi “Finneus Gauge” (“More Once More” e “One Inch of the Fall”) pubblicati nel 1997 e nel 1999. Ritengo ancora che entrambi gli album siano musicalmente anni luce avanti rispetto al loro tempo, dato che è stato un periodo importante in cui ho ricoperto sia il ruolo di leader della band che di compositore principale. Quegli anni sono stati incredibilmente divertenti e stimolanti musicalmente, poiché tutti in quella band suonavano al massimo delle loro potenzialità, spesso spingendo i nostri limiti musicali più forte e più velocemente di quanto avessimo mai immaginato
Brett: Album di debutto del 1991: lo considero un grande traguardo, trovare persone talentuose e con la stessa mentalità che volessero lavorare e creare musica insieme. Abbiamo fatto tutto da soli. Il nostro primo album rappresenta le nostre prime esperienze con la registrazione e la composizione di canzoni. Shades, Meaning and the Moment e The Great Men occupano ancora un posto speciale nonostante la loro ingenuità. 1992 Suffocating the Bloom: considero questo album la prima indicazione di ciò a cui aspiravamo. Eravamo noi contro tutti, era autentico e unico, e avevamo le carte in regola per essere grandiosi, e lo siamo stati. 1993 And Every Blossom: la nostra prima registrazione in cui ho avuto la sensazione di catturare suoni di buona qualità. Il mio remix per il cofanetto lo dimostra. Questo piccolo EP è innegabilmente unico e dimostra il nostro orecchio armonico in via di sviluppo. 1994-95 As the World: questo album mostra l’entusiasmo che avevamo nel 1993. È stato scritto nell’esuberanza e nell’energia di quell’anno. Eravamo in fermento e immersi nel ritmo dei concerti dal vivo e della composizione di canzoni. Fu l’anno in cui ottenemmo il contratto discografico con la Sony… e ironicamente l’inizio della fine per la band, a causa del nostro coinvolgimento con loro. L’album ci mise troppo tempo a uscire (un anno e mezzo) e soffocò l’energia e lo slancio che avevamo. Nonostante l’oscurità che associo a questo album, fu anche un periodo in cui lavorammo con Glenn Rosenstein, che ci insegnò molto sull’industria discografica e su come fare un disco. Il periodo migliore fu dall’autunno del 1993 alla primavera del 1994, quando scrivemmo e registrammo le 16 canzoni di “As the World” – dopodiché ci allontanammo lentamente dalla ricca esuberanza che avevamo creato da soli
Ray: Questa è una domanda spinosa… siamo tutti cresciuti tantissimo come cantautori e parolieri. Per quanto mi riguarda, agli inizi ero più un tipo di autore che guardava a se stesso e a quello che poteva fare. Il periodo in cui abbiamo registrato a Nashville mi ha reso molto umile. Ci è voluto molto tempo, ma credo di poter dire di aver finalmente trovato la mia voce. Scriviamo sempre… alcune delle mie canzoni finiscono per essere canzoni per gli Echolyn, altre per un altro album di Ray e altre ancora solo per il mio cane e i miei gatti
Che fine hanno fatto Tom Hyatt e Paul Ramsey, gli altri due membri storici della band? C’è una possibilità che facciate ancora cose assieme?
