Quelli che hanno le crisi isteriche perché qualcuno non canta Bella Ciao sono gli stessi che si sono espressi fanaticamente a favore di coprifuoco, limitazioni alla libertà di circolazione, obblighi sanitari incostituzionali, tessere verdi, divieto di riunioni e assembramenti, divieto di passeggiare, radiazioni di medici a causa delle loro opinioni in scienza e coscienza, divieto di vendita dei giocattoli, sospensioni dal lavoro per motivi ideologici, divieto di allontanarsi di più di 200 metri da casa, droni che inseguono la gente che va in giro, manganelli e idranti contro i manifestanti, divieto di andare in spiaggia, discoteca e al cinema, censura sociale per chiunque manifestasse anche un minimo dubbio. Però vuoi mettere quanto è antifascista cantare Bella Ciao?
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A proposito degli insegnanti
Ho sempre considerato gli insegnanti una categoria da difendere a spada tratta, visto il ruolo fondamentale che rivestono, contro i luoghi comuni e il disprezzo di cui spesso sono stati oggetto da parte di una società nemica della cultura e di genitori egoriferiti. Oggi devo purtroppo fare il mea culpa. In questi tre anni, salvo coraggiose e lodevolissime eccezioni, la categoria ha dimostrato di essere, per lo più, composta da pecore ubbidienti e addestrate, incapaci di utilizzare quel pensiero critico che dovrebbero, come compito principale, trasmettere agli studenti; di avere un minimo di solidarietà verso i colleghi bullizzati da norme demenziali e fasciste; di insegnare qualcosa di diverso che non fosse l’ottusa e acritica aderenza alle regole e al pensiero dominante. Una categoria del genere (salvo le eccezioni di cui parlavo) non merita alcun tipo di solidarietà
Libere Menti Valchiavenna relazione 2024
Nel 2022, assieme ad alcune altre meravigliose (e libere) persone abbiamo fondato un’associazione denominata Libere Menti Valchiavenna. Da allora abbiamo fatto molti passi avanti. Qui di seguito la mia relazione in qualità di presidente alla seconda assemblea dell’associazione nel 2024
Buonasera a tutti e grazie di essere intervenuti.
Ci troviamo qui per la seconda assemblea ordinaria dell’associazione e, se un anno fa, era stato facile comporre questa relazione, oggi invece mi risulta un po’ più complesso farlo senza essere ripetitivo. Quindi, se qualche volta lo sarò, vi prego di perdonarmi in anticipo. Questo secondo anno è stato particolarmente intenso, con tantissimi eventi proposti, che voglio elencare uno ad uno. Pochi giorni dopo l’assemblea dello scorso anno ci siamo ritrovati al cinema Victoria di Chiavenna per un interessantissimo incontro col biologo molecolare Guerra sul tema del transumanesimo e dell’identità digitale. Dopo la pausa estiva abbiamo ripreso col botto, invitando il giornalista Matteo Gracis, sempre al Victoria, con cui abbiamo registrato il tutto esaurito. Permettetemi qui di fare una breve divagazione. Siamo realmente grati allo staff del gruppo che gestisce il Victoria per tutte le volte che ci ha ospitato. Purtroppo quella sembra essere l’unica location di certe dimensioni a essere disponibile a concederci la sala. L’altra struttura paragonabile nella realtà valchiavennasca, che ci aveva ospitato un paio di volte agli albori delle nostre iniziative, sembra non essere più disponibile. Ogni volta, alle nostre richieste, ci vengono opposte motivazioni differenti per il diniego della sala, alcune francamente vaghe e poco convincenti. Semplici coincidenze? Forse. Quel che però è certo che in determinati ambienti siamo visti come il fumo negli occhi. Una cosa che naturalmente non ci sorprende e che, da un certo punto di vista, ci inorgoglisce anche un po’ e ci fa pensare di essere sulla strada giusta. Dopo il successo strepitoso con Gracis abbiamo proposto “Ithaka”, il documentario sulla vicenda di Julian Assange. Purtroppo, al primo colpo, per un problema tecnico non risolvibile in poche ore, abbiamo dovuto posticipare la serata. Serata che però, al secondo tentativo, è perfettamente riuscita e ci ha permesso di approfondire una vicenda che anche in questi giorni è tornata alla ribalta delle cronache. In quell’occasione abbiamo avuto anche la possibilità di collegarci, via web, con il cognato di Assange che ci ha fornito alcuni spunti dall’interno sulla questione. Non credo che molte altre realtà locali siano state in grado di proporre un approfondimento di questo livello su una tematica così rilevante e, almeno in parte, nascosta dai media mainstream. Un approfondimento che non sarebbe stato possibile senza l’aiuto della nostra socia Paola Dellamano che si è offerta di tradurre per il pubblico le parole dell’ospite. La ringraziamo davvero tanto per questo. In una location nuova, quella del polifunzionale di Verceia, abbiamo poi proposto l’incontro col giornalista Maurizio Martucci sul tema del 5G e dei rischi per la salute delle nuove tecnologie che si stanno sempre più sviluppando. Per questa occasione dobbiamo ringraziare la nostra socia Rossella Rampoldi per aver fatto da collegamento con l’ospite. L’incontro successivo, dopo uno a numero chiuso relativo a temi finanziari, è stato con la farmacista Silvia Zecca che ci ha illustrato i pericoli di un uso disinvolto ed eccessivo dei farmaci. E’ stata poi la volta del documentario “Non è andato tutto bene”, degno successore di “Invisibili” che in tre intense ore ha riassunto alla perfezione lo strazio e le incongruenze degli ultimi anni, a partire dalla pandemia Covid. Siamo particolarmente orgogliosi di essere riusciti, grazie agli introiti delle serate che abbiamo effettuato, a dare un contributo economico (ancorché piccolo) a un’opera che dovrebbe essere diffusa il più possibile. Infine, ultimo evento, un altro tutto esaurito al Victoria per Silver Nervuti. Questo quanto fatto durante l’ultimo anno. Come ho detto l’altra sera al cinema ora ci prendiamo una pausa estiva ma per l’autunno abbiamo già in cantiere diversi incontri di cui vi annunceremo a breve i dettagli. Esaurita la parte operativa, veniamo a quella, chiamiamola così, “filosofica” che, per mia formazione personale, mi è senz’altro quella più cara. Anzitutto voglio esprimere il grande affetto che mi lega personalmente a tutto il direttivo, composto da Davide, Roberto, Milva, Stefania e Tecla e dalla new entry (da un anno) Barbara (a proposito un grande plauso a lei, la cui spinta è stata fondamentale per le due serate di maggior successo, ovvero quelle con Gracis e Nervuti). Mi preme ribadire qui ancora con più forza un concetto che già dissi già lo scorso anno. Siamo infatti un gruppo totalmente eterogeneo per età, sesso (si può ancora dire?) estrazione sociale e culturale, convinzioni ideologiche e chi più ne ha più ne metta, da far sembrare impossibile collaborare proficuamente. E in effetti in quest’ultimo anno è anche capitato che avessimo discussioni, disaccordi anche di un certo rilievo ma, da questo, invece che esserne inquinati, abbiamo tratto maggiore forza e siamo riusciti a fare sintesi e a migliorare tutti assieme. Lo dissi anche lo scorso anno e lo ripeto adesso: difficile trovare un gruppo così affiatato, a dispetto delle differenze. Credo che il motivo vada ricercato proprio nel fatto che tali differenze siano la nostra reale forza, oltre al fatto che ormai è cresciuto l’affetto che ci lega. Certo il sottoscritto rimarrà un misantropo ritroso a ritrovarsi in gruppi numerosi e pessimista rispetto a un miglioramento complessivo della razza umana, mentre altri avranno un approccio più ottimista. Tutti però siamo convinti che il pensiero critico e la libertà siano due valori fondamentali e non negoziabili. Questo ci rende, forse, poco adatti alla società contemporanea che mira invece alla spersonalizzazione, all’infantilizzazione e al controllo della popolazione. Ma d’altra parte, come diceva Jidda Krishnamurti: “Non è un segno di buona salute mentale essere perfettamente adattati a una società malata”. Considerato il crescente successo dei nostri eventi direi che siamo in tanti a essere disadattati e, pur non avendo la presunzione di cambiare il mondo, è bello sapere che ci sono altre persone che non si adattano all’ubbidienza e all’infantilizzazione di cui sopra. Per conto nostro siamo intenzionati a continuare a non adattarci e a promuovere una modalità di azione e pensiero improntata al pensiero critico, alla responsabilità, alla crescita umana e intellettuale e alla libertà, speriamo con l’aiuto di tutti voi che invito a esprimere le vostre impressioni in questa occasione (e non solo).
