Cari sedicenti antifascisti…

Cari sedicenti antifascisti, capisco che cerchiate di resistere con ogni mezzo al fallimento dei vostri investimenti esistenziali, ma resta il fatto che siete dei falliti ipocriti incapaci di essere coerenti con gli ideali che pomposamente e retoricamente dichiarate. Un minimo di autocritica e autoanalisi vi gioverebbe, anche perché avete fanaticamente sostenuto dei provvedimenti fascisti nel recente passato (e continuate a farlo visto il tifo che fate per l’Eureich e le sue iniziative antiumane e guerrafondaie) ma naturalmente non potete rischiare e quindi chiunque non appartenga alle  “forze del bene” come voi, deve essere per forza pazzo. Mica è possibile che vi siate sbagliati o non siate all’altezza di ciò che dichiarate…

A proposito del 25 aprile

Siamo ancora una volta arrivati al 25 aprile, ovvero quella giornata in cui una manica di ipocriti invasati si getteranno in piazza per dire peste e corna di chi 80-90 anni or sono ha appoggiato e sostenuto esattamente le stesse cose che hanno appoggiato e sostenuto loro negli ultimi 4-5 anni. Tra i più confusi fra gli invasati che oggi ci inonderanno di pomposa retorica va certamente annoverata l’Anpi. Un’associazione che dovrebbe rappresentare un baluardo di valori antifascisti, negli ultimi anni è sembrata dimenticare i suoi principi fondanti. Non solo non ha detto una parola contro i provvedimenti fasciosanitari ma ne è stata fanatica sostenitrice. E nemmeno risulta un moto di opposizione anche contro l’Eureich. Uno dei tradimenti rispetto alle proprie premesse più macroscopici degli ultimi tempi, senza nessun pentimento o minimo ripensamento. Forse avrebbero dovuto essere un po’ più chiari nell’enunciare i loro fondamenti ideologici e dirci prima che il loro antifascismo riguarda soltanto chi si fa chiamare fascista, non chi di fatto lo è o lo fa….

“La storia insegna che quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e di tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva”. E’, lo so sembra incredibile, un passaggio dell’intervento del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, nel suo intervento a Vittorio Veneto nel 2019. Parole completamente condivisibili. Peccato che poi sia lui che i suoi fan se ne siano completamente dimenticati…

Bella Ciao

Quelli che hanno le crisi isteriche perché qualcuno non canta Bella Ciao sono gli stessi che si sono espressi fanaticamente a favore di coprifuoco, limitazioni alla libertà di circolazione, obblighi sanitari incostituzionali, tessere verdi, divieto di riunioni e assembramenti, divieto di passeggiare, radiazioni di medici a causa delle loro opinioni in scienza e coscienza, divieto di vendita dei giocattoli, sospensioni dal lavoro per motivi ideologici, divieto di allontanarsi di più di 200 metri da casa, droni che inseguono la gente che va in giro, manganelli e idranti contro i manifestanti, divieto di andare in spiaggia, discoteca e al cinema, censura sociale per chiunque manifestasse anche un minimo dubbio. Però vuoi mettere quanto è antifascista cantare Bella Ciao?

A proposito degli insegnanti

Ho sempre considerato gli insegnanti una categoria da difendere a spada tratta, visto il ruolo fondamentale che rivestono, contro i luoghi comuni e il disprezzo di cui spesso sono stati oggetto da parte di una società nemica della cultura e di genitori egoriferiti. Oggi devo purtroppo fare il mea culpa. In questi tre anni, salvo coraggiose e lodevolissime eccezioni, la categoria ha dimostrato di essere, per lo più, composta da pecore ubbidienti e addestrate, incapaci di utilizzare quel pensiero critico che dovrebbero, come compito principale, trasmettere agli studenti; di avere un minimo di solidarietà verso i colleghi bullizzati da norme demenziali e fasciste; di insegnare qualcosa di diverso che non fosse l’ottusa e acritica aderenza alle regole e al pensiero dominante. Una categoria del genere (salvo le eccezioni di cui parlavo) non merita alcun tipo di solidarietà

Intervista a Claudio Rocchi, il cantautore dalle molte vite

Nel 2003 ebbi la fortuna di intervistare Claudio Rocchi, uno dei miei cantautori italiani preferiti. La chiacchierata con lui fu un’esperienza fondamentale e questa intervista resta ancora una delle cose migliori che io abbia mai scritto. Rocchi purtroppo è morto qualche anno fa ma, come capita a tutti i grandi artisti, lascia la sua arte e le sue riflessioni che, credo, possano avere carattere di universalità e attualità anche se sono passati più di 20 anni da quando realizzai l’intervista. Eccola…

Un’intervista a Claudio Rocchi non poteva certo ridursi a un semplice botta e risposta sulla sua carriera e sulla sua musica. E infatti ben presto si è allargata divenendo una sorta di chiacchierata sia sulle molteplici attività di un uomo che, per sua stessa ammissione, ha vissuto 4 vite diverse negli ultimi 50 anni, sia su altri aspetti più generali di carattere filosofico, artistico e chi più ne ha più ne metta. In pratica qualcosa di molto simile a ciò che è successo al concerto dello scorso mese di ottobre (2003) Brescia che, di fatto, ha originato questa intervista. Un concerto che, da subito, è divenuto qualcosa d’altro: una performance che ha incluso letture, monologhi, proiezioni di filmati e riflessioni su alcuni fra i molteplici aspetti del nostro esistere. E qui di seguito c’è il fedele resoconto di una lunga chiacchierata, avvenuta qualche giorno dopo il concerto, presso la splendida casa milanese di Claudio Rocchi. Durante l’intervista spesso si è divagato e il lettore mi perdonerà se ho voluto riportare quasi tutto integralmente, nella convinzione che, per comprendere al meglio la personalità di questo affascinante personaggio, sia anche necessario seguirlo nelle sue riflessioni a 360° sui temi più disparati.

– MZ: Partiamo dal concerto di Brescia. Vorrei sapere le impressioni che ne hai ricavato e se una simile esibizione può essere considerata come un evento unico o se, al contrario, hai svolto altri “incontri” di questo genere…

CR: Ho ripreso a sentirmi disponibile per il palco dalla primavera del 2002 e da allora ho fatto una ventina di date. La gestione dei miei concerti è comunque attraverso il mio sito (www.claudiorocchi.com ndr) e quindi mi esibisco solo quando qualcuno mi contatta. Non abbiamo sempre utilizzato la stessa formula di Brescia perché con noi all’inizio c’era una ragazza cantante/danzatrice. Ultimamente la formula è un po’ cambiata con l’introduzione dei readings, vale a dire letture dal mio libretto appena pubblicato.

– Stai lavorando anche a nuove composizioni?

Ora sto principalmente lavorando al montaggio del film che ho appena girato

– Parlami allora di questo film, dal titolo Pedra Mendalza e del libro, intitolato Le sorprese non amano annunciarsi sono un gruppo rock di fanciulle suonanonude e sono bellissime, che hai appena pubblicato..

Il film e il libro sono quasi gemelli perché sono nati insieme nel maggio di quest’anno. In due settimane, infatti, ho scritto la sceneggiatura del film e poi, appena finito di scriverla, mi ha contattato un amico di Trieste, che apriva una nuova casa editrice chiamata Jubal, chiedendomi se avevo qualche testo da dargli per pubblicarlo. Allora ho messo insieme un po’ di testi scritti nell’arco degli ultimi 7-8 anni e ne è venuto fuori il libretto. Entrambi dunque sono nati nel mese di maggio. Dopodiché il libro è andato in stampa e il film l’abbiamo girato. In questi giorni comincerò a sedermi per visionare le 20 ore di girato digitale e le 20mila fotografie digitali scattate da cui trarre la storia.

– Di cosa tratterà il film?

Si tratta di un storia che ha a che fare con la circolarità del tempo e la natura spesso serendipica degli eventi, per cui vai da una parte e non trovi quello che cerchi, ma trovi qualcos’altro che non cercavi. Tratta di una sorta di viaggio iniziatico-psicomagicoliberatorio per la protagonista che ha un’avventura sorprendente in uno scenario che parte a Milano, zona Navigli, e si sviluppa fino al compimento in Sardegna in una realtà archeologica, prenuragica, magica.

– Quando conti di finire il tutto?

Vorrei riuscire entro fine anno in modo da averlo disponibile per l’iscrizione a tutti i festival della stagione 2004, ovviamente nel settore competente, che è quello di un cinema indipendente, mi auguro d’autore, di nicchia.

– E’ la tua prima esperienza cinematografica vero?

Sì, soprattutto anche come produttore. Perciò la sto vivendo con grande intensità.

– Tornando al libro credo che sia un’opera un po’ particolare che, a una prima lettura, può risultare un po’ spiazzante

Cioè?

– Mi pare possa essere considerato come una sorta di via di mezzo fra la prosa e la poesia…

Difatti, è preciso. Io ho fatto proprio una scelta di linguaggio che è quella di abolire la punteggiatura. E non essendoci virgole, due punti o punti e virgola, teoricamente una lettura corretta è di andare dritti finché c’è un punto. E questo dovrebbe dare un ritmo che è vicino a quello di una scansione metrica e poetica. Difatti io l’ho scritto così, andando sui tempi del cuore che, almeno di solito, sono più poetici che in prosa.

– Pensando a una possibile recensione del libro mi è venuto in mente l’aggettivo “psichedelico”. Secondo te ci può stare?

Ci può stare certamente. Nell’accezione etimologica psichedelia significa espansione della psiche. Per cui di sicuro quelle note sono frutto di espansione della mia psiche e può darsi che la lettura indotta, cui io costringo senza la punteggiatura, possa risultare in qualche modo insolita, non abitudinaria e quindi aggiungere qualcosa al patrimonio esperienziale medio di chi legge.

– Volevo ora fare un piccolo excursus sulla tua carriera musicale. Quali sono, ad esempio, i dischi cui sei più affezionato?

Nel primo periodo di “canzoni” il mio preferito è Essenza, che è anche il mio favorito in assoluto. Proprio adesso sto anche recuperando alcuni pezzi di quel periodo per i prossimi concerti. Di tutte le varie esperienze fuori dalla forma canzone il mio favorito in assoluto è Suoni di frontiera che è un disco solo di frammenti di musica elettronica senza parole, senza forma canzone. Oltre a questi vorrei citare i ¾ di un altro CD che ho intitolato I Think You Heard Me Right che è una raccolta di cose miste prese da un archivio di inediti. Questi ¾ sono episodi strumentali per me assimilabili alla ricerca di Suoni di frontiera, che è anche un po’ la linea verso cui sto andando per la colonna sonora del film che, al momento, anche se strada facendo tutto può cambiare, immagino sarà largamente elettronica.

– Le numerose ristampe di dischi tuoi, avvenute in questo ultimo periodo, immagino che ti facciano piacere…..

Certo. Mi auguro solo che la BMG (che so essere molto soddisfatta di come è andata la prima collezione progressive, a tal punto che, da un episodio isolato come si pensava che fosse, ne hanno fatta una seconda collana, ristampando di nuovo anche la prima) vada avanti e arrivi a ristampare anche gli altri. Soprattutto gli ultimi due del catalogo di proprietà della BMG, che ti ho detto prima e che sono i miei preferiti. In mezzo, a dire il vero, c’è stato anche Rocchi, un disco molto strano, fatto in casa, semisperimentale, che dubito sia ripubblicato, se non sul filone di questa ondata di ristampe progressive. Penso che La norma del cielo, che già era stato ristampato alcuni anni fa, abbia buone possibilità di uscire. Più difficile è che vadano avanti con Essenza, Il miele dei pianeti le isole le api, Rocchi e Suoni di frontiera, con cui finisce il catalogo dell’Ariston di allora che oggi è della BMG. I successivi sono quelli pubblicati allora dalla Cramps che stanno riuscendo oggi grazie alla Edel. Un altro che meriterebbe la ripubblicazione è il mio disco con la Polygram del 1994, intitolato Claudio Rocchi. Si tratta di un disco cui sono particolarmente legato, anche perché è quello del ritorno. Guardandolo in retrospettiva devo dire che certi episodi, grazie anche alla coproduzione di Lucio Fabbri, secondo me, sentiti ora, hanno un sapore un po’ troppo pop, cosa che mi dà un po’ fastidio devo dire.