Chris: Entrambi i ragazzi avevano solo bisogno/volevano una pausa dagli Echolyn a tempo pieno, alle loro condizioni. All’inizio siamo rimasti delusi dalla loro partenza, ma ci siamo anche resi conto che il processo di scrittura musicale poteva/voleva continuare anche senza di loro, dato che Ray, Brett e io siamo sempre stati i principali autori degli Echolyn
Brett: Non ho contatti con nessuno dei due, ma auguro loro il meglio per la loro vita. Non vedo alcun motivo di lavorare con loro perché non averli nella band ha solo aumentato la potenza e l’efficienza di ciò che Chris, Ray e io abbiamo sempre fatto, ovvero scrivere musica
Ray: Tom ha trovato la ragazza dei suoi sogni e sta vivendo la sua vita al meglio. Un giorno sarebbe bello sedersi in una stanza con Tom e suonare alcune delle vecchie canzoni… Quanto a Paul, Paul è il passato
Jordan Perlson ha fatto un lavoro straordinario su Time Silent Radio. Aveva già collaborato con voi in passato e quindi immagino che la scelta di includerlo nella band sia dovuta a quello. Potete parlare di come ha contribuito al sound di questo ultimo lavoro? E, ovviamente, chiedo anche a Jordan le sue considerazioni sia sul lavorare con la band che sul disco
Chris: Jordan era uno studente di Concert Band/Jazz Ensemble quando aveva 15-18 anni, presso la mia ex scuola in Pennsylvania (Abington Friends School); già allora era un musicista instancabile e determinato, sempre in sala prove durante le ore libere a studiare i rudimenti. Lo invitai agli studi Echolyn nella primavera del 2000, quando era all’ultimo anno, e gli chiedemmo di registrare con noi alcuni brani per il nostro album Cowboy Poems Free… fece un lavoro straordinario e suonò in tre di quei brani. Jordan si laureò poi al Berklee College of Music di Boston, Massachusetts, e da allora è stato in tournée e ha suonato con Tiger Okoshi, The Blue Man Group, Becca Stevens, Adrian Belew e Snarky Puppy. Attualmente vive a Nashville ed è regolarmente in lista come batterista da studio. Jordan è un batterista incredibilmente dinamico ed esperto e lavorare con lui è sempre divertente e gratificante, perché ascolta le canzoni così bene e onestamente e reagisce in modo molto naturale a ciò che sente con ciò che poi sceglie di suonare
Brett: Non avremmo pubblicato un altro album degli Echolyn se Jordan non avesse voluto partecipare. La sua creatività, il suo carattere e la sua professionalità hanno reso la musica migliore e la registrazione gioiosa ed emozionante
Ray: Abbiamo una storia con Jordan. Lui la capisce. È la spinta che ci fa muovere
Uno dei miei sogni è di vedervi dal vivo. Purtroppo quando siete venuti in Italia (credo fosse il tour di The End Is Beautiful) non sono potuto venire. La mia fidanzata mi dice di coltivare il sogno di organizzare un vostro concerto dal momento che sono il presidente di un’associazione culturale che si chiama Libere Menti. Non credo sia fattibile economicamente e logisticamente, ma mai dire mai. Al di là del fatto che io riesca a coronare o meno il mio sogno, l’idea di fare dei concerti è una porta chiusa per voi oppure coltivate la speranza di poterlo ancora fare?
Chris: Sebbene il nostro tour europeo e britannico del 2005 sia stato un’avventura e un traguardo straordinari, ora che viviamo così distanti (Brett e Ray in Pennsylvania, Jordan a Nashville e io nel Delaware meridionale), la possibilità di fare un tour è ormai ampiamente scartata a causa dei lavori giornalieri e della distanza. Detto questo, non significa che non proveremo comunque a registrare un video di un concerto dal vivo o a fare qualche concerto in zona, se si presenta l’occasione
Brett: Spero di poter suonare le canzoni dei nostri ultimi tre album un giorno, prima possibile. Sento ancora di essere in grado di suonare e cantare al meglio. Quel tempo però si sta accorciando
Ray: Diciamo tutti che sarebbe bello fare un altro tour. Abbiamo quattro album che devono essere ascoltati dal vivo! Un giorno, forse…
Se doveste portare tre soli dischi su un’isola deserta quali scegliereste?
Chris: Igor Stravinsky – The Rite of Spring; Pat Metheny – Secret Story; Radiohead – The Bends
Brett: Non vorrei ascoltare la stessa cosa più e più volte! Sarebbe un incubo! Per fare un gioco, metterei su il tema finale del film “Lo squalo” di John Williams per ispirarmi a costruire una zattera e a nuotare via da quell’isola. È un brano bellissimo e perfetto per quella situazione
Ray: Black Sabbath – Sabbath Bloody Sabbath. L’album di debutto dei The Slipknot. Kate Bush – Hounds Of Love
Quali sono i musicisti che più vi hanno influenzato nei vostri rispettivi strumenti?