Buoni pensieri (e azioni) liberi a tutti
Libere Menti Valchiavenna relazione 2023
Nel 2022, assieme ad alcune altre meravigliose (e libere) persone abbiamo fondato un’associazione denominata Libere Menti Valchiavenna. Da allora abbiamo fatto molti passi avanti. Qui di seguito la mia relazione in qualità di presidente alla prima assemblea dell’associazione nel 2023
Buonasera a tutti e grazie di essere intervenuti.
Ci troviamo qui per svolgere la prima Assemblea ordinaria della nostra associazione, a poco meno di un anno dalla sua fondazione. Un lasso temporale breve ma che, anche alla luce della velocità con cui si muove, purtroppo, la nostra società, è stato particolarmente intenso per tutti noi. Non sto a ripetere le finalità e le stelle polari che guidano la nostra associazione (il nome che abbiamo scelto dice già tutto) ma vorrei fare una veloce cronistoria degli eventi rilevanti dell’ultimo anno per il nostro sodalizio. Come già la maggior parte di voi sanno abbiamo iniziato a riunirci quasi casualmente. La genesi di tutto può essere fatta risalire a un’iniziativa della nostra consigliera Milva, che è venuta da me, coinvolgendo altri genitori, per fare un articolo sul grave disagio che vivevano gli adolescenti sottoposti al ricatto vaccinale per poter svolgere le attività sportive a cui erano iscritti. Da quella esperienza abbiamo continuato a riunirci e, anche grazie all’impegno del nostro vicepresidente Davide, siamo riusciti a far svolgere ai ragazzi alcune delle attività che gli erano state precluse dall’abominevole ricatto vaccinale. La seconda iniziativa è stata una lettera inviata ai dirigenti scolastici sul tema delle mascherine. Una presa di posizione che ha fatto molto rumore e che, almeno a mio parere, ha evidenziato la coda di paglia di molto personale della scuola che si è offeso e che non ha mai risposto direttamente, preferendo rivolgersi ai giornali. Il mondo della scuola è stato quello che probabilmente si è rivelato essere più deludente durante il periodo pandemico poiché, invece che insegnare indipendenza e pensiero critico, ha promosso unicamente omologazione, dogmatismo e inutile autoritarismo. Su questo credo che si debba riflettere molto profondamente sia come individui che all’interno dell’associazione, per valutare attentamente come rapportarsi in futuro con le istituzioni scolastiche.
Ma andiamo avanti: man mano che aumentava l’esigenza di promuovere ulteriori iniziative ci è parso chiaro che lo strutturarci in associazione era la modalità più consona. E così abbiamo fatto. Il nostro battesimo è stato, dopo pochissime settimane dalla creazione ufficiale di Libere Menti, con i meravigliosi spettacoli teatrali di Claudio Tomaello. Due eventi che ci hanno messo sulla cartina geografica della società valchiavennasca, il che sicuramente a molti non ha fatto piacere. Il secondo appuntamento organizzato è stato il convegno con i medici dell’associazione Jenner sugli effetti avversi delle inoculazioni anti Covid. In questa occasione erano stati invitati tutti gli amministratori pubblici, i farmacisti e i medici di medicina generale. Nessuno di loro si è presentato, non si sa se per paura o nel maldestro tentativo di affossare la nostra opera di divulgazione. All’inizio dell’anno scolastico, poi, quando ancora si riproponeva l’assurdo teatrino delle mascherine, abbiamo prodotto un corposo dossier (corredato da ricerche scientifiche e pareri legali) che è stato consegnato ad alcuni presidi. Non è servito a nulla all’atto pratico (ma alcuni di noi hanno tenuto a casa i propri figli finché le mascherine erano richieste per dare un segnale) ma almeno è rimasta traccia della nostra opposizione. Non solo su temi sanitari ci siamo concentrati. Il terzo evento è stato infatti, con il cantautore Rocco e il filosofo Viscusi sui pericoli del web e della digitalizzazione estrema cui stiamo andando incontro. Evento di successo anche questo a cui però non si è visto, di nuovo, nessuno degli amministratori che erano stati personalmente invitati. Il salto di qualità definitivo è arrivato con la proiezione al Victoria del documentario “Invisibili” a cui hanno partecipato più di 200 persone e alcune, purtroppo, abbiamo dovuto lasciarle fuori. Personalmente non ricordo una cosa simile al cinema teatro se non per gli spettacoli scolastici. Un evento particolarmente importante anche per la testimonianza dell’infermiera Patrizia Parolo e per gli interventi dei medici Cesa Bianchi e Pozzoli, che ringrazio. Infine abbiamo portato in valle don Emanuele Personeni, un prete coraggioso che ha saputo contestare l’atteggiamento della Chiesa durante la pandemia, per affrontare l’argomento anche dal punto di vista dei credenti. In particolare questi ultimi due eventi hanno creato parecchio malumore (oltre naturalmente a continuare a registrare la totale assenza di amministratori pubblici). C’è chi li ha definiti “raduni di disagiati”, come se raccontare la verità e la sofferenza di persone reali, disturbando i manovratori, sia sintomo di disagio e non invece di attenzione e approfondimento. Forse chi ha fatto simili affermazioni soffre di quello che in psicanalisi viene definito transfert, oppure di complessi di inferiorità non confessati oppure ancora ha paura di affrontare il fatto che la realtà probabilmente non è esattamente come ci hanno raccontato in questi ultimi anni. Ammettere di essere stati presi in giro è la cosa più difficile da fare, e pur provando empatia e compassione per chi lo è stato, non per questo crediamo ci si debba limitare nell’approfondimento e nella ricerca della verità.
Al di là di queste considerazioni, dunque, noi continuiamo per la nostra strada. Riteniamo infatti che l’autorevolezza e il rispetto si guadagnino con l’esempio, la coerenza e l’onestà intellettuale e non certo inseguendo facili consensi etichettando schematicamente qualsiasi cosa non rientri all’interno di una preconfezionata visione del mondo e della società.
Non abbiamo comunque finito con gli eventi. Venerdì prossimo a Colico riproporremo il documentario “Invisibili”. Ce lo ha chiesto l’infermiera Patrizia, che è residente proprio lì, e molto volentieri ci siamo prestati anche per dare la possibilità a coloro che non sono potuti intervenire al Victoria, di avere un’altra chance di partecipare. Il venerdì successivo, 26 maggio, avremo invece, ancora al cinema Victoria, un interessantissimo convegno col biologo molecolare Guerra sul tema del transumanesimo e dell’identità digitale (ma non solo). Chiedo a tutti di promuovere quanto più possibile queste due importanti iniziative. Poi ci fermeremo qualche tempo per le vacanze ma con la promessa di ripartire tra fine agosto e settembre. L’idea sarebbe quella di organizzare una festa per celebrare il nostro primo anno di vita. Ci stiamo lavorando, così come stiamo lavorando ad altri eventi e anche ad un altro progetto particolarmente ambizioso e complicato.
Questa la storia di un anno, ma veniamo ora al presente. Innanzitutto, come presidente, non posso che rivolgere un ringraziamento e un ideale abbraccio ai membri del Consiglio direttivo Davide, Roberto, Stefania, Tecla e Milva per il loro impegno, la loro intelligenza, umanità e profondità, che hanno permesso a questa nostra realtà di crescere. Credo che si possa dire, senza tema di smentita, che siamo un gruppo talmente eterogeneo, per età, sesso, estrazione sociale e culturale, convinzioni ideologiche e chi più ne ha più ne metta, da far sembrare quasi impossibile che si possa collaborare così proficuamente. Eppure non solo ci stiamo riuscendo, ma il fatto di essere così differenti gli uni dagli altri è risultato essere un valore aggiunto straordinario. E col tempo credo si possa dire che sono cresciuti anche l’affetto e l’amicizia tra noi e che difficilmente si potrà trovare un gruppo così affiatato (il primo a esserne sorpreso è il sottoscritto, famoso per la sua misantropia e ritrosia a trovarsi in gruppi numerosi). Non vado oltre per non risultare stucchevole e melenso, che certamente non si addice al mio personaggio. Permettetemi però un ringraziamento speciale a Duilia che è stata la prima a parlarci di Tomaello e che ha rappresentato un esempio di rettitudine e coraggio per le difficili e dolorose scelte che ha dovuto fare nel suo ambito lavorativo e personale, per le quali avrà eterni rispetto e ammirazione da parte di tutti noi. Di recente Duilia ha fatto la scelta di uscire dal Consiglio direttivo (se fosse presente in sala e volesse raccontarne i motivi saremmo felici di aprire un piccolo dibattito, poiché il dibattito è il sale della libertà). Abbiamo cercato di convincerla a ripensarci ma, alla fine, abbiamo dovuto prendere atto della sua volontà. Per statuto i membri del Consiglio direttivo sono 7 e quindi chiediamo a chi volesse tra i soci di farsi avanti per entrare a farne parte. Sappiamo che qualcuno qualche tempo fa ha fatto la considerazione che, alla fine, sono sempre i membri del Consiglio a fare quasi tutto. Una critica che ha certamente un senso, sebbene quando si tratti di serrare i ranghi e prendere delle decisioni non si può sempre aprire un infinito dibattito, e per questo voglio dire che il numero di 7 è puramente formale. Chiunque abbia voglia di dare un contributo è bene accetto e, anzi, poi quando si organizzano le cose, più persone danno una mano e meglio è. Negli eventi passati, alla fine, ciò è accaduto e mi auguro possa accadere in futuro. Per questo invito a partecipare anche agli incontri informali che, di tanto in tanto, convochiamo. Quella è la sede ideale per esprimere idee, sensazioni, spunti e anche critiche a cui, come detto, non ci sottraiamo e che consideriamo proficue (soprattutto quelle costruttive, ma crediamo si possano trovare degli spunti di riflessione anche in quelle distruttive).