– Credo che un esempio di questo possa essere la canzone Sto con me che hai eseguito anche a Brescia e che nella versione con due chitarre acustiche mi sembra assai migliore di quella presente sul disco….

Non c’è dubbio, anche a me piace molto di più! Puoi perciò immaginare che dietro a quei pezzi c’erano delle scritture che poi non sono rimaste e che sono diventate altro e di questo non sono particolarmente felice. Però sono invece molto felice di altri pezzi di quel disco. Tutto sommato il primo brano lungo, Tutto passa con la citazione di Volo magico è un ottimo lavoro. Soprattutto, e di questo bisogna dare molto credito a Lucio e ai tecnici, credo che i suoni di quel disco siano veramente notevoli. Mi piace molto anche l’episodio con Alice, L’umana nostalgia. Questo nonostante Alice, per me in modo inspiegabile, l’abbia praticamente rinnegato inibendomi qualsiasi utilizzo che non fosse quello di stare all’interno dell’album.

– Come mai?

Non lo so. Siamo nel campo dei corsi e ricorsi, giri e rigiri della mente umana. La

Bhagavadgita dice che è più facile fermare il vento con le mani che controllare la

mente, per cui da un momento di grande amicizia e intimità artistica, girato l’interruttore della mente il giorno dopo, è come se quel lavoro si fosse dovuto buttare nel cestino. E’ un peccato, perché quel pezzo mi piace molto ancora oggi.

– Una delle canzoni migliori del disco secondo me è Fuoco…..

Forse è la cosa del disco tutto sommato più vicina a un tipo di approccio allo strumentale e al suono che sta dalla parte della musica elettronica. Ci sono alcune invenzioni e campionamenti davvero interessanti. Un paio di pezzi invece mi fanno davvero rabbrividire per quanto suonano pop come, ad esempio, Buona fortuna. Però, se avrai occasione di sentirli in uno spirito diverso, fatti come sono stati scritti, immagino che possano risultare sicuramente più omogenei con la mia produzione. Per finire non posso non citare un disco fuori del circuito ufficiale, Un gusto superiore, che comunque è stato un lavoro importantissimo che ha avuto un successo in distribuzione davvero esagerato. Veniva venduto porta a porta dai buoni devoti Hare Krsna per i quali è stato prodotto da me e Paolo Tofani. L’abbiamo fatto in tre versioni: italiano, spagnolo e inglese. A proposito di Tofani spero di poterlo incontrare presto. Mi hanno segnalato che è appena rientrato in Italia e che ancora è all’interno dell’esperienza bhakti-yoga. Questi dunque i miei preferiti. Forse, al prossimo disco, riuscirò finalmente a trovare il giusto equilibrio fra elettronica e canzoni.

– Facciamo ora un piccolo tuffo nel passato. Puoi parlarmi della tua esperienza con gli Stormy Six, gruppo che personalmente amo tantissimo?

Forse tu apprezzi il gruppo che è nato dopo la mia fuoriuscita…..

– Vero. Però le tue canzoni, come ad esempio Ramo e Sotto i portici di marmo, contenute nel primo disco del gruppo, sono probabilmente le migliori dell’album….

Sotto i portici di marmo, a proposito, la sto, al momento, riprendendo in mano per suonarla nei prossimi concerti. Gli Stormy Six hanno comunque rappresentato un pezzo di vita molto bello. Quelli che conosco io sono un gruppetto di giovanissimi studenti che, chissà per quali motivi, già fa dischi post-beat, se vuoi, quasi pre-rock. Infatti, se vado a risentire quel disco oggi c’è la batteria di Toto Zanuso, ad esempio, che è completamente beat per il modo in cui era trattata, suonata e registrata. Con loro ho vissuto una stagione molto bella e intensa di amicizia e di molti concerti, soprattutto in un circuito privato di feste private o aziendali. Non so per quale motivo il nostro impresario di allora ci trovava queste date fuori dai circuiti. Raramente suonavamo nei locali. L’avventura con il gruppo si è conclusa poco dopo quell’album Le idee di oggi per la musica di domani. Già nel disco erano contenuti pezzi miei e io lavoravo anche come autore all’Ariston, che era la nostra casa discografica, e, visto che alla responsabile delle edizioni i miei pezzi interessavano, mi ha chiesto se volevo fare un album di miei pezzi. Io naturalmente l’ho fatto, ed era Viaggio. E da lì è iniziata tutta la mia avventura. Viaggio viene ristampato adesso, e sono la bellezza di 34 anni…..

– Cominci a sentirti invecchiato?

Per niente. Per fortuna ho iniziato molto giovane. Comunque non mi ci sento proprio vecchio. Credo nel tempo circolare e poi sono benedetto da molte fortune. Posso dire che mi sento grato al divenire, all’esistenza e alla vita. Ci sono stati attraversamenti intensi e anche molto disomogenei. Mi sembra davvero di aver vissuto molte vite soltanto in quest’ultima, senza stare a scomodare la reincarnazione. Tanto per semplificare mi viene in mente una prima vita da studente fino ai 19 anni; una seconda vita da cantante/musicista fino ai 29 anni; una terza vita da aspirante santo praticante monaco bhakti-yoga induista fino ai 43 anni; e ora sto vivendo la mia quarta vita da rientrato nel mondo. Chissà se sarà l’ultima o ce ne sarà una quinta….

– Ma come è nato il tuo interesse per le filosofie orientali?

E’ nato dal mio interesse per la filosofia in genere. Io facevo Filosofia alla Statale di Milano studiando la filosofia occidentale. Ma i miei interessi musicali e artistici mi hanno avvicinato all’Oriente, e quindi anche alle filosofie orientali, in particolare al Taoismo prima e all’Induismo dopo, mentre al Buddhismo solo molto marginalmente. Quest’ultimo non è mai stato il mio mondo di ricerca, anche perché assomiglia molto, dal mio punto di vista, a un Induismo declinato un po’ diversamente. Ci sono infatti molti settori e iconografie, nei pantheon di riferimento, perfettamente sovrapponibili. All’inizio comunque era un interesse puramente conoscitivo. Del resto tutti, anche senza studiare filosofia, si pongono domande del tipo “come si fa a soffrire di meno o a non soffrire?”. Guarda caso questo è il drive principale di tutti i sistemi filosofici e conoscitivi. A furia poi di studiare e di trovare, senza difficoltà, risonanze, a un certo punto mi sono detto letteralmente che non avrebbe avuto ulteriore senso continuare a studiare e basta. Sarebbe stato come continuare a leccare un barattolo di marmellata dal di fuori e quindi sentire continuamente sapore di vetro. Se poi tu scambi il sapore di vetro con quello della marmellata che è contenuta nel barattolo allora sei pazzo…

– Hai dunque deciso di togliere il coperchio?

Più che altro ho deciso di tuffarmi dentro e di fare un’esperienza dal di dentro. Questo perché a farle dal di fuori, non riuscivo a sentire altro che sapore di vetro. Mentre invece, buttandomi dentro, posso testimoniarti di aver assaggiato molte diverse marmellate arrivando poi, dopo un lungo ciclo di tre lustri, ad avere voglia di tornare nel mondo, visto che quella era stata a tutti gli effetti una vera e propria uscita dal mondo stesso. E al mio ritorno sono stato accolto con un sorriso. Mi ha sorriso Radio Rai, ad esempio, visto che appena rientrato, c’era un remake di Per voi giovani su cui sono saltato al volo e poi una serie di programmi, che ricordo con molta intensità e piacere, come Radio Starship per Radio Due. Poi ho scritto su varie riviste, musicali e non. In pratica i miei soliti modi di vita espressivi e di lavoro.

– E anche nelle tue esibizioni tendi a mischiare molto queste cose….

Infatti. I readings possono essere considerati come delle cose semiradiofoniche. E poi ho introdotto anche l’utilizzo di filmati anche se non è del tutto vero che sia un’idea recente. Già nel 1975, credo, giravo in Super 8 dei documenti che utilizzavo quando facevo degli interventi, che non erano più concerti, nel periodo del “basta canzoni”. Andavo in giro con una performance di stampo misto proiettando i miei filmini Super 8 esattamente come adesso proietto i video montati, usavo i sintetizzatori, i registratori. Il tutto in una performance che si chiamava Mirage, di cui si può trovare traccia anche nel mio sito, fatta in un modo che, tutto sommato, assomiglia molto a quello che sto facendo adesso.

– Dunque non è un’idea di questi ultimi tempi….

No. E questo per dire che usare i vari linguaggi, proprio in senso creativo, è sempre stato un mio pallino. Recentemente poi ho recuperato anche il mio amico fotografo Gabriele Di Bartolo. Sue sono le 20 mila fotografie digitali del film Pedra Mendalza e sue anche le fotografie di un magazine che abbiamo fatto l’inverno scorso per Raisat Milano Music Magazine, una sorta di rivista settimanale sui mondi della musica milanese. E’ da lì che ci è venuta l’idea di fare un film, perché alla fine di questo magazine ho visto che, facendo lui foto e girando io in digitale, si poteva gestire un prodotto misto. Da lì è nata la storia e la sceneggiatura che ci ha portato a fare questa avventura l’estate scorsa in Sardegna. Io credo davvero che abbiamo girato una storia bellissima soprattutto perché fatta con pezzi di cuore di tutti quelli che hanno partecipato. Tutti i tecnici, attori, truccatrici, cuoca, tutti quelli del gruppo sono venuti per amore, affascinati sia dalla storia sia dall’idea di andare a vedere dei posti in Sardegna veramente non noti che non c’entrano niente con la Sardegna turistica, con la Costa Smeralda e con quelle follie. Anzi, sono esattamente il contrario. Sono dei pezzi di realtà sarda ancora storicamente e culturalmente sarda e direi anche magicamente sarda, in senso proprio sciamanico. C’è una cultura in Sardegna di tradizioni popolari, testimoniata da studiosi locali molto preparati, cui ho attinto abbondantemente per le bibliografie di riferimento. Sono comunque i mondi della Sardegna addirittura prenuragica, che porta avanti tradizioni che sono assimilabili completamente ai mondi sciamanici di altre parti d’Europa. Giusto per dire che il rapporto con il cosiddetto magico, sciamanico, trasformativo, coi linguaggi di certe esperienze che si potrebbero perfino definire tantriche, sono trasversali su tutto il pianeta. Ci sono certe esperienze che culturalmente vengono classificate come centro-americane , dove c’è una scuola sciamanico-visionaria particolare, che è quella più nota nel mondo dagli insegnamenti di Castaneda. Va detto però che Castaneda è il più “pop” di tutti. Quelli undergound indipendenti della zona sono invece di gran lunga i migliori, anche se poi di solito è solo la schiuma pop-commerciale che emerge. Un’altra scuola, completamente diversa però identica è quella che, da una parte, ha radici siberiane-tibetane-mongoliche e che poi è assolutamente identica e sovrapposta a quella cosiddetta nativo-americana dei pellerossa. Questo può anche dipendere dal fatto che una buona metà dei popoli nativoamericani (l’altra metà viene dal Centro America) viene dall’Asia, dallo stretto di Bering e dai viaggi che sicuramente hanno fatto impiantando sistemi cosmogonici assai simili. Due popoli in particolare, i Lakota (o Sioux) e i Navajos hanno cosmogonie perfettamente sovrapponibili a quelle tibetane e quindi anche modi, sistemi di riferimento e tradizioni identiche. Ci sono poi tutti i mondi oceanici, polinesiani, hawaiani che sono ancora di un altro ceppo eppure sostanzialmente identici.

– Viene da dire che, in fondo, gli esseri umani, sono gli stessi in ogni parte del mondo….

Certo. C’è anche qualcuno che dice, in virtù di queste conoscenze, che gli esseri umani sono frutto di diversi atterraggi di UFO, di genti simili che sono sbarcate con le stesse culture, in diverse zone del pianeta lasciando dei semi che poi la storia ha cancellato, nascosto e stravolto. Perciò sembra che siano diversi ceppi nel pianeta Terra, ma a me risulta molto credibile che siano tutti lo stesso ceppo poi tripartito. Una suggestiva ipotesi è che questa tripartizione sia dovuta a sistemi non terrestri. Fra l’altro c’è un’altra curiosissima traccia non terrestre su questo pianeta. Si trova in Africa presso il popolo dei Dogon.

– Quelli che conoscevano l’esistenza della stella Sirio?