Chris: Stravinsky, Debussy, Chopin e Liszt sono tutti in cima alla mia lista di influenze, ma anche artisti jazz e rock più moderni come Herbie Hancock, John Coltrane, Pat Metheny, Lyle Mays e Allan Holdsworth occupano un posto di rilievo tra le mie influenze musicali. Rispetto e ammiro il modo in cui ognuno di questi musicisti si è immerso nel disagio di scrivere e suonare musica diversa dai propri coetanei, il che storicamente li ha posti tutti all’avanguardia nel progresso e nella creatività musicale. È un aspetto di cui vado molto fiero nella musica degli Echolyn: suoniamo come noi stessi, eppure continuiamo a progredire come una band di artisti creativi e davvero originali. In breve, voglio che la mia produzione musicale mi sopravviva; credo di essere ancora su quella strada con successo
Brett: Da adolescente, Jimmy Page, Tony Iommi, Pete Townshend, Steve Howe e Alex Lifeson erano i ragazzi con cui mi esecitavo per imparare a suonare la chitarra. Nei miei primi vent’anni probabilmente erano Pat Metheny, Alan Holdsworth e Anthony Phillips. Dopo di loro ho iniziato a concentrarmi sulla ricerca del mio stile e della mia voce. Mi piacciono i chitarristi che capiscono la composizione e l’arrangiamento delle canzoni. Non mi interessa molto la tecnica appariscente, ma la capacità di suonare con sentimento e creatività ponderata. Penso che le idee chitarristiche che Johnny Greenwood dimostra nei Radiohead e ora negli Smile siano fonte di ispirazione. Basta ascoltare canzoni come The Slip, Bending Hectic, Eyes and Mouth, ecc., della sua band, gli Smile, per capire ciò che penso, e credo ancora che Elliot Smith fosse un chitarrista e polistrumentista straordinario, unico e di grande creatività. Anche Tom Bukovac, Blake Mills, Nels Clien e Julian Lage mi ispirano per il loro stile autentico e creativo
Ray: Come cantante direi Nat King Cole, Glenn Campbell, Phil Lynott. Come bassista… Geezer Butler, James Dewar, Richard Sinclair
Nei giorni scorsi discutevo con un amico a proposito della musica in streaming. Ho letto in un articolo che il tempo medio di fruizione di un brano musicale su Spotify è di 18 secondi. A mio parere un dato terribile che dimostra come lo streaming abbia nuociuto alla musica in senso artistico. Perché la musica di qualità un minimo impegno lo richiede. Aprire un disco, inserirlo nel lettore e ascoltarlo richiede una qualche partecipazione che con lo streaming è più difficile da avere. Per me è emblematico di un certo sistema che mira all’infantilizzazione e al disimpegno delle masse, che diventano così più facilmente malleabili. Voi cosa ne pensate? E come vi rapportate allo streaming come band?
Chris: Il pericolo più grande, e la delusione musicale, che abbiamo incontrato è che la maggior parte del mondo ora ritiene che lo streaming musicale sia un loro diritto, senza rendersi conto che la maggior parte degli artisti non guadagna nulla da questo mezzo. Abbiamo speso 45.000 dollari in 8 anni per realizzare questi 2 album e speravamo di raccogliere almeno quella cifra per coprire i costi, pur avendo un po’ di soldi in banca per un prossimo album, ma la sfida più grande è stata rieducare il pubblico ai costi reali delle cose e alla misera esistenza che gli artisti conducono quando la loro unica fonte di reddito è lo streaming. È anche per questo che abbiamo fatto una prevendita e abbiamo anche stampato dei CD, dato che c’è ancora un pubblico e un mercato mondiale di dimensioni decenti per i prodotti fisici (grazie al cielo)!