Vi invito dunque, quando finalmente avrò smesso di parlare, a esprimere le vostre riflessioni su quanto detto e quanto fatto da Libere Menti Valchiavenna.
Vorrei solo concludere parafrasando una celebre battuta del comico Jerry Lewis che così recitava: “La felicità non esiste. Di conseguenza non ci resta che provare a essere felici senza”. Ebbene, viste le spinte antilibertarie che ormai pervadono la nostra società penso che si possa dire: “La libertà non esiste. Di conseguenza non ci resta che provare a essere liberi senza”. Ecco, noi non solo ci stiamo provando, ma in questo anno credo che ci stiamo riuscendo, al massimo delle possibilità che ci sono concesse (e qualche volta anche di più). Abbiamo tutta l’intenzione di continuare a farlo, speriamo anche con l’aiuto di tutti i soci.
Buoni pensieri liberi a tutti
I migliori dischi del 2023
Eccoci con la consueta classifica dei migliori dischi del 2023. Un post che mi diverte sempre moltissimo fare e che, ovviamente non ha alcuna pretesa di esaustività. Le risorse finanziarie non sono infinite ed, essendo vecchio, mi continua a repellere affidarmi a Spotify e siti di streaming vari, e quindi qualcosa per forza scappa sempre. In ogni caso questo 2023 ci ha consegnato un’opera leggendaria e il ritorno di un altro dei più grandi artisti dell’ultimo mezzo secolo. Direi che non ci si può lamentare. Contrariamente al solito ho voluto fare una top 15 invece che una top 10, anche se ho sicuramente acquistato meno dischi che in passato, così tanto per non essere troppo lineare…
1 – THE DARK SIDE OF THE MOON REDUX – ROGER WATERS
“The memories of a man in his old age / Are the deeds of a man in his prime”. Con queste parole, originariamente appartenenti alla canzone “Free Four” su “Obscured By Clouds” Waters apre la sua rivisitazione del disco più famoso dei Pink Floyd (ma anche quello più patinato, furbo e commercialotto). Un immediato pugno nello stomaco che stabilisce subito che qui non siamo in presenza solo di un semplice rifacimento del disco, ma in qualcosa di più sentito, profondo e, in un certo senso, definitivo. In molti hanno storto il naso per il confronto, giudicato impietoso, col prodotto originale. Si tratta però di un approccio piuttosto infantile a un’opera del genere, quasi a dire “Ecco mi hanno modificato il mio giocattolo e adesso non ci gioco più”. In ogni caso, a mio parere, questa riproposizione supera di gran lunga, quanto a valore artistico, l’originale. Come dicevo TDSOTM è il disco più patinato, iperprodotto furbo e commercialotto dei Pink Floyd. Waters lo ha scarnificato, riportandolo non solo alla sua essenza (facendolo diventare lacrime, carne e sangue al posto della patina fuffosa dell’originale) e, se possibile, chiudendo amaramente un cerchio. Certo non ci sono le chitarre di Gilmour, il sax papettiano (per fortuna), i cori e gli orpelli. Qui ci sono tanta chitarra acustica, un profluvio di hammond, alcuni momenti più drammatici sottolineati da suono del theremin, orchestre, violoncelli e, soprattutto, il miracolo di aver reso l’accoppiata Money/Us&Them (ovvero il duo di canzoni più finte e insopportabili dei Pink Floyd) quei capolavori che nella scrittura orignale probabilmente erano. E poi un torrente di parole declamate che ha dato fastidio ai critici e al pubblico più grossolani e dozzinali ma che invece sono perfettamente funzionali al messaggio. In definitiva uno dei più grandi artisti dell’ultimo secolo ci racconta, a 80 anni, la sconfitta (anzi il tracollo) delle utopie e di una società intera. E lo fa con un’opera bellissima e definitiva. Epocale
2 – I/O – PETER GABRIEL
Un disco di Gabriel è sempre un evento, anche per via delle attese infinite cui ci sottopone. Ogni volta, poi, se ne inventa una nuova. In questo caso l’invenzione è stata il rilascio a tappe delle varie canzoni lungo tutto l’anno in coincidenza di ogni luna piena. Certo probabilmente la promozione ai tempi dei social e delle playlist si fa anche così e, altrettanto probabilmente, ha funzionato dal punto di vista commerciale. Da quello artistico, a mio parere, un po’ meno. Ma probabilmente sono io un vecchio che preferisce godersi i dischi nella loro interezza. Nonostante questa premessa, l’opera resta magnifica come tutte quelle del nostro. Forse leggermente meno originale che in passato ma le canzoni, nessuna esclusa, sono inattaccabili. Soprattutto resta immutato il sovrannaturale talento di scrivere brani e melodie che ti entrano subito in testa (al secondo ascolto le canti già) senza scadere mai nella banalità dozzinale del pop contemporaneo. Dei tre mix disponibili forse il migliore è quello che si trova solo nell’edizione su blu-ray, ma comunque tutti e tre sono godibilissimi. E il fatto che esista Peter Gabriel rende il mondo un po’ meno orrendo
3 – THE HARMONY CODEX – STEVEN WILSON
La carriera solista di Wilson è costellata di una serie di dischi che vanno dall’insulso all’appena accettabile. Il motivo, lo sostengo da sempre, va ricercato in quella che io chiamo “bignamizzazione”. E’ stato sicuramente bravissimo in passato a fare un estratto di tutti i vari artisti che ha ammirato (a volte addirittura copiando senza ritegno) e dando in pasto ai prog-nerd meno evoluti esattamente ciò che si aspettavano diventando così, per essi, un artista di culto. Fortunatamente per questo nuovo disco ha ridotto fortemente questa attitudine, lasciando andare la creatività senza per forza ispirarsi a qualcuno, ed ecco che ne è uscita un’opera splendida, anche per la sua non uniformità, che rappresenta, con piste di vantaggio, il top della sua produzione solista e l’unica che può essere avvicinata alle cose migliori fatte con Porcupine Tree, No Man e Storm Corrosion. La dimostrazione che quando non compone a soggetto il talento è indiscutibile
4 – SIFR – MOTUS LAEVUS
Secondo disco per la band genovese che, se possibile, migliora la già bellissima opera prima. Il trio formato da Edmondo Romano (fiati), Tina Omerzo (voce e tastiere) e Luca Falomi (chitarre) coadiuvati da una validissima sezione ritmica ripropone una formula dall’indubbio fascino che mette assieme Occidente e Oriente, jazz, fusion, musica popolare balcanica e nordafricana. Insomma il concetto di world music perfettamente esemplificato. L’identità dei Motus Laevus è però forte e ben definita e il consiglio è di dar loro una chance
5 – PUER AETERNUS – THE ANCIENT VEIL
Pubblicare nel 2023 un concept album progressive è sicuramente un atto di coraggio, considerando anche che il gruppo abbandona pure la sua comfort zone proponendo, per la prima volta, anche testi in italiano. La band dei due leader Edmondo Romano e Alessandro Serri si avvale anche di ospiti d’eccezione (come ad esempio Lino Vairetti degli Osanna e Tony Cicco della Formula 3) per interpretare alcuni dei personaggi della storia. Da un punto di vista musicale gli Ancient Veil non tradiscono, soprattutto per via delle loro bellissime e caratteristiche aperture melodiche con temi meravigliosi che caratterizzano la gran parte dei pezzi. Forse i testi (opera di Romano) a volte sono un po’ criptici ma l’accuratissimo booklet aiuta a seguire efficacemente la storia
6 – LEMURES – IL BALLETTO DI BRONZO
Ci ha messo 51 anni Gianni Leone a dare un successore a quel leggendario capolavoro del rock italiano (non solo progressivo) che fu YS. Certamente l’alone di leggenda che circonda la reputazione di questo gruppo meritava che l’attesa fosse ripagata da un disco di assoluto livello. E così è stato. Lemures è un’opera di progressive rock sì, ma non stantio e didascalico, bensì oscuro e moderno, grazie non solo alla tecnica ma anche alla serietà e alla ricerca dei suoni delle tastiere di Leone e alla sua voce sempre inconfondibile e a tratti piacevolmente inquietante. Il tutto condito da una possente e fantasiosa sezione ritmica. E’ valsa la pena aspettare, insomma
7 – ATUM – THE SMASHING PUMPKINS
In un’epoca di playlist, di velocità e di poca attenzione ci vuole un bel coraggio a pubblicare una rock opera in tre dischi (più di tre ore di musica). E la critica, infatti, ha completamente distrutto il nuovo disco del gruppo di Billy Corgan con la motivazione, appunto, che fosse troppo lungo e anacronistico, come se queste fossero due categorie con cui giudicare un’opera d’arte. Ma d’altra parte la piaggeria della critica rispetto al riduzionismo culturale in atto non fa più granché notizia. Personalmente non li ho mai amati troppo, anzi, ma questo disco (uscito sia a tappe che come unico volume) mi ha conquistato subito, non solo per il coraggio ma anche per la sua intrinseca bellezza (a cominciare dal bellissimo overture) e anche per il fatto che, lungo le tre ore, riesce a non annoiare mai neanche per un minuto. Non per tutti, ma solo per chi ritiene che l’arte non si misuri in regole dettate a tavolino dal mercato