Esattamente. Come vedi, ci sono molte tracce che, a non volerle trascurare, sono significanti a favore di una circolazione universale molto più allargata di quella che può essere dal Polo Nord al Polo Sud del pianeta Terra.

– Facciamo di nuovo un passo indietro. Negli Anni Settanta c’è stato un vero e proprio fermento dal punto di vista musicale. Tu che ne sei stato protagonista puoi raccontare che tipo di atmosfera si respirava?

Sono stati un momento straordinario. A tutt’oggi mi sembra che, come rapporto qualità-prezzo per così dire, fra ispirazione e mercato, siano ancora non ripetuti nella storia recente. Gli anni Settanta italiani, in particolare, sono figli, dei Sessanta angloamericani. Non c’è nessuno dei modelli italiani che non sia riferibile a qualche altro modello anglo-americano. I miei, ad esempio, furono Roy Harper soprattutto, poi i Byrds e implicitamente e ovviamente anche Dylan e Donovan. Magari, dal mio punto di vista, forse più Donovan perché è stato di certo meno clonato rispetto a Dylan. Ritornando alle origini, non so Roy Harper che radici possa avere, però, se mai ha delle radici di somma, sono senz’altro miste con qualche parte di Dylan e qualche parte di Donovan, ma anche con qualche parte dei Pink Floyd e di Syd Barrett e dei mondi inglesi allucinati e visionari di quel momento. Comunque Roy Harper era veramente un grande. Io l’ho visto, l’ho amato e l’ho ascoltato sia su disco che dal vivo e quindi a lui do un credito importante perché mi ha fatto vedere un modo inedito di fare il folksinger, un termine che qui da noi è stato declinato dopo col termine cantautore. Sulle note di copertina di Viaggio ancora adesso giustamente si dice che, a quel tempo, i cantautori erano Endrigo, Paoli e Bindi non esistevano altri.

– Forse solo De André…

Certo. Ma la generazione, diciamo così, più moderna, è arrivata dopo di me. Di questo devo dare credito più che a me stesso ai viaggi che facevo frequentemente a Londra ogni volta che potevo, da studente e bassista degli Stormy Six. Ci andavo perché mi piaceva molto e perché mi sembrava di andare dieci anni in avanti con un’ora di aereo. E così, al contrario, tornando in Italia, mi sembrava di atterrare dieci anni più indietro. E vedere con una certa frequenza nei club inglesi o nei vari festival tutto questo mondo di inglesi esageratamente evoluti musicalmente, nessuno escluso, mi ha certamente influenzato. Ricordo di avere visto i Van Der Graaf Generator per la prima volta alla Roundhouse nel 1970, prima che fossero noti in Italia, in cui fra l’altro furono poi più famosi che in Inghilterra. E poi vidi anche Peter Hammill da solo, con la chitarra acustica, sempre in quel periodo. Ad ogni concerto che vivevo allora, ad ogni artista visto on stage in quei giorni, posso dare qualche pezzo di credito perché proprio era come un’ispirazione totale. Anche le più impensabili, ad esempio. Per dirti, Rory Gallagher con i suoi Taste. Un grandissimo chitarrista, molto più sconosciuto di personaggi più acclamati come Clapton o Beck, ma che era un mostro di bravura. Ebbene lui, grande chitarrista elettrico, a volte faceva dei set solamente acustici, che mi hanno colpito perché mi hanno fatto vedere quanto potevano essere intensi e vasti i mondi di espressione acustici. Anche a lui dunque va un credito. E poi anche un credito a tutta la scuola di fine anni Cinquanta, primi Sessanta della musica moderna e contemporanea.

– Dei famosi corrieri cosmici tedeschi che mi dici?

Loro hanno preso un’onda interessantissima. Ma poi è grazie a loro, o per colpa loro se vuoi, che si è evoluto il mondo dei “tumpa-tumpa”, tutta la disco dance, trance e quel mondo lì che, per le parti più illuminate, è una ricerca interessantissima ancora oggi, ma per le parti più volgari è un tremendo inquinacoscienze.

– Che ne pensi della scena musicale attuale? Ritieni che ci sia ancora spazio per una proposta come la tua?

Ci sono alcuni talenti esagerati nel presente, ancora non noti. Guardando in Inghilterra, ad esempio, mi ha colpito tantissimo un inglese che si chiama Jont che ha una scrittura un po’ alla John Martyn. E’ un ragazzo giovanissimo, londinese, che mi è capitato di vedere a Milano. L’ho incontrato e intervistato alla Casa 139 in via Ripamonti, un club dove fanno programmazioni spesso interessanti. E’ un folksinger, poeta davvero esagerato, e un chitarrista sullo stile un po’ proprio di John Martyn. Conosco un ragazzo norvegese, Terje Norgarden, che ha fatto un primo disco in Italia con un’etichetta indipendente e che, tra l’altro, partecipa anche al mio film. E l’ho voluto perché lo considero veramente bravissimo. Poi sai tutti questi della nuova generazione sono un po’ nipoti di Jeff Buckley che, a sua volta, è figlio di Tim Buckley che, a sua volta, è figlio anche lui in qualche modo di Dylan. Per farla breve tutto si ricollega a quel decennio 1962-1972 dove è successo tutto in termini musicali ed è successo a sufficienza perché ancora molta di quella musica sia viva e sia ristampata e, soprattutto, sia origine di ispirazione per musicisti di generazioni successive. Per cui adesso si può fare tranquillamente un gioco: tiri fuori le carte della musica degli Anni Novanta e poi le associ alle sorgenti originarie.

– Non trovi che la cultura musicale di oggi sia molto bassa? Molti dei concerti veramente validi, fra cui anche i tuoi, sono frequentati davvero da un pubblico assai poco numeroso…..

Non sempre però. Ieri, ad esempio, sono stato a vedere Bob Dylan e c’era molta gente, nonostante lui faccia di tutto per non concedere nulla al pubblico, in un modo che io capisco perfettamente poiché, anch’io, a modo mio e fatte le debite proporzioni, ho vissuto una sindrome simile. Quando non ce la si fa più a riproporre le canzoni che ti chiedono e che vogliono sentire da te, l’unica strada possibile è di farle in un altro modo, che la gente magari non conosce e non identifica e quindi stenta anche ad amare. Però dal punto di vista di chi le ha scritte è l’unico modo per potercisi riavvicinare. Io ricordo molte volte di aver stravolto pezzi miei storici perché non ce la facevo più a essere sufficientemente ed energeticamente sincero nel risuonare una cosa che è d’abitudine e di mestiere e che hai suonato migliaia di volte nello stesso modo. Per cui apprezzo grandemente chi stravolge le proprie cose a questo modo, così come apprezzo grandemente chi è in grado di improvvisare, cosa che non è molto diffusa come linguaggio espressivo nei mondi della musica. E’ più diffusa, ad esempio, nei mondi della poesia. Per tornare in Sardegna c’è una tradizione di improvvisazione e di poeti che fanno delle gare. Su uno schema metrico prestabilito si improvvisa finché qualcuno non ce la fa più. A me invece piace molto improvvisare.

– La tua entrata a sorpresa a Brescia dal retro del teatro e il successivo divertente monologo vanno dunque intesi in questo senso?

Certo, quella era totalmente improvvisata e queste sono le cose che mi fanno divertire e mi hanno fatto tornare voglia di misurarmi con il pubblico anche perché un ritorno sul palco solamente per rifare le vecchie canzoni avrebbe avuto davvero poco senso. Invece rifarle in modo nuovo, condirle con contributi del presente e improvvisare mi ha fatto tornare la voglia. Fra l’altro l’improvvisazione qualche volta prende molto più tempo del pezzetto iniziale di Brescia.

– Cosa è per te il rock progressivo? E’ una definizione che è arrivata successivamente oppure già vi definivate come tali?

Mi fai venire una curiosità. Fino a un certo punto non lo si chiamava così, però, a un certo punto, io, mi pare assieme a qualcun altro ma non ne sono sicuro, abbiamo proposto all’Ariston di fare una label separata. Si chiamava Produzione Gnomo e il logo era simile a quello dei Gentle Giant e fra le due mani, se non ricordo male, gli abbiamo messo la scrittina progressive. Comunque adesso controlliamo (Claudio si alza e mette mano a un baule contenente copie delle prime edizioni viniliche dei suoi dischi. Dopo un po’ ne esce con una copia di Volo Magico in cui sull’etichetta interna al disco è presente proprio lo gnomo cui faceva riferimento e la scrittina progressive ndr). Quello che si può dire, dunque, è che non so da dove viene questa definizione di progressive. Ma è certo che nel 1970 consigliai io personalmente, ma può darsi che fosse coinvolto anche Massimo Villa (il bassista che mi ha sostituito negli Stormy Six, che era mio amico e collega a Radio Rai, e con cui ho sicuramente discusso della cosa) di fare un’etichetta per i dischi più intelligenti, non pop, dell’Ariston, che si chiamava produzione Gnomo con la scritta progressive. Non so poi se qualcuno l’ha preso da lì o se è stata un’epidemia collettiva che in più parti del mondo ha preso come un’influenza varie persone.

– Abbiamo scoperto come è nato ma, a tuo parere, il progressive è morto già negli anni Settanta?

Pensa che io non ho nemmeno capito esattamente perché mi hanno messo dentro il progressive. Per il poco che ho capito del progressive mi sembra che i gruppi italiani di allora tipo PFM, Banco e tutti gli altri, facessero musica, io la chiamo volumetrica, piena di varianti, variazioni, temi, controtemi, riprese, overture, molto frammentata secondo me. E dunque in quella definizione non mi ci ritrovo per niente anche se, bontà loro, gli studiosi di quel periodo, mi ci inseriscono. L’episodio unico mio che potrebbe essere assimilato ai linguaggi del progressive è la suite di Volo magico perché è lunga come un classico episodio progressive. Però quello che ho cercato di fare io è di farla crescere dritta dritta dall’inizio alla fine senza mai frammentarla in cambiamenti, sincopi, rotture che erano quei linguaggi esagerati, velocissimi, da grandi musicisti, quali erano alcuni dei gruppi di quel tempo. Questi però, per la mia visione un po’ più psichedelica, rilassata e contemplativa, erano troppo frammentati. Se vado qualche anno indietro mi ricordo che lo stesso effetto me lo faceva un gruppo, straordinario peraltro, che però io non ho mai amato molto: i Soft Machine. Erano sicuramente straordinari, ma con un approccio ritmico e di linguaggio molto frammentato, sincopato e veloce, con tempi molto serrati. Io invece ero più per un’idea di un tempo molto largo, molto lungo.

– Un po’ quello che ha fatto Robert Wyatt qualche anno dopo la sua fuoriuscita dai Soft Machine…..

Esatto. Di certo grazie anche a quell’esperienza così frammentata coi Soft Machine si è aperto poi a un altro tipo di esperienza. Un altro maestro storico del genere, anche se un po’ impropriamente, è, a mio parere, Frank Zappa che, allo stesso modo, ha inventato questo linguaggio quasi teatrale così vario e vasto. In Italia credo si sia sviluppato un bel movimento, però solo dopo l’avvento dei Genesis che poi sono la vera matrice e radice di quel mondo lì. Non so poi se esista qualcuno prima e da dove parta chi studia il progressive…..

– C’è chi fa risalire le origini, o comunque le prime avvisaglie, addirittura ai Procol Harum e ai Moody Blues….

Certo i Moody Blues hanno fatto delle cose straordinarie e in un certo senso ci può stare.

– Ho sentito qualcuno parlare addirittura di Sgt. Pepper’s….