Brett: Il valore della musica come arte è diminuito, non solo in termini economici per gli autori, ma anche per i consumatori. La musica è stata relegata a una forma d’arte che chiunque può creare e ascoltare con pochi semplici clic. Creare musica oggi è come un bambino che dice a un genitore di aver fatto qualcosa di degno di nota (come usare il bagno) e poi passa alla successiva cosa insignificante prevista. La musica non si guadagna; non dà valore perché non ha un costo. Il rituale dell’apprendimento, dell’ascolto e della condivisione della musica ha subito un declassamento sociale e artistico a causa delle varie tecnologie strumentali, di registrazione e di ascolto
Ray: Lo streaming è la radice di tutti i mali…
Che futuro ci sarà per gli Echolyn? Avete usato tutto il materiale per Time Silent Radio o avete qualche composizione già pronta o, almeno, in embrione? Farete passare altri 10 anni prima di un nuovo disco? Personalmente spero di no…
Chris: Spero di riunirci tutti e quattro in una stanza per scrivere e lavorare a un altro album nei prossimi 2-3 anni. Personalmente non vorrei aspettare altri 10 anni, perché anche per noi è stato frustrante, ma data la mia diagnosi di cancro e il Covid, uniti alla distanza, abbiamo comunque sfruttato al meglio il tempo che avevamo. Tuttavia, il tempo non ha luogo e il tempo è anche il grande livellatore, quindi mi piacerebbe pensare che troveremo un modo per riunirci tutti nello stesso spazio prima possibile per vedere dove potrebbe arrivare la nostra musica dopo l’uscita di TimeSilentRadio. Ironicamente, la canzone “Time Has No Place” è stata l’ultima scritta per questa raccolta… quindi se questo è un indicatore di dove potremmo arrivare in futuro, penso che sia molto promettente!
Brett: Chissà! Per il momento vogliamo promuovere e condividere questi due nuovi album che meritano il nostro tempo
Ray: Il futuro, per ora, è dare a questi album il giusto riconoscimento. Promuovere. Promuovere. Promuovere. Abbiamo sempre qualcosa in cantiere. Scarabocchiamo continuamente parole, melodie e riff. Battere di nuovo finché il ferro è caldo sarebbe l’ideale, ma… 10 anni per noi sono un batter d’occhio
Un’ultima domanda, ma forse la più importante: mi potete spiegare come è nato il nome Echolyn?
Chris: Avevamo bisogno di un nome originale per la band che nessun altro avesse e che ci rappresentasse al meglio. Brett e Ray erano soliti suonare insieme in una cover band chiamata Narcissus. Narciso ed Echo erano entrambi famosi dei mitologici romani. A Brett piaceva la parola musicale Echo… ma c’era già una band chiamata Echo and the Bunnymen alla fine degli anni ’80, quindi aggiunse “lyn” alla desinenza, e così nacque Echolyn
Brett: L’ho inventato all’inizio del 1989 come una parola che non rappresentava nulla, ma rappresentava la musica
Ray: È una parola di 3 sillabe… perfetta per cantare
Abbiamo concluso. Grazie ancora per la vostra gentilezza e per la musica che ci regalate
Chris: Grazie mille per il tuo continuo supporto a Echolyn, Marco. Ti abbiamo sentito, e abbiamo sentito i nostri numerosi amici e fan italiani ascoltarci (in inglese la frase diventa We “Heard you listening”, a richiamare il titolo del penultimo album degli Echolyn – ndr)
Brett: Grazie Marco. Apprezziamo moltissimo il tuo supporto in tutti questi anni!
Le ideologie
Le ideologie e le appartenenze fanatiche di qualunque estrazione non possono che portare a esiti nefasti. Certo ci vuole coraggio per farne a meno. Se ne deduce che chiunque aderisca a un’ideologia o è un mediocre incapace di vivere senza che qualcuno sopra di lui gli dica cosa deve fare o pensare, oppure è un vigliacco
Com’è stato possibile?
Una persona che conosco scrive su Facebook che bisogna censurare dei manifesti che esprimono opinioni politiche diverse dalle sue. Io le faccio notare che la censura, anche se di un’opinione che ci disgusta, è un atto degno di un regime dittatoriale (a meno che Diderot, Voltaire e centinaia di altri non abbiano parlato invano). Lei cancella i miei commenti e mi scrive in privato di “non prendermela che comunque mi vuole bene”. Un esempio emblematico del livello di inconsapevolezza della nostra società e la spiegazione di come facilmente possano attecchire tirannia e privazione di libertà. Se vi chiedete ancora “come è stato possibile che ci fossero nazismo e fascismo?’, una risposta potete trovarla in episodi come questi, con protagoniste persone comuni che nessuno direbbe mai che possano far male a una mosca…