8 – CHAOS & COLOUR – URIAH HEEP
Eterna giovinezza per un gruppo storico dell’hard rock che ha subito tanti cambi di formazione ma che ormai dal 1986 si è stabilizzato attorno al fondatore (il chitarrista Mick Box) al vocalist Bernie Shaw e al tasterista Phil Lanzon. Questi ultimi due se, forse, all’inizio, hanno un po’ fatto rimpiangere Byron e Hensley, hanno poi comunque dimostrato un grande spessore artistico. Spessore artistico che ha anche questo disco che rappresenta un po’ la summa di come dovrebbe essere un disco di hard rock melodico con la sapiente alternanza di brani più potenti e altri più tranquilli senza mai scadere in qualità. La ricetta è sempre quella ma fatta con tali classe e perizia da non scadere mai nel banale
9 – JOYFUL SKY – ROBIN TROWER
Quando metti nel lettore un disco di Robin Trower sai già cosa aspettarti eppure, ogni volta, nonostante la prevedibilità, ne rimani affascinato. Il suo rock blues elettrico dalla forte impronta melodica sembra non tramontare mai. Questa volta si avvale anche di una vocalist (la bravissima Sari Schorr) e la voce femminile dona ulteriore colore alle celestiali composizioni di Trower. Sono pochissimi quelli che fanno sempre la stessa cosa eppure ogni volta resta bellissima. Lui è sicuramente uno di questi
10 – MONDO E ANTIMONDO – UMBERTO MARIA GIARDINI
Da quando Giardini ha abbandonato lo pseudonimo Moltheni iniziando a usare il suo vero nome non ha sbagliato un colpo e, anzi, se possibile, ha accresciuto ulteriormente la sua proposta artistica. E anche in questo caso è così. Pur non raggiungendo, forse, le vette di Futuro Proximo, questo disco scorre alla grande dall’inizio alla fine tra melodie non banali, brani anche energici, eseguiti con grande perizia strumentale e i soliti testi esistenzialmente profondi cantati dalla voce inconfondibile dell’autore. Un gigante del rock italiano contemporaneo, forse secondo solo a Paolo Benvegnù
11 – CHRISTMAS NIGHT 2066 – MOONGARDEN
Dopo due dischi sorprendentemente anonimi la band di Cristiano Roversi torna con un graditissimo colpo di classe, con un concept album che recupera e amplia le classiche sonorità evolutamente progressive dei Moongarden, con la consueta prova gigantesca del chitarrista David Cremoni oltre che del leader. Un ritorno davvero alla grande. Ottimo anche il secondo CD che prevede una serie di collaborazioni e alcune bellissime cover (Hairless Heart dei Genesis su tutte)
12 – PEACE… LIKE A RIVER – GOV’T MULE
Il disco è di alto livello ma è la prima volta che metto un’opera dei Mule fuori dai primi 10. Questo perché mi pare che in questo nuovo lavoro affiori un po’ di manierismo, non controbilanciato dall’energia consueta che sprigiona questa band che, di solito, mi si perdoni il francesismo, spacca il culo ai passeri. Un po’ una sorpresa visto l’elevatissimo livello dei due dischi che hanno preceduto questo nuovo lavoro. Resta comunque un’opera di livello, piacevole per chi li ama da sempre, ma per chi non li conosce forse è meglio approcciarsi ad altro
13 – ATTA – SIGUR ROS
Una vera e propria resurrezione per la mitica band islandese che mancava dal mercato da circa dieci anni dopo un paio di opere non certo indimenticabili. Il ritorno in formazione del tastierista/polistrumentista Kjartan Sveinsson ha permesso loro di recuperare quelle sonorità e atmosfere che rendevano l’ascolto dei loro dischi un vero e proprio suggestivo viaggio tra melodie celestiali e mai banali. Il contemporaneo abbandono del batterista ha portato poi a un disco in cui le percussioni sono ridotte al minimo in favore di sonorità più eteree. Non è un capolavoro ma un bellissimo lavoro che ne sancisce il ritorno. Ci erano mancati
14 – MIRROR TO THE SKY – YES
Personalmente trovo il nuovo corso degli Yes particolarmente apprezzabile. Dopo l’orrendo Heaven & Earth hanno decisamente corretto il tiro con lo splendido The Quest. Certo, Howe a parte, la formazione non è paragonabile a quella che ci ha consegnato alcuni dei capolavori più fulgidi del rock di sempre, ma l’ascolto dei loro dischi è piacevolissimo grazie all’indubbia bravura di Sherwood e Downes (mentre il cantante Jon Davison continua a sforzarsi, a volte forse fin troppo, di assomigliare a Anderson). Rispetto al disco precedente qui vengono accentuati gli elementi sinfonici, anche se complessivamente siamo su livelli leggermente più bassi, ma il tutto si ascolta davvero volentieri
15 – ALL THAT WAS EAST IS WEST OF ME NOW – GLEN HANSARD
Non era certo facile per il bravissimo cantautore irlandese ripetersi sui livelli dello straordinario “This Wild Willing” e difatti non ci è riuscito, ma ha comunque portato a casa la pagnotta con un disco di ottimo livello che si segnala per una certa accentuazione delle parti più rockeggianti. Il difetto è che forse, a volte, si sforza un po’ troppo di sembrare Dylan senza esserlo, ma averne di lavori (e di artisti) del genere
I LIVE
BBC BROADCASTS – GENESIS
THE WHO WITH ORCHESTRA LIVE AT WEMBLEY 2019 – THE WHO
GRR LIVE! – THE ROLLING STONES
LIVE – JON LORD
LE DELUSIONI
LE ORME & FRIENDS – LE ORME
Un disco triplo pensato programmaticamente come l’ultimo della carriera. Apprezzabile l’idea di farlo ma si sente che tutto è un po’ forzato e manieristico, soprattutto per quel che riguarda il primo dei tre CD, che è il vero e proprio disco della band. Non è che sia brutto, ma non è abbastanza bello per passare sopra alla prevedibilità e al manierismo di cui sopra. Il secondo disco vede la partecipazione di alcuni ex membri storici, in primis Toni Pagliuca e Tolo Marton che propongono alcune loro composizioni abbastanza senza infamia e senza lode. Terrificante per banalità invece il brano di Jimmy Spitaleri, discreto quello di Francesco Sartori. Il terzo disco invece non si capisce che c’entri presentando una serie di brani di gruppi prog, storici e recenti, della casa discografica. Probabilmente messo lì con intento promozionale ma dando l’impressione di c’entrare come i cavoli a merenda. Una delusione insomma, che forse accredita la decisione di Aldo Tagliapietra di non partecipare
SKY VOID OF STARS – KATATONIA
Una band straordinaria purtroppo in un declino che appare inesorabile. Dopo il picco raggiunto nel 2016 con il meraviglioso The Fall Of Hearts sono arrivati due dischi che tentano, senza riuscirci, di riproporre quella formula ma che invece suonano stantii, noiosi e ripetitivi. Speriamo in un sterzata a breve
YAY – MOTORPSYCHO
La band norvegese pare sentirsi in dovere di pubblicare qualsiasi cosa. Ed ecco arrivare dunque un disco prevalentemente acustico prodotto durante il lockdown. Peccato che si percepisca che le canzoni sono state solo abbozzate e non curate come sarebbe stato il caso. Alcune sono anche molto piacevoli ma la sensazione di trascuratezza e embrionalità non abbandona mai durante tutta la durata del disco
I migliori dischi del 2022
Eccoci al post natalizio sui migliori dischi dell’anno. La premessa è la solita degli ultimi tempi, ovvero che, avendo comprato non tantissimi dischi quest’anno, qualche cosa può essermi sfuggita. Se devo fare una sintesi il livello medio di quest’anno è stato leggermente inferiore al solito e quindi magari in top ten entrano dischi che in passato ne sarebbero stati al di fuori, seppure di poco. Ad ogni modo iniziamo
1 – ORLANDO LE FORME DELL’AMORE – BANCO DEL MUTUO SOCCORSO
Voglio fare subito una scelta che sarà senza dubbio controversa, ma ne sono abbastanza convinto. Il disco del rinato Banco è un prodotto d’altri tempi, di quelli che nell’immediatezza magari non ti fanno spellare le mani, ma che vanno scoperti su ripetuti ascolti (come ogni concept album che si rispetti del resto). Ascolti ripetuti che lo fanno crescere di volta in volta fino a considerarlo magari non un capolavoro, ma certamente un disco eccelso sì. Fra le critiche che ho visto girare in rete c’è quella, particolarmente idiota, che “sì, non male, ma non è il Banco”, immagino per via dell’assenza di Di Giacomo. A parte che la forza del nuovo bravissimo cantante Tony D’Alessio (da X Factor non esce solo merda per fortuna) è proprio quella di non provarci nemmeno a imitare Di Giacomo (cosa impossibile peraltro), ma comunque il Banco è riconoscibilissimo nelle tastiere e nelle composizioni di Nocenzi (coadiuvato dal figlio Michelangelo nella scrittura). Insomma un disco centratissimo, mai banale, coeso, suonato e prodotto divinamente e bellissimo nei suoi quasi 80 minuti. Ovviamente è il migliore da Canto di Primavera in poi e non sfigura troppo rispetto agli immortali capolavori degli anni Settanta.