Vabbè, allora tutto. In quest’ottica anche Tommy è progressive. Certo uno degli elementi del progressive è quello del concept, del raccontare una storia attraverso vari pezzi e in quel senso possono starci anche i Moody Blues, però non più di tanto, anche perché il periodo sinfonico, col mellotron, è già successivo. Quando penso a tutti quei gruppi inglesi mi piace ricordarmeli nelle loro origini. Tutte le trasformazioni e crescite successive sono sviluppi importanti e personali ma non punti di partenza. Certo i punti di partenza non finiscono mai. Vai a vedere ad esempio i Them di Van Morrison e vuoi che non avessero radici nel blues nel modo in cui cantava lui o usava l’armonica? Qualcun altro dice che Dylan è caposcuola. Ma perché non puoi, ad esempio, andare a vedere Johnny Cash e poi Muddy Waters e poi i canti di lavoro e così via. E allora va a finire che per il blues arrivi in Africa a cercare le radici e poi ti fermi in qualche villaggio dove suonavano i tamburi. E per i mondi celtici arrivi ai trovatori. Per cui come vedi è complicato trovare radici. Poi il mio amico Walter Maioli è andato così in là nella ricerca di radici che ora fa una ricerca, tral’altro con piglio e serietà da etnomusicologo, attraversando prima tutti i mondi della romanità e della musica latina; poi quella egiziana da cui quella latina in una certa misura proviene; e ora studiando la musica etrusca. E certe ricerche che fa Walter adesso sono così evolute tanto da fargli utilizzare lo slogan di “Ritorno al futuro”. Ed è davvero così. Ci sono degli approcci ai mondi sonori che vengono da culture e da storie di migliaia di anni precedenti che sono evolute e sottili come certe ricerche d’avanguardia di adesso. Tu senti un pezzo da 16 tracce sovrapposte di sistro, che è uno strumento tipo un cembalino, che si suona come un tamburello con i piattini del rock, e ne viene fuori una suite elettronica. Il campo di frequenze interessato è così vasto, così alto e così risonante che soltanto la musica elettronica può fare qualcosa di simile. Quindi diciamo pure che tutto è gloriosamente Uno.

– E che alla fine un pezzo musicale altro non è che un’opera d’arte…..

E quindi passa per il cuore, per l’ispirazione, e quindi è nel presente

– Anche perché, di fatto, passato e futuro non esistono, esiste solo il presente….

Non c’è dubbio. Anche in dimensioni apparentemente accostate e parallele. Mi spiego: nello stesso luogo e nello stesso tempo sono presenti tutti i tempi di quel luogo apparente e di quel tempo apparente. In realtà dunque non esistono né lo spazio né il tempo, nel modo in cui sono concepiti tradizionalmente.

E con questa affermazione si è chiusa la nostra chiacchierata, almeno quella immortalata sul registratore portatile. Ne è venuta fuori l’immagine di un artista disponibile, curioso e piacevolmente logorroico con cui non si corre certo il rischio di annoiarsi. Il consiglio dunque è di andare a vederlo on stage se capita dalle vostre parti. La performance dura oltre due ore ma nessuno, almeno a Brescia, si è accorto del passare del tempo. Ma di questo c’è poco da meravigliarsi, dato che il tempo, come dice lo stesso Rocchi, è circolare...

Libere Menti Valchiavenna relazione 2024

Nel 2022, assieme ad alcune altre meravigliose (e libere) persone abbiamo fondato un’associazione denominata Libere Menti Valchiavenna. Da allora abbiamo fatto molti passi avanti. Qui di seguito la mia relazione in qualità di presidente alla seconda assemblea dell’associazione nel 2024

Buonasera a tutti e grazie di essere intervenuti.

Ci troviamo qui per la seconda assemblea ordinaria dell’associazione e, se un anno fa, era stato facile comporre questa relazione, oggi invece mi risulta un po’ più complesso farlo senza essere ripetitivo. Quindi, se qualche volta lo sarò, vi prego di perdonarmi in anticipo. Questo secondo anno è stato particolarmente intenso, con tantissimi eventi proposti, che voglio elencare uno ad uno. Pochi giorni dopo l’assemblea dello scorso anno ci siamo ritrovati al cinema Victoria di Chiavenna per un interessantissimo incontro col biologo molecolare Guerra sul tema del transumanesimo e dell’identità digitale. Dopo la pausa estiva abbiamo ripreso col botto, invitando il giornalista Matteo Gracis, sempre al Victoria, con cui abbiamo registrato il tutto esaurito. Permettetemi qui di fare una breve divagazione. Siamo realmente grati allo staff del gruppo che gestisce il Victoria per tutte le volte che ci ha ospitato. Purtroppo quella sembra essere l’unica location di certe dimensioni a essere disponibile a concederci la sala. L’altra struttura paragonabile nella realtà valchiavennasca, che ci aveva ospitato un paio di volte agli albori delle nostre iniziative, sembra non essere più disponibile. Ogni volta, alle nostre richieste, ci vengono opposte motivazioni differenti per il diniego della sala, alcune francamente vaghe e poco convincenti. Semplici coincidenze? Forse. Quel che però è certo che in determinati ambienti siamo visti come il fumo negli occhi. Una cosa che naturalmente non ci sorprende e che, da un certo punto di vista, ci inorgoglisce anche un po’ e ci fa pensare di essere sulla strada giusta. Dopo il successo strepitoso con Gracis abbiamo proposto “Ithaka”, il documentario sulla vicenda di Julian Assange. Purtroppo, al primo colpo, per un problema tecnico non risolvibile in poche ore, abbiamo dovuto posticipare la serata. Serata che però, al secondo tentativo, è perfettamente riuscita e ci ha permesso di approfondire una vicenda che anche in questi giorni è tornata alla ribalta delle cronache. In quell’occasione abbiamo avuto anche la possibilità di collegarci, via web, con il cognato di Assange che ci ha fornito alcuni spunti dall’interno sulla questione. Non credo che molte altre realtà locali siano state in grado di proporre un approfondimento di questo livello su una tematica così rilevante e, almeno in parte, nascosta dai media mainstream. Un approfondimento che non sarebbe stato possibile senza l’aiuto della nostra socia Paola Dellamano che si è offerta di tradurre per il pubblico le parole dell’ospite. La ringraziamo davvero tanto per questo. In una location nuova, quella del polifunzionale di Verceia, abbiamo poi proposto l’incontro col giornalista Maurizio Martucci sul tema del 5G e dei rischi per la salute delle nuove tecnologie che si stanno sempre più sviluppando. Per questa occasione dobbiamo ringraziare la nostra socia Rossella Rampoldi per aver fatto da collegamento con l’ospite. L’incontro successivo, dopo uno a numero chiuso relativo a temi finanziari, è stato con la farmacista Silvia Zecca che ci ha illustrato i pericoli di un uso disinvolto ed eccessivo dei farmaci. E’ stata poi la volta del documentario “Non è andato tutto bene”, degno successore di “Invisibili” che in tre intense ore ha riassunto alla perfezione lo strazio e le incongruenze degli ultimi anni, a partire dalla pandemia Covid. Siamo particolarmente orgogliosi di essere riusciti, grazie agli introiti delle serate che abbiamo effettuato, a dare un contributo economico (ancorché piccolo) a un’opera che dovrebbe essere diffusa il più possibile. Infine, ultimo evento, un altro tutto esaurito al Victoria per Silver Nervuti. Questo quanto fatto durante l’ultimo anno. Come ho detto l’altra sera al cinema ora ci prendiamo una pausa estiva ma per l’autunno abbiamo già in cantiere diversi incontri di cui vi annunceremo a breve i dettagli. Esaurita la parte operativa, veniamo a quella, chiamiamola così, “filosofica” che, per mia formazione personale, mi è senz’altro quella più cara. Anzitutto voglio esprimere il grande affetto che mi lega personalmente a tutto il direttivo, composto da Davide, Roberto, Milva, Stefania e Tecla e dalla new entry (da un anno) Barbara (a proposito un grande plauso a lei, la cui spinta è stata fondamentale per le due serate di maggior successo, ovvero quelle con Gracis e Nervuti). Mi preme ribadire qui ancora con più forza un concetto che già dissi già lo scorso anno. Siamo infatti un gruppo totalmente eterogeneo per età, sesso (si può ancora dire?) estrazione sociale e culturale, convinzioni ideologiche e chi più ne ha più ne metta, da far sembrare impossibile collaborare proficuamente. E in effetti in quest’ultimo anno è anche capitato che avessimo discussioni, disaccordi anche di un certo rilievo ma, da questo, invece che esserne inquinati, abbiamo tratto maggiore forza e siamo riusciti a fare sintesi e a migliorare tutti assieme. Lo dissi anche lo scorso anno e lo ripeto adesso: difficile trovare un gruppo così affiatato, a dispetto delle differenze. Credo che il motivo vada ricercato proprio nel fatto che tali differenze siano la nostra reale forza, oltre al fatto che ormai è cresciuto l’affetto che ci lega. Certo il sottoscritto rimarrà un misantropo ritroso a ritrovarsi in gruppi numerosi e pessimista rispetto a un miglioramento complessivo della razza umana, mentre altri avranno un approccio più ottimista. Tutti però siamo convinti che il pensiero critico e la libertà siano due valori fondamentali e non negoziabili. Questo ci rende, forse, poco adatti alla società contemporanea che mira invece alla spersonalizzazione, all’infantilizzazione e al controllo della popolazione. Ma d’altra parte, come diceva Jidda Krishnamurti: “Non è un segno di buona salute mentale essere perfettamente adattati a una società malata”. Considerato il crescente successo dei nostri eventi direi che siamo in tanti a essere disadattati e, pur non avendo la presunzione di cambiare il mondo, è bello sapere che ci sono altre persone che non si adattano all’ubbidienza e all’infantilizzazione di cui sopra. Per conto nostro siamo intenzionati a continuare a non adattarci e a promuovere una modalità di azione e pensiero improntata al pensiero critico, alla responsabilità, alla crescita umana e intellettuale e alla libertà, speriamo con l’aiuto di tutti voi che invito a esprimere le vostre impressioni in questa occasione (e non solo).

Buoni pensieri (e azioni) liberi a tutti

Libere Menti Valchiavenna relazione 2023

Nel 2022, assieme ad alcune altre meravigliose (e libere) persone abbiamo fondato un’associazione denominata Libere Menti Valchiavenna. Da allora abbiamo fatto molti passi avanti. Qui di seguito la mia relazione in qualità di presidente alla prima assemblea dell’associazione nel 2023

Buonasera a tutti e grazie di essere intervenuti.

Ci troviamo qui per svolgere la prima Assemblea ordinaria della nostra associazione, a poco meno di un anno dalla sua fondazione. Un lasso temporale breve ma che, anche alla luce della velocità con cui si muove, purtroppo, la nostra società, è stato particolarmente intenso per tutti noi. Non sto a ripetere le finalità e le stelle polari che guidano la nostra associazione (il nome che abbiamo scelto dice già tutto) ma vorrei fare una veloce cronistoria degli eventi rilevanti dell’ultimo anno per il nostro sodalizio. Come già la maggior parte di voi sanno abbiamo iniziato a riunirci quasi casualmente. La genesi di tutto può essere fatta risalire a un’iniziativa della nostra consigliera Milva, che è venuta da me, coinvolgendo altri genitori, per fare un articolo sul grave disagio che vivevano gli adolescenti sottoposti al ricatto vaccinale per poter svolgere le attività sportive a cui erano iscritti. Da quella esperienza abbiamo continuato a riunirci e, anche grazie all’impegno del nostro vicepresidente Davide, siamo riusciti a far svolgere ai ragazzi alcune delle attività che gli erano state precluse dall’abominevole ricatto vaccinale. La seconda iniziativa è stata una lettera inviata ai dirigenti scolastici sul tema delle mascherine. Una presa di posizione che ha fatto molto rumore e che, almeno a mio parere, ha evidenziato la coda di paglia di molto personale della scuola che si è offeso e che non ha mai risposto direttamente, preferendo rivolgersi ai giornali. Il mondo della scuola è stato quello che probabilmente si è rivelato essere più deludente durante il periodo pandemico poiché, invece che insegnare indipendenza e pensiero critico, ha promosso unicamente omologazione, dogmatismo e inutile autoritarismo. Su questo credo che si debba riflettere molto profondamente sia come individui che all’interno dell’associazione, per valutare attentamente come rapportarsi in futuro con le istituzioni scolastiche.