2- 18 – JEFF BECK & JOHNNY DEPP
Se esistesse un campionato delle cover fatte diventare personali e, a volte, più belle degli originali, probabilmente Jeff Beck occuperebbe tutti e tre i gradini del podio. E questo nuovo lavoro non fa eccezione. Depp partecipa con la sua suggestiva voce e con una composizione bellissima (This is a song for miss Hedy Lamarr), una ballad struggente con il consueto assolo leggendario di Beck. Il resto del disco è una collezione di cover alcune stravolte, alcune più fedeli, ma tutte riconducibili alle sonorità di quello che, a mio parere (ma non solo mio credo) è il più grande chitarrista della storia del rock. Una leggenda che non tramonta.
3 – DESTINAZIONI OBLIQUE – ALIANTE
Dopo due ottimi dischi di progressive strumentale i toscani Aliante cambiano la formazione con l’abbandono del precedente tastierista che viene sostituito da un altro tastierista/polistrumentista a cui viene aggiunto anche un chitarrista. Una formazione a quattro che amplia lo spettro sonoro della band che ci consegna un piccolo gioiello che, purtroppo, resterà confinato nella nicchia progressiva. Sicuramente fare un disco solo strumentale non aiuta a emergere ma, se la maggior parte del pubblico non avesse le orecchie foderate di merda alla Maneskin o alla Sanremo, potrebbe sicuramente godere di un gruppo italiano che riesce a produrre un disco di questa qualità. Speranza vana, lo so. In ogni caso un brano come Cartimandua è in grado di riconciliarti con l’esistenza.
4 – BANEFYRE – CRIPPLED BLACK PHOENIX
Il gruppo inglese guidato dal batterista/chitarrista Justin Greaves torna con un’opera mastodontica, da loro stessi definita come una sorta di musical. Leggendo in rete un po’ di recensioni il concetto prevalente era che il disco era molto bello NONOSTANTE la sua lunghezza abbondantemente oltre l’ora e mezza. Un concetto malato che purtroppo dimostra come sia cambiata la fruizione dei prodotti musicali (e artistici in generale), e certamente non in meglio. La lunghezza, invece, per conto mio, è più che appropriata, così come la pesantezza del disco che alterna escursioni in svariati generi, dallo shoegaze al doom, al post-rock passando anche per il progressive e chi più ne ha più ne metta. Certo non è un ascolto leggero, ma l’impegno lo vale tutto. E la sola Rose Of Jericho giustifica l’acquisto del disco.
5 – IL PIANETA DELLA MUSICA E IL VIAGGIO DI IOTU – FRANCO MUSSIDA
Dopo l’addio alla PFM sembrava chiusa la carriera discografica di Mussida che invece, per fortuna, ritorna alla grande con composizioni probabilmente mai così autobiografiche. Una sorta di concept album sul valore salvifico della musica e della bellezza, non scevro anche da un’impietosa autocritica tipo quando, nel brano “Ti lascio detto”, recita: “Abbiamo vissuto quegli anni meravigliosi e non abbiamo restituito niente” (in realtà non è vero, ci hanno lasciato della musica meravigliosa purtroppo, quello sì, senza cambiare il mondo). Il disco alterna brani cantati, recitati e strumentali, il tutto dominato dalla chitarra baritona elettro acustica costruita su misura per Mussida e che lui sfrutta in tutta la sua meravigliosa gamma sonora. Purtroppo non se lo cagherà nessuno visto che è troppo inusuale sia per i dinosauri progressivi che per i ritardati dei talent.
6 – EN ÄR FOR MICKET OCH TUSEN ALDRIG NOG – DUNGEN
Dopo l’esperimento più jammato di un disco come Haxan la band torna all’antico con Gustav Ejstes (cantante e polistrumentista) che riprende il ruolo di unico compositore riportando il gruppo alle deliziose sonorità pop psichedeliche con venature prog di dischi meravigliosi come Ta Det Lungt o Allas Sak. E poi c’è il mio adorato Reine Fiske che con la sua chitarra riesce a far splendere qualsiasi cosa. Il cantato è, ovviamente, rigorosamente in svedese, ma anche se non comprendete il significato dei testi non potete non rimanere affascinati da sonorità e melodie. A meno di non capire un cacchio ovviamente.
7 – EENYMOR – SIIILK
La nuova band dei due ex Pulsar Gilbert Gandil e Jacques Roman propone un disco davvero suggestivo e delicato che riprende in parte anche le sonorità del mitico gruppo d’origine (il migliore in Francia dopo gli Ange) portandosi spesso su lidi floydiani, con qualche incursione in sonorità orientaleggianti. Il chitarrista Gandil è in gran forma e regala una serie di interventi a dir poco magici. Il disco avrebbe meritato di stare forse qualche posto più in alto in classifica, non fosse per il fatto che i francesi che cantano in inglese mi provocano sempre un certo fastidio per via dell’accento. Ma è una cosa a cui si passa sopra volentieri.
8 – I AM THE MOON – TEDESCHI TRUCKS BAND
Derek Trucks, oltre a essere un fuoriclasse assoluto delle sei corde, ha raggiunto la sua maturità anche in chiave compositiva. La band ritorna con un quadruplo vinile/CD usciti in sequenza uno al mese durante l’estate (di CD ne sarebbero bastati anche due) ispirato al poema del dodicesimo secolo “Layla e Majnoun” (lo stesso che ispirò Eric Clapton nel progetto Derek & The Dominos). Ovviamente vista la lunghezza qualche piccola caduta c’è ma il tutto generalmente si svolge a un livello eccelso sia compositivo che esecutivo, mantenendo comunque una certa orecchiabilità, con vette di lirismo come la title track (sul primo CD) o la bellissima All The love (sul secondo).
9 – AN HOUR BEFORE IT’S DARK – MARILLION
Dopo un capolavoro come FEAR ripetersi era quasi impossibile e infatti i Marillion non ci riescono. Ma pur non raggiungendo mai le vette del predecessore (anche se la conclusiva Care si sistema più o meno lì) siamo in presenza di un disco eccelso che dimostra come la band sia in grandissima forma nonostante il lungo chilometraggio (e dimostra anche che chi preferisce Fish a Hogarth è un nostalgico un po’ rimbambito).
10 – THE TRAIL OF US – KATIE BARBATO
Non è uscito su supporto fisico ed è un peccato, perché il disco della cantautrice statunitense è davvero di alto livello. Quattordici composizioni, tutte splendide, caratterizzate da un suggestivo pop rock prodotte dal mitico Brett Kull degli Echolyn (che partecipa alla scrittura anche di alcuni brani, oltre a suonare chitarra, basso, tastiere e fare la seconda voce). Lo trovate su Bandcamp a poco prezzo. Vi consiglio di regalarvelo.