Ma andiamo avanti: man mano che aumentava l’esigenza di promuovere ulteriori iniziative ci è parso chiaro che lo strutturarci in associazione era la modalità più consona. E così abbiamo fatto. Il nostro battesimo è stato, dopo pochissime settimane dalla creazione ufficiale di Libere Menti, con i meravigliosi spettacoli teatrali di Claudio Tomaello. Due eventi che ci hanno messo sulla cartina geografica della società valchiavennasca, il che sicuramente a molti non ha fatto piacere. Il secondo appuntamento organizzato è stato il convegno con i medici dell’associazione Jenner sugli effetti avversi delle inoculazioni anti Covid. In questa occasione erano stati invitati tutti gli amministratori pubblici, i farmacisti e i medici di medicina generale. Nessuno di loro si è presentato, non si sa se per paura o nel maldestro tentativo di affossare la nostra opera di divulgazione. All’inizio dell’anno scolastico, poi, quando ancora si riproponeva l’assurdo teatrino delle mascherine, abbiamo prodotto un corposo dossier (corredato da ricerche scientifiche e pareri legali) che è stato consegnato ad alcuni presidi. Non è servito a nulla all’atto pratico (ma alcuni di noi hanno tenuto a casa i propri figli finché le mascherine erano richieste per dare un segnale) ma almeno è rimasta traccia della nostra opposizione. Non solo su temi sanitari ci siamo concentrati. Il terzo evento è stato infatti, con il cantautore Rocco e il filosofo Viscusi sui pericoli del web e della digitalizzazione estrema cui stiamo andando incontro. Evento di successo anche questo a cui però non si è visto, di nuovo, nessuno degli amministratori che erano stati personalmente invitati. Il salto di qualità definitivo è arrivato con la proiezione al Victoria del documentario “Invisibili” a cui hanno partecipato più di 200 persone e alcune, purtroppo, abbiamo dovuto lasciarle fuori. Personalmente non ricordo una cosa simile al cinema teatro se non per gli spettacoli scolastici. Un evento particolarmente importante anche per la testimonianza dell’infermiera Patrizia Parolo e per gli interventi dei medici Cesa Bianchi e Pozzoli, che ringrazio. Infine abbiamo portato in valle don Emanuele Personeni, un prete coraggioso che ha saputo contestare l’atteggiamento della Chiesa durante la pandemia, per affrontare l’argomento anche dal punto di vista dei credenti. In particolare questi ultimi due eventi hanno creato parecchio malumore (oltre naturalmente a continuare a registrare la totale assenza di amministratori pubblici). C’è chi li ha definiti “raduni di disagiati”, come se raccontare la verità e la sofferenza di persone reali, disturbando i manovratori, sia sintomo di disagio e non invece di attenzione e approfondimento. Forse chi ha fatto simili affermazioni soffre di quello che in psicanalisi viene definito transfert, oppure di complessi di inferiorità non confessati oppure ancora ha paura di affrontare il fatto che la realtà probabilmente non è esattamente come ci hanno raccontato in questi ultimi anni. Ammettere di essere stati presi in giro è la cosa più difficile da fare, e pur provando empatia e compassione per chi lo è stato, non per questo crediamo ci si debba limitare nell’approfondimento e nella ricerca della verità.

Al di là di queste considerazioni, dunque, noi continuiamo per la nostra strada. Riteniamo infatti che l’autorevolezza e il rispetto si guadagnino con l’esempio, la coerenza e l’onestà intellettuale e non certo inseguendo facili consensi etichettando schematicamente qualsiasi cosa non rientri all’interno di una preconfezionata visione del mondo e della società.

Non abbiamo comunque finito con gli eventi. Venerdì prossimo a Colico riproporremo il documentario “Invisibili”. Ce lo ha chiesto l’infermiera Patrizia, che è residente proprio lì, e molto volentieri ci siamo prestati anche per dare la possibilità a coloro che non sono potuti intervenire al Victoria, di avere un’altra chance di partecipare. Il venerdì successivo, 26 maggio, avremo invece, ancora al cinema Victoria, un interessantissimo convegno col biologo molecolare Guerra sul tema del transumanesimo e dell’identità digitale (ma non solo). Chiedo a tutti di promuovere quanto più possibile queste due importanti iniziative. Poi ci fermeremo qualche tempo per le vacanze ma con la promessa di ripartire tra fine agosto e settembre. L’idea sarebbe quella di organizzare una festa per celebrare il nostro primo anno di vita. Ci stiamo lavorando, così come stiamo lavorando ad altri eventi e anche ad un altro progetto particolarmente ambizioso e complicato.

Questa la storia di un anno, ma veniamo ora al presente. Innanzitutto, come presidente, non posso che rivolgere un ringraziamento e un ideale abbraccio ai membri del Consiglio direttivo Davide, Roberto, Stefania, Tecla e Milva per il loro impegno, la loro intelligenza, umanità e profondità, che hanno permesso a questa nostra realtà di crescere. Credo che si possa dire, senza tema di smentita, che siamo un gruppo talmente eterogeneo, per età, sesso, estrazione sociale e culturale, convinzioni ideologiche e chi più ne ha più ne metta, da far sembrare quasi impossibile che si possa collaborare così proficuamente. Eppure non solo ci stiamo riuscendo, ma il fatto di essere così differenti gli uni dagli altri è risultato essere un valore aggiunto straordinario. E col tempo credo si possa dire che sono cresciuti anche l’affetto e l’amicizia tra noi e che difficilmente si potrà trovare un gruppo così affiatato (il primo a esserne sorpreso è il sottoscritto, famoso per la sua misantropia e ritrosia a trovarsi in gruppi numerosi). Non vado oltre per non risultare stucchevole e melenso, che certamente non si addice al mio personaggio. Permettetemi però un ringraziamento speciale a Duilia che è stata la prima a parlarci di Tomaello e che ha rappresentato un esempio di rettitudine e coraggio per le difficili e dolorose scelte che ha dovuto fare nel suo ambito lavorativo e personale, per le quali avrà eterni rispetto e ammirazione da parte di tutti noi. Di recente Duilia ha fatto la scelta di uscire dal Consiglio direttivo (se fosse presente in sala e volesse raccontarne i motivi saremmo felici di aprire un piccolo dibattito, poiché il dibattito è il sale della libertà). Abbiamo cercato di convincerla a ripensarci ma, alla fine, abbiamo dovuto prendere atto della sua volontà. Per statuto i membri del Consiglio direttivo sono 7 e quindi chiediamo a chi volesse tra i soci di farsi avanti per entrare a farne parte. Sappiamo che qualcuno qualche tempo fa ha fatto la considerazione che, alla fine, sono sempre i membri del Consiglio a fare quasi tutto. Una critica che ha certamente un senso, sebbene quando si tratti di serrare i ranghi e prendere delle decisioni non si può sempre aprire un infinito dibattito, e per questo voglio dire che il numero di 7 è puramente formale. Chiunque abbia voglia di dare un contributo è bene accetto e, anzi, poi quando si organizzano le cose, più persone danno una mano e meglio è. Negli eventi passati, alla fine, ciò è accaduto e mi auguro possa accadere in futuro. Per questo invito a partecipare anche agli incontri informali che, di tanto in tanto, convochiamo. Quella è la sede ideale per esprimere idee, sensazioni, spunti e anche critiche a cui, come detto, non ci sottraiamo e che consideriamo proficue (soprattutto quelle costruttive, ma crediamo si possano trovare degli spunti di riflessione anche in quelle distruttive).

Vi invito dunque, quando finalmente avrò smesso di parlare, a esprimere le vostre riflessioni su quanto detto e quanto fatto da Libere Menti Valchiavenna.

Vorrei solo concludere parafrasando una celebre battuta del comico Jerry Lewis che così recitava: “La felicità non esiste. Di conseguenza non ci resta che provare a essere felici senza”. Ebbene, viste le spinte antilibertarie che ormai pervadono la nostra società penso che si possa dire: “La libertà non esiste. Di conseguenza non ci resta che provare a essere liberi senza”. Ecco, noi non solo ci stiamo provando, ma in questo anno credo che ci stiamo riuscendo, al massimo delle possibilità che ci sono concesse (e qualche volta anche di più). Abbiamo tutta l’intenzione di continuare a farlo, speriamo anche con l’aiuto di tutti i soci.

Buoni pensieri liberi a tutti

I migliori dischi del 2024

Anche quest’anno siamo giunti al mio consueto bilancio dell’anno musicale con i migliori 15 dischi che, a mio (im)modesto parere, sono usciti nel 2024. Purtroppo, bisogna dirlo, non è stato un grande anno. La qualità musicale delle uscite è stata, mediamente, molto bassa. Evidentemente la moda delle playlist (Spotify è il male da un punto di vista artistico, sappiatelo) e i vari disgustosi talent stanno facendo il loro sporco lavoro nella distruzione del gusto di spettatori e ascoltatori sempre più passivi e infantilizzati. E purtroppo non si intravede a breve nessun cambiamento di rotta. Ovviamente ci sono state anche delle ottime cose, ma non tantissime e, soprattutto, anche queste ultime (e si vedrà nelle brevi recensioni che ho fatto) peccano spesso di manierismo e scarsa avventurosità. Questa considerazione vale sia per i lavori di qualità che sono usciti sia per schifezze indecorose come, per esempio, il disco di David Gilmour. Ad ogni modo ecco le mie scelte



1) PIGGIES – THE AMAZING
Premessa: la gara non inizia neanche. Questa è sicuramente la miglior band tra quelle nate nel nuovo Millennio. E, anche questa volta, gli svedesi hanno tirato fuori un’autentica gemma con otto gioielli uno più bello dell’altro all’insegna di un prog-pop psichedelico, melodico, malinconico e piovoso (ma senza mai essere stucchevole o prevedibile) e con i suoni di chitarra fra i più belli che si possano sentire oggigiorno (il fatto che Reine Fiske esista è una benedizione per l’arte e per l’umanità). Il disco è uscito a febbraio purtroppo solo in versione digitale (era annunciata anche un’uscita in vinile, ma sfortunatamente ancora non si è vista). In ogni caso numero uno dell’anno (e il secondo arriva quarto). E, se non vi piace un brano come “Cinnamon”, non voglio nemmeno conoscervi.

2) YESTERWYNDE – NIGHTWISH
Personalmente ho sempre apprezzato l’evoluzione della band partita da Imaginaerum che ha permesso ai Nightwish di svoltare dall’essere un ottimo gruppo di metal sinfonico (dallo straordinario successo) a qualcosa di più evoluto (e probabilmente leggermente meno apprezzato). In questo nuovo disco (il primo senza Marco Hietala al basso e alla voce) Tuomas Holopainen ha voluto premere ancora di più sull’acceleratore di un approccio descrittivo e cinematografico, con lo strabordante uso dell’orchestra e del coro e la pressoché totale assenza di parti soliste rilevanti. Ne è venuto fuori un lavoro bellissimo, i cui unici punti deboli sono nella parte iniziale con un paio di pezzi che strizzano l’occhio al passato metal, ma che decolla a partire dalla gigantesca Perfume of the Timeless e che non cala mai di livello. La voce di Floor Jansen è sempre straordinaria e impeccabile (anche se si percepisce che, per le note problematiche legate alla gravidanza, è stata aggiunta solo all’ultimo a cose già fatte e che quindi lei abbia potuto mettere poco del suo) e l’alternanza con quella più soave di Troy Donockley è particolarmente azzeccata. I Nightwish sono un marchio ormai talmente affermato che, probabilmente, il disco venderà comunque bene pur essendo così coraggioso e poco commerciale (servono davvero tanti ascolti per apprezzarlo appieno). Vedremo quale sarà il futuro della band visto che, almeno per il momento, non torneranno a suonare dal vivo chissà fino a quando.

3) AN OLD WARRIOR SHOOK THE SUN – KENSO
Dopo un silenzio di 10 anni torna quella che probabilmente è la band più significativa in ambito jazz rock del Sol Levante. E quel che ci propone è esattamente quello che ci si può aspettare da questi autentici fuoriclasse. Un mix assolutamente squisito tra tecnica funambolica e gusto per la melodia, con qualche piccola divagazione nel folk giapponese. Insomma una vera bomba, con l’unico piccolo difetto di essere forse un po’ troppo manierista e di non sorprendere minimamente l’ascoltatore che già li conosce. Nella loro carriera han fatto di meglio ma anche questo lavoro va assolutamente aggiunto a qualsiasi collezione che si rispetti. E comunque un brano come “Kessite Sayonara dewa Naku” vale da solo il prezzo del disco.

4) NIGHT REIGN – AROOJ AFTAB
Il nuovo lavoro della musicista pakistana prosegue nella mirabile operazione di fondere musica orientale e occidentale senza risultare furba o stucchevole. Ne è uscito un disco emozionante e notturno con qualche suggestione alla Joni Mitchell ma, personalmente, nei due/tre pezzi un po’ meno intimisti, ci ho sentito anche un po’ di Sade (più che altro perché a tratti la voce le assomiglia molto). In ogni caso un viaggio nel mondo della cantautrice pakistana sarebbe, per tutti, il caso di farlo.

5) ANIME INVISIBILI – ALIANTE
Il quartetto toscano aveva davanti a sé una sfida quasi impossibile, ovvero cercare di far meglio del precedente (e favoloso) “Destinazioni oblique”, uscito nel 2022 e, a parere di chi scrive, fra le migliori 10-15 proposte del panorama italiano degli ultimi anni. Una sfida che gli Aliante non hanno vinto, ma di stretta misura (il che è già un miracolo). La proposta è sempre quella: lunghi brani strumentali altamente evocativi e descrittivi, all’insegna del classico progressive, ma con incursioni in ambito jazz/rock. Questa volta i ragazzi hanno optato per un’unica suite in quattro movimenti (ognuno dei quali composto da un membro del gruppo) che colpisce nel segno. Miglior disco italiano dell’anno.

6) ‘NO TITLE AS OF 13 FEBRUARY 2024  28,340 DEAD’ – GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR
Il nuovo album della band canadese parte dal 13 febbraio 2024, giorno in cui i morti ufficiali di Gaza erano 28.340. Oggi purtroppo sono molti di più. E nell’analizzare questo disco non si può, ovviamente, prescindere dall’aspetto politico, anche perché è una cosa che ormai non molti nel mercato discografico hanno la forza di affrontare senza scadere in slogan furbi e, tutto sommato, innocui. Questo non accade ai Godspeed anche per via della natura strumentale della loro musica. Dal punto di vista musicale siamo in presenza del “solito” ottimo disco del gruppo con tutti i cliché del passato rigorosamente rispettati. Che dire? Tutto molto bello e lodevole, ma anche già sentito. In ogni caso da avere.

7) THE LAST WILL AND TESTAMENT – OPETH
Benché sia in classifica questo, per me, è la delusione dell’anno. Per la prima volta, infatti, Akerfeldt sembra non essersene sbattuto le balle delle pressioni del mercato discografico e dei fan ottusi rimasti attaccati alla pur straordinaria parte iniziale della carriera degli Opeth. E quindi in questo lavoro non si sentono gli Opeth che fanno quello che desiderano, ma si sentono gli Opeth che cercano di fare il più possibile gli Opeth, mischiando progressive e death metal (col ritorno del growl tanto invocato dalle masse) come solo loro han saputo fare (ma allora era una novità, stavolta è indulgenza alle richieste degli ascoltatori meno evoluti). L’ipotesi più probabile è che lo scarso appeal di un disco invece straordinario come “In Cauda Venenum” (probabilmente troppo ambizioso per le scarse capacità critiche ed estetiche del loro fan medio) abbia pesato, visto che per Akerfeldt far quadrare i conti facilissimo non credo che sia. In ogni caso, pur con tutti questi difetti, i colpi di classe non mancano e, essendo un disco paraculo, sta naturalmente piacendo a tutti. Auguriamoci che le vendite vadano bene e che il prossimo torni a essere un lavoro di nuovo in evoluzione.

8) PRIVATE PARTS & PIECES XII – THE GOLDEN HOUR – ANTHONY PHILLIPS
L’ex chitarrista dei Genesis è, a parere di chi scrive, uno dei migliori compositori dell’ultimo mezzo secolo. Quest’anno è tornato sul mercato con un’ulteriore delizia, ovvero il dodicesimo volume della serie PP&P. Ed è un disco che ha tutte le caratteristiche del ciclo, con brani composti in varie occasioni nel corso degli anni. A differenza di altri PP&P questo non è caratterizzato dall’utilizzo di un unico strumento ma alterna pianoforte, chitarre e sintetizzatori. Le melodie sono sempre celestiali. L’acquisto obbligato.

9) MILLION VOICES WHISPER – WARREN HAYNES
La magia (sia nei dischi solisti che in  quelli dei Gov’t Mule) è ormai passata da qualche anno lasciando spazio a tanto mestiere. E anche questo nuovo lavoro non fa eccezione. Tuttavia se date a Warren un microfono, una chitarra e una band della madonna, difficilmente fallirà il colpo. E, alla fine, sentendolo, il culo lo muoverete per forza. E poi, vabbé, la presenza di Derek Trucks in alcuni pezzi, con gli straordinari assoli alternati e i duelli fra le chitarre, conducono comunque all’inevitabile lacrimuccia.


10) AGHORI MHORI MEI – SMASHING PUMPKINS
Non sono mai stato un loro particolare fan, ma la nuova direzione intrapresa negli ultimi anni la trovo oltremodo gradevole. Già l’opera rock in tre atti uscita nei due anni precedenti andava considerata una rinascita notevole, e anche questo nuovo lavoro, seppur non mastodontico come il precedente, riesce ad amalgamare al meglio rocciosità e melodia e la voce di Corgan (che bella non sarà mai) ci sta alla perfezione. Ovviamente la critica musicale non ci ha capito un cacchio e lo ha stroncato. Ma non è certo una novità.

11) LIVES OUTGROWN – BETH GIBBONS
La cantante dei mitici Portishead ci regala un lavoro senz’altro validissimo, ma altrettanto prevedibile. Certo, mi si obietterà, il suo stile è sempre stato quello e la Gibbons non ne è certo venuta meno. E alla fine ha tirato fuori un prodotto che potrebbe essere tranquillamente un nuovo disco dei Portishead con una vena forse leggermente più pop e una spruzzatina, qua e là, di Talk Talk (anche per la presenza del batterista Lee Harris, coautore di alcuni pezzi). Insomma tutto facilmente prevedibile, ma è talmente bello che ci si passa sopra.

12) E’ INUTILE PARLARE D’AMORE – PAOLO BENVEGNU’
L’atteso (almeno per me) ritorno di Benvegnù è stato una piccola delusione, ma ce lo si poteva aspettare dopo due capolavori assoluti come “H3+” e “Dell’odio e dell’innocenza”. Se però non lo si mette in relazione ai due predecessori questo lavoro resta molto buono (a livello di cantautorato rock nessuno in Italia supera il musicista toscano e la sua band). Manca forse quel paio di pezzi fulminanti che ti fanno gridare al capolavoro (l’unico che si avvicina ad esserlo è “Pescatori di perle”, ma non del tutto) ma il livello resta eccelso. Fallito invece il tentativo ironico di prendere in giro il mercato musicale e la spazzatura che lo caratterizza. “Canzoni brutte”, il brano che appunto fa ironia su questo, è proprio brutto e quindi il suo potenziale critico ne esce diminuito. In ogni caso da avere.

13) REINE FISKE-RYLEY WALKER – REINE FISKE & RILEY WALKER
Non so come sia nata questa collaborazione tra due dei più talentuosi musicisti degli ultimi anni (anche se Fiske è un po’ più vecchio). In ogni caso, penso durante un tour in Svezia del cantautore americano, i due si sono ritrovati e con il solo ausilio di due chitarre si sono lanciati in una serie di improvvisazioni che però, alla fine, hanno prodotto quattro brani che rappresentano un vero e proprio viaggio ipnotico e sonoro che trova il suo apice nella lunghissima “They Tear This Down, Then They Build”. Il disco è uscito solo in versione digitale (si trova sulla pagina Bandcamp di Ryley Walker) ma lo consiglio a chi voglia farsi un viaggio meraviglioso nella coscienza senza controindicazioni per la salute.

14) GRAAL – VINCENZO ZITELLO
L’arpa di Vincenzo Zitello non ha davvero bisogno di presentazioni. Il maestro torna con un lavoro un po’ più corale dedicato al ciclo arturiano in cui, oltre allo strumento di cui è considerato uno dei massimi interpreti mondiali, si disimpegna anche alla viola, al violoncello, al contrabbasso, al clarinetto e all’ottavino, circondato da altri musicisti, ma sempre con un approccio acustico, quasi da orchestra da camera. La musica è quella che ci si può aspettare visto il tema e lo strumento principale coinvolto. Certo il ciclo arturiano è, ormai, piuttosto inflazionato, ma questo non inficia la bellezza e la suggestione delle melodie.


15) NEOS SAINT JUST – JENNY SORRENTI & TULLIO ANGELINI
Ritorna anche Jenny Sorrenti con un nuovo progetto anch’esso associato alla mitica sigla Saint Just, anche se solo per attitudine e non specificatamente per sonorità. Il disco è composto con la collaborazione del musicista e produttore indipendente Tullio Angelini e ha una natura prettamente sperimentale, in cui Jenny esplora tutte le possibilità della sua straordinaria voce trasportando l’ascoltatore in un vero e proprio viaggio onirico. Certo non è un disco per tutti, bisogna essere disposti ad accettarne la natura ma, una volta fatto, non si può non rimanerne conquistati.



Altre menzioni sparse:

EMPTY – KRISTOFFER GILDENLOW

HJARTA – FABIO ZUFFANTI
MARTIAN CHRONICLES III – SOLARIS
MOONDIAL – PAT METHENY
MORE – COLIN BASS & DANIEL BIRO
THE PEARL OF EVER CHANGING SHELL – ISILDURS BANE & JINIAN WILDE
WALL OF EYES – THE SMILE
TRUE – JON ANDERSON & THE BAND OF GEEK


Voglio poi segnalare due lavori non totalmente inediti ma che meritano un acquisto e un ascolto

MILTON + ESPERANZA – MILTON NASCIMENTO & ESPERANZA SPALDING
La collaborazione tra il leggendario musicista brasiliano e la straordinaria bassista/cantante ha dato vita a un lavoro bellissimo, con alcuni dei più grandi classici del maestro riarrangiati accompagnati a composizioni della Spalding. E c’è anche un’ospitata straordinaria di Paul Simon

THE WOLF CHANGES ITS FUR BUT NOT ITS NATURE – CRIPPLED BLACK PHOENIX
Per festeggiare i 20 anni la band di Justin Greaves ha ripreso alcuni dei suoi classici della prima parte della carriera, riarrangiandoli e reincidendoli con la sensibilità e il personale di oggi (anche se ci sono un paio di ospitate dal passato). Il risultato è imperdibile.

I migliori dischi del 2023

Eccoci con la consueta classifica dei migliori dischi del 2023. Un post che mi diverte sempre moltissimo fare e che, ovviamente non ha alcuna pretesa di esaustività. Le risorse finanziarie non sono infinite ed, essendo vecchio, mi continua a repellere affidarmi a Spotify e siti di streaming vari, e quindi qualcosa per forza scappa sempre. In ogni caso questo 2023 ci ha consegnato un’opera leggendaria e il ritorno di un altro dei più grandi artisti dell’ultimo mezzo secolo. Direi che non ci si può lamentare. Contrariamente al solito ho voluto fare una top 15 invece che una top 10, anche se ho sicuramente acquistato meno dischi che in passato, così tanto per non essere troppo lineare…

1 – THE DARK SIDE OF THE MOON REDUX – ROGER WATERS

“The memories of a man in his old age / Are the deeds of a man in his prime”. Con queste parole, originariamente appartenenti alla canzone “Free Four” su “Obscured By Clouds” Waters apre la sua rivisitazione del disco più famoso dei Pink Floyd (ma anche quello più patinato, furbo e commercialotto). Un immediato pugno nello stomaco che stabilisce subito che qui non siamo in presenza solo di un semplice rifacimento del disco, ma in qualcosa di più sentito, profondo e, in un certo senso, definitivo. In molti hanno storto il naso per il confronto, giudicato impietoso, col prodotto originale. Si tratta però di un approccio piuttosto infantile a un’opera del genere, quasi a dire “Ecco mi hanno modificato il mio giocattolo e adesso non ci gioco più”. In ogni caso, a mio parere, questa riproposizione supera di gran lunga, quanto a valore artistico, l’originale. Come dicevo TDSOTM è il disco più patinato, iperprodotto furbo e commercialotto dei Pink Floyd. Waters lo ha scarnificato, riportandolo non solo alla sua essenza (facendolo diventare lacrime, carne e sangue al posto della patina fuffosa dell’originale) e, se possibile, chiudendo amaramente un cerchio. Certo non ci sono le chitarre di Gilmour, il sax papettiano (per fortuna), i cori e gli orpelli. Qui ci sono tanta chitarra acustica, un profluvio di hammond, alcuni momenti più drammatici sottolineati da suono del theremin, orchestre, violoncelli e, soprattutto, il miracolo di aver reso l’accoppiata Money/Us&Them (ovvero il duo di canzoni più finte e insopportabili dei Pink Floyd) quei capolavori che nella scrittura orignale probabilmente erano. E poi un torrente di parole declamate che ha dato fastidio ai critici e al pubblico più grossolani e dozzinali ma che invece sono perfettamente funzionali al messaggio. In definitiva uno dei più grandi artisti dell’ultimo secolo ci racconta, a 80 anni, la sconfitta (anzi il tracollo) delle utopie e di una società intera. E lo fa con un’opera bellissima e definitiva. Epocale