GLI ALTRI
Mi permetto di segnalare altri dischi ottimi che sono rimasti fuori dalla Top Ten ma che meritano più di un ascolto
A LIGHT FOR ATTRACTING ATTENTION – THE SMILE
CLARK (SOUNDTRACK FROM THE NETFLIX SERIES) – MIKAEL AKERFELDT
EMOTIONAL ETERNAL – MELODY’S ECHO CHAMBER
EPEKSTASIS – NICKLAS BARKER
EVOLVER – TRIBE OF NAMES
IL TESTAMENTO DEGLI ARCADI – IL TESTAMENTO DEGLI ARCADI
ISLAND IN THE RED NIGHT SKY – DJAM KARET
NO MORE WORLDS TO CONQUER – ROBIN TROWER
SEE THOSE COLOUR FLY – BREATHLESS
SO CERTAIN EP – RYLEY WALKER
I LIVE
1- ONE SHOT REUNION – PERIGEO
2- LIVE MINNUENDO – MINIMUM VITAL
3- LIVE AT MONTREUX JAZZ FESTIVAL – ANNA VON HAUSSWOLFF
LE DELUSIONI
Premessa: nessuno di questi tre dischi è brutto, anzi. Uno di essi poteva tranquillamente stare nella Top Ten, ma finisce qua per i motivi che spiegherò. Iniziamo
ANCIENT ASTRONAUTS – MOTORPSYCHO
La bulimia compositiva non è un bene. La band norvegese sforna un altro disco di livello, peccato che sia esattamente uguale nelle atmosfere, nelle sonorità e nelle suggestioni, ai quattro che l’hanno preceduto. L’impressione è che ormai mettano il pilota automatico che gli permette di fare un disco all’anno senza troppa fatica. Forse una piccola pausa gioverebbe, nonostante il livello resti alto.
CLOSURE CONTINUATION – PORCUPINE TREE
Un ritorno di cui, francamente, non si sentiva alcun bisogno. Il disco è di una prevedibilità imbarazzante, poi Wilson, Barbieri e Harrison sono, ognuno a suo modo, dei fenomeni e quindi alla fine qualcosa di buono/decente lo tirano fuori. Io però mi sono annoiato a morte.
KARTEHL – MAGMA
Ho iniziato con una scelta controversa e concludo allo stesso modo. Il disco è brutto? Assolutamente no, anzi è ovviamente notevolissimo (e non poteva essere altrimenti vista la prestigiosa sigla che lo propone). Il punto è però che l’impressione della minestra riscaldata è fortissima. In pratica ci hanno dato in pasto un disco in cui c’è dentro tutto ciò che ci si aspetta dai Magma. E dopo tanti anni di assenza (Zess, uscito pochi anni fa, non può essere considerato un inedito visto che era una composizione vecchia di decenni, come del resto parte di questi pezzi) forse ci si poteva aspettare qualcosa in più. Poi oh, avercene, ci mancherebbe…
I migliori dischi del 2021
Eccoci alla consueta classifica dei dischi migliori dell’anno. Per questo 2021, purtroppo, sarò meno analitico del solito, per il semplice motivo che di dischi in uscita quest’anno ne ho ascoltati oggettivamente pochini per pretendere che la classifica sia esaustiva. Perciò, in luogo di “dischi migliori dell’anno” la intitolerei “dischi migliori tra quelli che sono riuscito ad ascoltare”. Se devo dare una linea guida direi che questo è l’anno in cui, sorprendentemente, alcuni dinosauri hanno tirato fuori delle opere maiuscole a dispetto del trend assunto con le precedenti produzioni. Veniamo dunque alla Top Ten
1- HEAVY LOAD BLUES – GOV’T MULE
Probabilmente era sempre stato il sogno di Warren Haynes fare un disco blues al 100%, reinterpretando anche una serie di grandi classici. Il risultato è, come al solito, straordinario e i quattro muli spaccano ancora il culo ai passeri nonostante l’età stia avanzando. La scaletta dei brani è equamente distribuita tra inediti (ma comunque 100% blues) e cover. Tuttavia, siccome i Mule, nel fare cover senza annoiare e, anzi, entusiasmare, sono i numeri uno assoluti (e i secondi arrivano quarti) la presenza di tanti classici (Blues Before Sunrise, Ain’t No Love In The Heart Of The City, You Know My Love, solo per citarne alcuni) ma anche di alcune scelte un po’ più a sorpresa (tipo Make It Rain di Tom Waits o una clamorosa versione di Have Mercy On The Criminal di Elton John) contribuisce a rendere il disco una vera e propria goduria per le orecchie. E gli inediti non sono da meno, tipo la torrida Wake Up Dead o l’acustica title track, senza dimenticare la stratosferica jam di Hold It Back. Menzione speciale per lo straordinario tastierista Danny Louis, in forma assolutamente smagliante. Insomma la testa ondeggia, il piede batte il tempo e le orecchie ringraziano. Numeri uno
2 – COURSE IN FABLE – RYLEY WALKER
Il cantautore più talentuoso del nuovo millennio torna con un’ennesima perla in cui, oltre ai rimandi martyniani e buckleyani che gli sono consueti, accentua leggermente la matrice rock, arrivando anche a sfiorare atmosfere progressive (forse dovute alla recente dichiarata passione per i Genesis dell’epoca Gabriel). Difficile scegliere una canzone sulle altre, anche se forse Rang Dizzy ha qualcosa in più. Certamente non immediatissimo per chi già non conosce Walker, ma la dimostrazione di come si possa fare un prodotto di qualità anche evolvendo e modificando la propria proposta
3- SURRENDER OF SILENCE – STEVE HACKETT
Il terzo gradino del podio è occupato dalla prima di quelle opere maiuscole di un dinosauro cui accennavo nell’introduzione. Un disco ancora più sorprendente se si considerano i due precedenti, ovvero il quasi inascoltabile The Night Siren e l’appena decente On The Edge Of Light. L’ex chitarrista dei Genesis invece, in questo lavoro, riesce finalmente a trovare il giusto equilibrio tra le aspirazioni world music (sempre presenti lungo la sua carriera ma programmaticamente accresciute in maniera evidente proprio con Night Siren), le velleità orchestrali del suo tastierista di fiducia Roger King e il prog-rock suo marchio di fabbrica. Ne esce un disco non eterogeneo (ma non è mai stata la specialità della casa) ma che, nonostante, le continue variazioni, porta l’ascoltatore in un bellissimo viaggio tra le sonorità del mondo raccordate dalla Gibson del titolare. E anche la scelta dei collaboratori è appropriata, con il buon Truciolo che rovina solo una canzone (l’unica in cui è presente). Le mie preferite sono l’africaneggiante Wingbeats e Scorched Earth, ma c’è davvero pane per tutti i gusti
4- E PENSA CHE MI MERAVIGLIO ANCORA – IL PORTO DI VENERE
Una band che, di fatto, è la creatura di Cristiano Roversi (Moongarden, Submarine Silence, Massimo Zamboni e decine di altre collaborazioni) e Maurizio Di Tollo (Maschera di Cera, Moongarden, eccetera). I due, circondatisi di musicisti straordinari e impeccabili (in un brano c’è anche il mitico Faso degli Elio e le storie tese) tirano fuori una specie di piccolo miracolo, ovvero un disco prog rock che non assomiglia a nessun altro disco prog rock (gli unici, rari, citazionismi li si trova nel brano di apertura, intitolato “Formidabile”). Testi pungenti, arrabbiati, poetici, emozionanti, interpretati da un Di Tollo decisamente ispirato e musiche straordinarie. Ovviamente, non essendo un disco particolarmente incasellabile, non è piaciuto granché all’ortodossia prog e non è arrivato a chi del genere non è appassionato. Un peccato, perché, ad esempio, un pezzo come Dahlia (forse il più inconsueto del disco e, a mio parere il migliore) meriterebbe, assieme al disco intero, altra sorte.
5- G_d’s Pee AT STATE’S END! – GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR
La formazione canadese è stata una delle più valide del movimento cosiddetto post rock. Brani iperdilatati, atmosfere apocalittiche e crescendo emozionanti hanno caratterizzato i primi, bellissimi, dischi della band. Coi lavori successivi il suono si era però un po’ troppo impantanato apparendo come una mera riproposizione della formula di successo degli esordi. Invece ecco, a sorpresa, un disco che non ha nulla da invidiare ai suoi migliori predecessori e in cui le caratteristiche di cui sopra vengono a risaltare sempre di più. Per descrivere l’apocalisse e/o i tempi oscuri e angoscianti che stiamo vivendo, difficile trovare una colonna sonora migliore di questa.