2 – I/O – PETER GABRIEL

Un disco di Gabriel è sempre un evento, anche per via delle attese infinite cui ci sottopone. Ogni volta, poi, se ne inventa una nuova. In questo caso l’invenzione è stata il rilascio a tappe delle varie canzoni lungo tutto l’anno in coincidenza di ogni luna piena. Certo probabilmente la promozione ai tempi dei social e delle playlist si fa anche così e, altrettanto probabilmente, ha funzionato dal punto di vista commerciale. Da quello artistico, a mio parere, un po’ meno. Ma probabilmente sono io un vecchio che preferisce godersi i dischi nella loro interezza. Nonostante questa premessa, l’opera resta magnifica come tutte quelle del nostro. Forse leggermente meno originale che in passato ma le canzoni, nessuna esclusa, sono inattaccabili. Soprattutto resta immutato il sovrannaturale talento di scrivere brani e melodie che ti entrano subito in testa (al secondo ascolto le canti già) senza scadere mai nella banalità dozzinale del pop contemporaneo. Dei tre mix disponibili forse il migliore è quello che si trova solo nell’edizione su blu-ray, ma comunque tutti e tre sono godibilissimi. E il fatto che esista Peter Gabriel rende il mondo un po’ meno orrendo

3 – THE HARMONY CODEX – STEVEN WILSON

La carriera solista di Wilson è costellata di una serie di dischi che vanno dall’insulso all’appena accettabile. Il motivo, lo sostengo da sempre, va ricercato  in quella che io chiamo “bignamizzazione”. E’ stato sicuramente bravissimo in passato a fare un estratto di tutti i vari artisti che ha ammirato (a volte addirittura copiando senza ritegno) e dando in pasto ai prog-nerd meno evoluti esattamente ciò che si aspettavano diventando così, per essi, un artista di culto. Fortunatamente per questo nuovo disco ha ridotto fortemente questa attitudine, lasciando andare la creatività senza per forza ispirarsi a qualcuno, ed ecco che ne è uscita un’opera splendida, anche per la sua non uniformità, che rappresenta, con piste di vantaggio, il top della sua produzione solista e l’unica che può essere avvicinata alle cose migliori fatte con Porcupine Tree, No Man e Storm Corrosion. La dimostrazione che quando non compone a soggetto il talento è indiscutibile

4 – SIFR – MOTUS LAEVUS

Secondo disco per la band genovese che, se possibile, migliora la già bellissima opera prima. Il trio formato da Edmondo Romano (fiati), Tina Omerzo (voce e tastiere) e Luca Falomi (chitarre) coadiuvati da una validissima sezione ritmica ripropone una formula dall’indubbio fascino che mette assieme Occidente e Oriente, jazz, fusion, musica popolare balcanica e nordafricana. Insomma il concetto di world music perfettamente esemplificato. L’identità dei Motus Laevus è però forte e ben definita e il consiglio è di dar loro una chance

5 – PUER AETERNUS – THE ANCIENT VEIL

Pubblicare nel 2023 un concept album progressive è sicuramente un atto di coraggio, considerando anche che il gruppo abbandona pure la sua comfort zone proponendo, per la prima volta, anche testi in italiano. La band dei due leader Edmondo Romano e Alessandro Serri si avvale anche di ospiti d’eccezione (come ad esempio Lino Vairetti degli Osanna e Tony Cicco della Formula 3) per interpretare alcuni dei personaggi della storia. Da un punto di vista musicale gli Ancient Veil non tradiscono, soprattutto per via delle loro bellissime e caratteristiche aperture melodiche con temi meravigliosi che caratterizzano la gran parte dei pezzi. Forse i testi (opera di Romano) a volte sono un po’ criptici ma l’accuratissimo booklet aiuta a seguire efficacemente la storia

6 – LEMURES – IL BALLETTO DI BRONZO

Ci ha messo 51 anni Gianni Leone a dare un successore a quel leggendario capolavoro del rock italiano (non solo progressivo) che fu YS. Certamente l’alone di leggenda che circonda la reputazione di questo gruppo meritava che l’attesa fosse ripagata da un disco di assoluto livello. E così è stato. Lemures è un’opera di progressive rock sì, ma non stantio e didascalico, bensì oscuro e moderno, grazie non solo alla tecnica ma anche alla serietà e alla ricerca dei suoni delle tastiere di Leone e alla sua voce sempre inconfondibile e a tratti piacevolmente inquietante. Il tutto condito da una possente e fantasiosa sezione ritmica. E’ valsa la pena aspettare, insomma

7 – ATUM – THE SMASHING PUMPKINS

In un’epoca di playlist, di velocità e di poca attenzione ci vuole un bel coraggio a pubblicare una rock opera in tre dischi (più di tre ore di musica). E la critica, infatti, ha completamente distrutto il nuovo disco del gruppo di Billy Corgan con la motivazione, appunto, che fosse troppo lungo e anacronistico, come se queste fossero due categorie con cui giudicare un’opera d’arte. Ma d’altra parte la piaggeria della critica rispetto al riduzionismo culturale in atto non fa più granché notizia. Personalmente non li ho mai amati troppo, anzi, ma questo disco (uscito sia a tappe che come unico volume) mi ha conquistato subito, non solo per il coraggio ma anche per la sua intrinseca bellezza (a cominciare dal bellissimo overture) e anche per il fatto che, lungo le tre ore, riesce a non annoiare mai neanche per un minuto. Non per tutti, ma solo per chi ritiene che l’arte non si misuri in regole dettate a tavolino dal mercato

8 – CHAOS & COLOUR – URIAH HEEP

Eterna giovinezza per un gruppo storico dell’hard rock che ha subito tanti cambi di formazione ma che ormai dal 1986 si è stabilizzato attorno al fondatore (il chitarrista Mick Box) al vocalist Bernie Shaw e al tasterista Phil Lanzon. Questi ultimi due se, forse, all’inizio, hanno un po’ fatto rimpiangere Byron e Hensley, hanno poi comunque dimostrato un grande spessore artistico. Spessore artistico che ha anche questo disco che rappresenta un  po’ la summa di come dovrebbe essere un disco di hard rock melodico con la sapiente alternanza di brani più potenti e altri più tranquilli senza mai scadere in qualità. La ricetta è sempre quella ma fatta con tali classe e perizia da non scadere mai nel banale

9 – JOYFUL SKY – ROBIN TROWER

Quando metti nel lettore un disco di Robin Trower sai già cosa aspettarti eppure, ogni volta, nonostante la prevedibilità, ne rimani affascinato. Il suo rock blues elettrico dalla forte impronta melodica sembra non tramontare mai. Questa volta si avvale anche di una vocalist (la bravissima Sari Schorr) e la voce femminile dona ulteriore colore alle celestiali composizioni di Trower. Sono pochissimi quelli che fanno sempre la stessa cosa eppure ogni volta resta bellissima. Lui è sicuramente uno di questi

10 – MONDO E ANTIMONDO – UMBERTO MARIA GIARDINI

Da quando Giardini ha abbandonato lo pseudonimo Moltheni iniziando a usare il suo vero nome non ha sbagliato un colpo e, anzi, se possibile, ha accresciuto ulteriormente la sua proposta artistica. E anche in questo caso è così. Pur non raggiungendo, forse, le vette di Futuro Proximo, questo disco scorre alla grande dall’inizio alla fine tra melodie non banali, brani anche energici, eseguiti con grande perizia strumentale e i soliti testi esistenzialmente profondi cantati dalla voce inconfondibile dell’autore. Un gigante del rock italiano contemporaneo, forse secondo solo a Paolo Benvegnù

11 – CHRISTMAS NIGHT 2066 – MOONGARDEN

Dopo due dischi sorprendentemente anonimi la band di Cristiano Roversi torna con un graditissimo colpo di classe, con un concept album che recupera e amplia le classiche sonorità evolutamente progressive dei Moongarden, con la consueta prova gigantesca del chitarrista David Cremoni oltre che del leader. Un ritorno davvero alla grande. Ottimo anche il secondo CD che prevede una serie di collaborazioni e alcune bellissime cover (Hairless Heart dei Genesis su tutte)

12 – PEACE… LIKE A RIVER – GOV’T MULE

Il disco è di alto livello ma è la prima volta che metto un’opera dei Mule fuori dai primi 10. Questo perché mi pare che in questo nuovo lavoro affiori un po’ di manierismo, non controbilanciato dall’energia consueta che sprigiona questa band che, di solito, mi si perdoni il francesismo, spacca il culo ai passeri. Un po’ una sorpresa visto l’elevatissimo livello dei due dischi che hanno preceduto questo nuovo lavoro. Resta comunque un’opera di livello, piacevole per chi li ama da sempre, ma per chi non li conosce forse è meglio approcciarsi ad altro

13 – ATTA – SIGUR ROS

Una vera e propria resurrezione per la mitica band islandese che mancava dal mercato da circa dieci anni dopo un paio di opere non certo indimenticabili. Il ritorno in formazione del tastierista/polistrumentista Kjartan Sveinsson ha permesso loro di recuperare quelle sonorità e atmosfere che rendevano l’ascolto dei loro dischi un vero e proprio suggestivo viaggio tra melodie celestiali e mai banali. Il contemporaneo abbandono del batterista ha portato poi a un disco in cui le percussioni sono ridotte al minimo in favore di sonorità più eteree. Non è un capolavoro ma un bellissimo lavoro che ne sancisce il ritorno. Ci erano mancati

14 – MIRROR TO THE SKY – YES

Personalmente trovo il nuovo corso degli Yes particolarmente apprezzabile. Dopo l’orrendo Heaven & Earth hanno decisamente corretto il tiro con lo splendido The Quest. Certo, Howe a parte, la formazione non è paragonabile a quella che ci ha consegnato alcuni dei capolavori più fulgidi del rock di sempre, ma l’ascolto dei loro dischi è piacevolissimo grazie all’indubbia bravura di Sherwood e Downes (mentre il cantante Jon Davison continua a sforzarsi, a volte forse fin troppo, di assomigliare a Anderson). Rispetto al disco precedente  qui vengono accentuati gli elementi sinfonici, anche se complessivamente siamo su livelli leggermente più bassi, ma il tutto si ascolta davvero volentieri

15 – ALL THAT WAS EAST IS WEST OF ME NOW – GLEN HANSARD

Non era certo facile per il bravissimo cantautore irlandese ripetersi sui livelli dello straordinario “This Wild Willing” e difatti non ci è riuscito, ma ha comunque portato a casa la pagnotta con un disco di ottimo livello che si segnala per una certa accentuazione delle parti più rockeggianti. Il difetto è che forse, a volte, si sforza un po’ troppo di sembrare Dylan senza esserlo, ma averne di lavori (e di artisti) del genere

I LIVE

BBC BROADCASTS – GENESIS

THE WHO WITH ORCHESTRA LIVE AT WEMBLEY 2019 – THE WHO

GRR LIVE! – THE ROLLING STONES

LIVE – JON LORD

LE DELUSIONI

LE ORME & FRIENDS – LE ORME

Un disco triplo pensato programmaticamente come l’ultimo della carriera. Apprezzabile l’idea di farlo ma si sente che tutto è un po’ forzato e manieristico, soprattutto per quel che riguarda il primo dei tre CD, che è il vero e proprio disco della band. Non è che sia brutto, ma non è abbastanza bello per passare sopra alla prevedibilità e al manierismo di cui sopra. Il secondo disco vede la partecipazione di alcuni ex membri storici, in primis Toni Pagliuca e Tolo Marton che propongono alcune loro composizioni abbastanza senza infamia e senza lode. Terrificante per banalità invece il brano di Jimmy Spitaleri, discreto quello di Francesco Sartori. Il terzo disco invece non si capisce che c’entri presentando una serie di brani di gruppi prog, storici e recenti, della casa discografica. Probabilmente messo lì con intento promozionale ma dando l’impressione di c’entrare come i cavoli a merenda. Una delusione insomma, che forse accredita la decisione di Aldo Tagliapietra di non partecipare