6- THE QUEST – YES
La sorpresa più grande dell’anno senza alcun dubbio. Il palloso e inutile Fly From Here e il vergognoso e imbarazzante Heaven and Earth sembravano di fatto, anche per via della morte di Chris Squire e dell’uscita dal gruppo di Jon Anderson, aver messo la parola fine alla parabola del gruppo. Onestamente neanche volevo prenderlo il disco ma, incuriosito dal primo singolo uscito su Youtube, ho voluto dargli una chance. Ebbene, mi sono ritrovato a metterlo più volte sul lettore. Pur non essendo, ovviamente, la quintessenza dell’originalità, si tratta di un disco fresco, sentito, non troppo manierista con ovviamente Steve Howe sugli scudi ma anche un ottimo Geoff Downes che, non sarà un virtuoso alla Wakeman, ma il suo contributo, soprattutto in termini compositivi, lo dà eccome. E Davison e Sherwood, pur ovviamente, facendo rimpiangere Anderson e Squire, forniscono comunque una grande prova. Il brano migliore è Leave Well Alone ma punti deboli ce ne sono pochini. Sorpresa dell’anno e disco piacevolissimo.
7- IN DISEQUILIBRIUM – ISILDURS BANE & PETER HAMMILL
Due nomi due garanzie che tirano fuori una doppia suite (meglio quella che occupa il lato B del vinile) di classe cristallina e emotività alle stelle (oltre a una complessità musicale e a una prestazione vocale sempre leggendarie). L’unico appunto che gli si può fare è quello di essere un po’ troppo simile a “In Amazonia” il precedente disco a firma del gruppo svedese e del leader dei Van Der Graaf Generator e che quindi dà un’impressione di già sentito e di leggero manierismo che gli hanno impedito di essere più su in classifica. Avercene in ogni caso…
8- TILL HORISONTEN – TRETTIOARIGA KRIGET
Un’altra band mitica del prog rock svedese degli anni 70 che, da qualche anno si è riformata per pubblicare (centellinandoli comunque) alcuni nuovi dischi. Questo Till Horisonten presenta un suono leggermente ammorbidito rispetto ai classici degli esordi ma, devo dire, che la cosa non disturba affatto. Se amate quelle sonorità non perdetevelo, se non le conoscete, rimediate
9- HO SOGNATO PECORE ELETTRICHE -PREMIATA FORNERIA MARCONI
Dopo il terrificante Emotional Tattoos, banalissimo musicalmente e, almeno nella versione italiana (quella inglese era un po’ meglio) con testi di una pochezza inaccettabile, non mi aspettavo di certo di ascoltare un lavoro di questo valore. Un concept album, ispirato alle opere fantascientifiche di Philip Dick, quanto mai attuale vista la situazione contingente che stiamo vivendo. La band inasprisce, in alcuni tratti, leggermente il suono, mentre in altri (tipo nel bellissimo singolo Atmospace) propone un pop prog davvero piacevolissimo e un livello compositivo che non si vedeva da molto (importante in questo, a mio parere, il contributo alla scrittura di alcuni brani del tastierista ospite Zabbini) Il piatto forte, naturalmente, sono le parti strumentali in cui la band giganteggia ancora (coinvolgendo in ospitate anche Ian Anderson, Steve Hackett e Flavio Premoli). Promosso su tutta la linea
10- LEVIATHAN – THE GRID & ROBERT FRIPP
Le soundscapes del leader dei King Crimson associate ai sintetizzatori del duo The Grid (Dave Ball dei Soft Cell e Richard Norris, con quest’ultimo addetto anche alla drum machine). A dispetto del titolo sono le atmosfere soffuse e rilassate a dominare, portando l’ascoltatore, aiutato anche dai dipinti grigi del bel booklet, in zone rarefatte in cui lasciarsi abbandonare. La parte migliore è quella iniziale in cui Fripp sembra essere il dominatore assoluto, mentre il duo emerge un po’ di più nella seconda parte con qualche brano con un minimo di ritmo, senza comunque mai far scadere il livello eccessivamente.
SEGNALAZIONI
Altri dischi non da Top Ten ma comunque meritevoli di un ascolto, in ordine sparso
ARRIVAL OF THE NEW ELDERS – ELEPHANT9
BLECS – OFFICINA F.LLI SERAVALLE
FOR FREE – DAVID CROSBY
HOOK LINE & SINCLAIR – DAVE SINCLAIR
IL PRINCIPE DEL REGNO PERDUTO – CELESTE
IL DIEDRO DEL MEDITERRANEO – OSANNA
IL VERO E’ NELLA MEMORIA E NELLA FANTASIA – MARCO MASONI
BEYOND BORDERS – FRACTAL MIRROR
KINGDOM OF OBLIVION – MOTORPSYCHO
MONO – VINTAGE VIOLENCE
UNDER A MEDITERRANEAN SKY – STEVE HACKETT
I LIVE
In questo 2021 sono usciti molti album dal vivo piuttosto interessanti. Ne segnalo 6
MARCH 10, 2020 MADISON SQUARE GARDEN – THE BROTHERS
Che ve lo dico a fare? Gli Allman, senza Gregg e Butch Trucks, mancati gli scorsi anni, ma con l’accoppiata Warren Haynes e Derek Trucks in gran forma, in un’esibizione dello scorso anno al Madison Square Garden, non poteva che essere straordinaria. E infatti…
MUSIC FOR QUIET MOMENTS – ROBERT FRIPP
Un box di 8 dischi di soundscapes frippiane registrate in varie esibizioni live nel corso degli anni. Avendole sempre adorate non potevo chiedere di meglio.
LAYLA REVISITED – TEDESCHI TRUCKS BAND
La riproposizione integrale (ovviamente con alcuni brani dilatati e gustosissime jam) del leggendario disco di Derek & the Dominos, con Trey Anastasio e Doyle Bramhall come ospiti. Da leccarsi i baffi
MUSIC IS OUR FRIEND – KING CRIMSON
Un ennesimo live della formazione a 8 che nulla toglie e nulla aggiunge all’epopea della più grande band di sempre, ma che nemmeno delude. Questo assume poi un particolare significato visto che, molto probabilmente, con il tour di quest’anno il Re Cremisi saluta definitivamente. E non poteva esserci migliore uscita di scena di una commovente versione di Islands
DELLE INUTILI PREMONIZIONI [VENTI ANNI DI MISCONOSCIUTO TASCABILE VOL. 1] – PAOLO BENVEGNU’
Non è proprio un live classico bensì una riproposizione in studio, in versione unplugged, di alcuni dei grandi classici del cantautore toscano (a parere di chi scrive il numero uno in Italia). Pur spogliate le composizioni restano magnifiche
I migliori dischi del 2020
Quest’anno è un po’ più difficile fare il consueto post di classifica dei migliori dischi, non fosse altro per il fatto che di dischi ne ho comprati un po’ di meno e quindi sicuramente mi sono perso qualcosa. Mi cimento lo stesso, nonostante la premessa di cui sopra
LA TOP TEN
1 – DELL’ODIO E DELL’INNOCENZA – PAOLO BENVEGNU’
Benvegnù si conferma il numero uno con piste di distanza fra i cantautori rock italiani. Un disco assolutamente privo di difetti che abbina l’accessibilità all’assenza di banalità da un punto di vista melodico e musicale a dei testi anche più centrati e significanti del solito. Un piacere per le orecchie.
2- BLESS YOUR HEART – THE ALLMAN BETTS BAND
Premessa: è probabilmente uno dei dischi più paraculi che abbia sentito ma si tratta, in questo caso, almeno a mio parere, di una paraculaggine in cui la furbizia passa in secondo piano rispetto al sentimento e alla convinzione. La banda dei figli, dunque, confeziona un disco che non sfigurerebbe nella discografia di quella dei padri, tra jam fulminanti e voci da antologia (quella di Allman è sempre più bella e quella di Betts, pur non essendo eccezionale, somiglia sempre più a quella del papà).
3- \ / – CAMEL DRIVER
Un disco e una band che ho scoperto per puro caso da un post su Facebook. Si tratta di un trio tedesco che già andrebbe applaudito per avere il coraggio di produrre, nel 2020, un album interamente strumentale con formazione chitarra/basso/batteria. E che album: un misto di hard e prog rock (con una spruzzata di sonorità orientali) che non perde mai di pathos nemmeno per un secondo. Ve lo straconsiglio. Bellissima anche la copertina.
4- THE ALL IS ONE – MOTORPSYCHO
Disco che conclude una trilogia iniziata con lo straordinario The Tower e proseguita poi con il bolso e deludente The Crucible. Qui siamo in una via di mezzo (ma più vicini a Tower). Il solito bellissimo mattonazzo motorpsychiano (con anche una suite in 5 parti lunga più di 40 minuti) che riduce al minimo il manierismo e che conduce in un lunghissimo trip. Segnalo il ritorno di Reine Fiske su alcune tracce, per il semplice fatto che lo adoro.