SKY VOID OF STARS – KATATONIA

Una band straordinaria purtroppo in un declino che appare inesorabile. Dopo il picco raggiunto nel 2016 con il meraviglioso The Fall Of Hearts sono arrivati due dischi che tentano, senza riuscirci, di riproporre quella formula ma che invece suonano stantii, noiosi e ripetitivi. Speriamo in un sterzata a breve

YAY – MOTORPSYCHO

La band norvegese pare sentirsi in dovere di pubblicare qualsiasi cosa. Ed ecco arrivare dunque un disco prevalentemente acustico prodotto durante il lockdown. Peccato che si percepisca che le canzoni sono state solo abbozzate e non curate come sarebbe stato il caso. Alcune sono anche molto piacevoli ma la sensazione di trascuratezza e embrionalità non abbandona mai durante tutta la durata del disco

I migliori dischi del 2022

Eccoci al post natalizio sui migliori dischi dell’anno. La premessa è la solita degli ultimi tempi, ovvero che, avendo comprato non tantissimi dischi quest’anno, qualche cosa può essermi sfuggita. Se devo fare una sintesi il livello medio di quest’anno è stato leggermente inferiore al solito e quindi magari in top ten entrano dischi che in passato ne sarebbero stati al di fuori, seppure di poco. Ad ogni modo iniziamo

1 – ORLANDO LE FORME DELL’AMORE – BANCO DEL MUTUO SOCCORSO

Voglio fare subito una scelta che sarà senza dubbio controversa, ma ne sono abbastanza convinto. Il disco del rinato Banco è un prodotto d’altri tempi, di quelli che nell’immediatezza magari non ti fanno spellare le mani, ma che vanno scoperti su ripetuti ascolti (come ogni concept album che si rispetti del resto). Ascolti ripetuti che lo fanno crescere di volta in volta fino a considerarlo magari non un capolavoro, ma certamente un disco eccelso sì. Fra le critiche che ho visto girare in rete c’è quella, particolarmente idiota, che “sì, non male, ma non è il Banco”, immagino per via dell’assenza di Di Giacomo. A parte che la forza del nuovo bravissimo cantante Tony D’Alessio (da X Factor non esce solo merda per fortuna) è proprio quella di non provarci nemmeno a imitare Di Giacomo (cosa impossibile peraltro), ma comunque il Banco è riconoscibilissimo nelle tastiere e nelle composizioni di Nocenzi (coadiuvato dal figlio Michelangelo nella scrittura). Insomma un disco centratissimo, mai banale, coeso, suonato e prodotto divinamente e bellissimo nei suoi quasi 80 minuti. Ovviamente è il migliore da Canto di Primavera in poi e non sfigura troppo rispetto agli immortali capolavori degli anni Settanta.

2- 18 – JEFF BECK & JOHNNY DEPP

Se esistesse un campionato delle cover fatte diventare personali e, a volte, più belle degli originali, probabilmente Jeff Beck occuperebbe tutti e tre i gradini del podio. E questo nuovo lavoro non fa eccezione. Depp partecipa con la sua suggestiva voce e con una composizione bellissima (This is a song for miss Hedy Lamarr), una ballad struggente con il consueto assolo leggendario di Beck. Il resto del disco è una collezione di cover alcune stravolte, alcune più fedeli, ma tutte riconducibili alle sonorità di quello che, a mio parere (ma non solo mio credo) è il più grande chitarrista della storia del rock. Una leggenda che non tramonta.

3 – DESTINAZIONI OBLIQUE – ALIANTE

Dopo due ottimi dischi di progressive strumentale i toscani Aliante cambiano la formazione con l’abbandono del precedente tastierista che viene sostituito da un altro tastierista/polistrumentista a cui viene aggiunto anche un chitarrista. Una formazione a quattro che amplia lo spettro sonoro della band che ci consegna un piccolo gioiello che, purtroppo, resterà confinato nella nicchia progressiva. Sicuramente fare un disco solo strumentale non aiuta a emergere ma, se la maggior parte del pubblico non avesse le orecchie foderate di merda alla Maneskin o alla Sanremo, potrebbe sicuramente godere di un gruppo italiano che riesce a produrre un disco di questa qualità. Speranza vana, lo so. In ogni caso un brano come Cartimandua è in grado di riconciliarti con l’esistenza.

4 – BANEFYRE – CRIPPLED BLACK PHOENIX

Il gruppo inglese guidato dal batterista/chitarrista Justin Greaves torna con un’opera mastodontica, da loro stessi definita come una sorta di musical. Leggendo in rete un po’ di recensioni il concetto prevalente era che il disco era molto bello NONOSTANTE la sua lunghezza abbondantemente oltre l’ora e mezza. Un concetto malato che purtroppo dimostra come sia cambiata la fruizione dei prodotti musicali (e artistici in generale), e certamente non in meglio. La lunghezza, invece, per conto mio, è più che appropriata, così come la pesantezza del disco che alterna escursioni in svariati generi, dallo shoegaze al doom, al post-rock passando anche per il progressive e chi più ne ha più ne metta. Certo non è un ascolto leggero, ma l’impegno lo vale tutto. E la sola Rose Of Jericho giustifica l’acquisto del disco.

5 – IL PIANETA DELLA MUSICA E IL VIAGGIO DI IOTU – FRANCO MUSSIDA

Dopo l’addio alla PFM sembrava chiusa la carriera discografica di Mussida che invece, per fortuna, ritorna alla grande con composizioni probabilmente mai così autobiografiche. Una sorta di concept album sul valore salvifico della musica e della bellezza, non scevro anche da un’impietosa autocritica tipo quando, nel brano “Ti lascio detto”, recita: “Abbiamo vissuto quegli anni meravigliosi e non abbiamo restituito niente” (in realtà non è vero, ci hanno lasciato della musica meravigliosa purtroppo, quello sì, senza cambiare il mondo). Il disco alterna brani cantati, recitati e strumentali, il tutto dominato dalla chitarra baritona elettro acustica costruita su misura per Mussida e che lui sfrutta in tutta la sua meravigliosa gamma sonora. Purtroppo non se lo cagherà nessuno visto che è troppo inusuale sia per i dinosauri progressivi che per i ritardati dei talent.

6 – EN ÄR FOR MICKET OCH TUSEN ALDRIG NOG – DUNGEN

Dopo l’esperimento più jammato di un disco come Haxan la band torna all’antico con Gustav Ejstes (cantante e polistrumentista) che riprende il ruolo di unico compositore riportando il gruppo alle deliziose sonorità pop psichedeliche con venature prog di dischi meravigliosi come Ta Det Lungt o Allas Sak. E poi c’è il mio adorato Reine Fiske che con la sua chitarra riesce a far splendere qualsiasi cosa. Il cantato è, ovviamente, rigorosamente in svedese, ma anche se non comprendete il significato dei testi non potete non rimanere affascinati da sonorità e melodie. A meno di non capire un cacchio ovviamente.

7 – EENYMOR – SIIILK

La nuova band dei due ex Pulsar Gilbert Gandil e Jacques Roman propone un disco davvero suggestivo e delicato che riprende in parte anche le sonorità del mitico gruppo d’origine (il migliore in Francia dopo gli Ange) portandosi spesso su lidi floydiani, con qualche incursione in sonorità orientaleggianti. Il chitarrista Gandil è in gran forma e regala una serie di interventi a dir poco magici. Il disco avrebbe meritato di stare forse qualche posto più in alto in classifica, non fosse per il fatto che i francesi che cantano in inglese mi provocano sempre un certo fastidio per via dell’accento. Ma è una cosa a cui si passa sopra volentieri.

8 – I AM THE MOON – TEDESCHI TRUCKS BAND

Derek Trucks, oltre a essere un fuoriclasse assoluto delle sei corde, ha raggiunto la sua maturità anche in chiave compositiva. La band ritorna con un quadruplo vinile/CD usciti in sequenza uno al mese durante l’estate (di CD ne sarebbero bastati anche due) ispirato al poema del dodicesimo secolo  “Layla e Majnoun” (lo stesso che ispirò Eric Clapton nel progetto Derek & The Dominos). Ovviamente vista la lunghezza qualche piccola caduta c’è ma il tutto generalmente si svolge a un livello eccelso sia compositivo che esecutivo, mantenendo comunque una certa orecchiabilità, con vette di lirismo come la title track (sul primo CD) o la bellissima All The love (sul secondo).

9 – AN HOUR BEFORE IT’S DARK – MARILLION

Dopo un capolavoro come FEAR ripetersi era quasi impossibile e infatti i Marillion non ci riescono. Ma pur non raggiungendo mai le vette del predecessore (anche se la conclusiva Care si sistema più o meno lì) siamo in presenza di un disco eccelso che dimostra come la band sia in grandissima forma nonostante il lungo chilometraggio (e dimostra anche che chi preferisce Fish a Hogarth è un nostalgico un po’ rimbambito).

10 – THE TRAIL OF US – KATIE BARBATO

Non è uscito su supporto fisico ed è un peccato, perché il disco della cantautrice statunitense è davvero di alto livello. Quattordici composizioni, tutte splendide, caratterizzate da un suggestivo pop rock prodotte dal mitico Brett Kull degli Echolyn (che partecipa alla scrittura anche di alcuni brani, oltre a suonare chitarra, basso, tastiere e fare la seconda voce). Lo trovate su Bandcamp a poco prezzo. Vi consiglio di regalarvelo.

GLI ALTRI

Mi permetto di segnalare altri dischi ottimi che sono rimasti fuori dalla Top Ten ma che meritano più di un ascolto

A LIGHT FOR ATTRACTING ATTENTION – THE SMILE

CLARK (SOUNDTRACK FROM THE NETFLIX SERIES) – MIKAEL AKERFELDT

EMOTIONAL ETERNAL – MELODY’S ECHO CHAMBER

EPEKSTASIS – NICKLAS BARKER

EVOLVER – TRIBE OF NAMES

IL TESTAMENTO DEGLI ARCADI – IL TESTAMENTO DEGLI ARCADI

ISLAND IN THE RED NIGHT SKY – DJAM KARET

NO MORE WORLDS TO CONQUER – ROBIN TROWER

SEE THOSE COLOUR FLY – BREATHLESS

SO CERTAIN EP – RYLEY WALKER

I LIVE

1- ONE SHOT REUNION – PERIGEO

2- LIVE MINNUENDO – MINIMUM VITAL

3- LIVE AT MONTREUX JAZZ FESTIVAL – ANNA VON HAUSSWOLFF

LE DELUSIONI

Premessa: nessuno di questi tre dischi è brutto, anzi. Uno di essi poteva tranquillamente stare nella Top Ten, ma finisce qua per i motivi che spiegherò. Iniziamo

ANCIENT ASTRONAUTS – MOTORPSYCHO

La bulimia compositiva non è un bene. La band norvegese sforna un altro disco di livello, peccato che sia esattamente uguale nelle atmosfere, nelle sonorità e nelle suggestioni, ai quattro che l’hanno preceduto. L’impressione è che ormai mettano il pilota automatico che gli permette di fare un disco all’anno senza troppa fatica. Forse una piccola pausa gioverebbe, nonostante il livello resti alto.

CLOSURE CONTINUATION – PORCUPINE TREE

Un ritorno di cui, francamente, non si sentiva alcun bisogno. Il disco è di una prevedibilità imbarazzante, poi Wilson, Barbieri e Harrison sono, ognuno a suo modo, dei fenomeni e quindi alla fine qualcosa di buono/decente lo tirano fuori. Io però mi sono annoiato a morte.

KARTEHL – MAGMA

Ho iniziato con una scelta controversa e concludo allo stesso modo. Il disco è brutto? Assolutamente no, anzi è ovviamente notevolissimo (e non poteva essere altrimenti vista la prestigiosa sigla che lo propone). Il punto è però che l’impressione della minestra riscaldata è fortissima. In pratica ci hanno dato in pasto un disco in cui c’è dentro tutto ciò che ci si aspetta dai Magma. E dopo tanti anni di assenza (Zess, uscito pochi anni fa, non può essere considerato un inedito visto che era una composizione vecchia di decenni, come del resto parte di questi pezzi) forse ci si poteva aspettare qualcosa in più. Poi oh, avercene, ci mancherebbe…