5 – MI SPECCHIO E RIFLETTO – SILVIA TAROZZI
L’Italia musicale non è solo X Factor. C’è anche chi, come questa cantante/polistrumentista (ma conosciuta soprattutto come violinista) riesce a produrre un’opera di livello eccelso, mettendo insieme suggestioni che vanno dalla classica al pop, alla pura sperimentazione (con testi meravigliosi ispirati alle poesie della Merini). Ne è uscito un lavoro certo non per tutti ma che dimostra come la ricerca, la sperimentazione e l’onestà artistica siano ancora di casa nel nostro Paese
6- McCARTNEY III – PAUL McCARTNEY
Dopo il piacevole Egypt Station di due anni fa il leggendario ex Beatle sceglie di cambiare registro e passa da un disco iperprodotto a uno realizzato, cantato e suonato completamente da solo. Il risultato è strabiliante, considerata anche l’età e il fatto che (per citare l’amico mau di tollo) già da 50 anni avrebbe potuto tranquillamente sedersi in poltrona sicuro di essere una leggenda.
7- SA NAER SA NAER – OLE PAUS
Non conoscevo il cantautore norvegese ma, approfondendo, ho scoperto che trattasi di una sorta di De André di quel Paese. A lui si sono aggiunti i Motorpsycho e Reine Fiske, conferendo alle sue composizioni la loro caratteristica impronta. I testi sono in norvegese quindi non ci ho capito un cacchio ma la voce di Paus è davvero piacevolmente profonda e cavernosa.
8 – Y – MOTUS LAEVUS
Torniamo in Italia con un disco che riesce a fondere mirabilmente folk mediterraneo e jazz arrivando a un risultato che mi ha ricordato molto le sonorità di quella meravigliosa band che erano gli Indaco. Dategli una chance e vi conquisterà.
9- PATCHOULI BLUE – BOHREN & DER CLUB OF GORE
Un grande ritorno di questa band tedesca che propone, come sempre, una sorta di jazz/ambient rilassante e patinato, ma contemporaneamente denso di emozioni. In questa occasione hanno anche rispolverato, in alcuni brani, la chitarra, pur essendo diventati un trio. In ogni caso non sbagliano mai un colpo.
10 – STILL – COLIN BASS & DANIEL BIRO
Come sempre al numero 10 metto una scelta di cuore, facendogli forse scalare 2/3 posizioni. Adoro da sempre il pop prog di Colin Bass che, in questo caso, si evolve più spesso in sonorità ambient grazie anche all’impulso del tastierista ungherese Daniel Biro. Ad ogni modo le melodie sono da lacrime e la voce di Colin sempre bellissima.
GLI ALTRI
Segnalo, in ordine di mia personale classifica, un altro pugno di dischi che meritano di essere ascoltati
VIVE- ANNIE BARBAZZA
ALL THOUGHTS FLY – ANNA VON HAUSSWOLFF
NON-SECURE CONNECTION – BRUCE HORNSBY
LET THEM SAY – NOTTURNO CONCERTANTE
THE MAGIC STAG – DJABE & STEVE HACKETT
LATE NIGHT LAMENTS – TIM BOWNESS
FROM THIS PLACE – PAT METHENY
CLOCKDUST – RUSTIN MAN
LA MACCHIA MONGOLICA – MASSIMO ZAMBONI
THE RED PLANET – RICK WAKEMAN
VESTIGIA TERRENT – ANNA JARVINEN
SECRETS & LIES – JAKKO JAKSZYK
LOVE IS – STEVE HOWE
I DISCHI DAL VIVO
E’ stato un anno in cui sono usciti molti bellissimi dischi dal vivo. Ne segnalo una decina in ordine di classifica, tutti realmente splendidi
1- TRIANON 2020 LES 50 ANS – ANGE
2- LIVE AT ROYAL ALBERT HALL – CAMEL
3- LIVE IN JAPAN – AREA OPEN PROJECT
4- SELLING ENGLAND BY THE POUND & SPECTRAL MORNINGS LIVE AT HAMMERSMITH – STEVE HACKETT
5- LIVE AT THE BAKED POTATO – SOFT MACHINE
6- LIVE AT THE ROUNDHOUSE – NICK MASON’S SAUCERFUL OF SECRETS
7- LIVE IN AMSTERDAM – BOMBINO
8- OFFICIAL BOOTLEG – BALLETTO DI BRONZO
9- DUNGEN LIVE – DUNGEN
10- UNPLUGGED LIVE – ERIS PLUVIA
LE DELUSIONI
CITY BURIALS – KATATONIA
Il precedente era stato forse il loro migliore, questo decisamente il peggiore. Prevedibile, bolso, pallosissimo. Va leggermente meglio va con il live in studio uscito verso fine anno, che comunque è inferiore ai dieci che ho citato
EL DORADO – MARCUS KING
Un talento che con la sua band aveva prodotto un paio di dischi mirabili e che, invece, nella produzione di questo disco è stato reso innocuo e patinato. Davvero una brutta cosa
PER GLI AMICI SPRINGSTEENIANI
LETTER TO YOU – BRUCE SPRINGSTEEN
Dopo l’osceno Western Stars (un disco degno di un pensionato da casa di riposo) questo si ascolta volentieri. Certo è la quintessenza della prevedibilità e del manierismo ma potrebbe essere una buona occasione per tornare in tour con la band. Un 6- di stima…
I migliori dischi del 2019
Eccomi al consueto giochino del bilancio musicale del 2019. Ho idea che quest’anno sarà più controversa del solito la mia classifica. Quindi aspetto le consuete reazioni e anche gli immancabili insulti…
LA TOP 10
1) IN CAUDA VENENUM (SWEDISH VERSION) – OPETH
Lo so sono un fan, ma ciò che è innegabile è che gli Opeth sappiano sempre reinventarsi o aggiungere qualcosa di nuovo e inaspettato ad ogni disco. Questa volta è il cantato in svedese. Ad ogni modo Akerfeldt prosegue con la sua politica oltranzista e a fare esattamente ciò che gli pare, in barba ai desiderata dei fan più ottusi. Sta funzionando. E brani come De Narmast Sorjande o Ingen Sanning Ar Allas meritano di entrare nel novero dei migliori mai scritti dalla band. E anche quando si torna su territori già esploratissimi, comunque lo si fa con una freschezza e un’autorevolezza sconosciuti al 99% delle band (vedasi Minnets Yta, cioé come scrivere una ballad nel 2019 senza risultare scontati o melensi). Non siamo al livello di capolavorissimi come Heritage, Pale Communion o Damnation ma ci siamo vicinissimi. Apprezzabili anche i consueti omaggi ai grandi del passato nei titoli (quello del disco chiaro tributo all’oscura prog band italiana degli Jacula) o nelle sonorità (l’intro è pura magia alla Popol Vuh)
Brano migliore: De Narmast Sorjande Peggiore: Charlatan
2) THIS WILD WILLING – GLEN HANSARD
Il cantautore irlandese è sempre una sicurezza su livelli medio-alti. In questo caso ha però superato se stesso, con un disco intenso, complesso, raffinatissimo che rappresenta un’evoluzione che, in questi termini e dimensioni, era forse inaspettata. Ogni canzone ha una sua storia e complessità che merita di essere apprezzata con calma e ripetuti ascolti e i punti deboli sono rarissimi. Uno di quei dischi il cui ascolto rappresenta un’esperienza. Apprezzabili anche le contaminazioni presenti un po’ in tutti i brani.
Brano migliore: Fool’s Game Peggiore: I’ll Be You Be Me
3) WHO – THE WHO
E’ famosa la frase che Keith Moon disse durante le session di Who Are You (ultimo disco da lui registrato con la band): “Sono ancora il miglior batterista del mondo nello stile di Keith Moon”. E un po’ si può dire lo stesso di Pete Townshend: vale a dire che è il miglior compositore del mondo di canzoni nello stile di Pete Townshend. E le canzoni di Townshend, oltre a essere splendide, sono sicuramente riconoscibili come sue immediatamente, ma, contemporaneamente, mai banali o ripetitive e sicuramente fresche e attuali. Il che è miracoloso, soprattutto, per chi è alle soglie della pensione. Daltrey, come al solito, si limita a metterci la sua voce e la sua interpretazione, ma lo fa magistralmente. Purtroppo sarà, probabilmente, il loro ultimo disco. Ed è questa l’unica nota negativa.
Brano migliore: Don’t Wanna Get Wise Peggiore: Got Nothing To Prove
4) FEAR INOCULUM – TOOL
Un grande ritorno, al netto dell’incomprensibile scelta di distribuire il disco con un packaging che si suppone innovativo, ma che invece è una trappola per gonzi. Rispetto al passato c’è meno leadership da parte di Maynard James Keenan (ed è un bene). L’opera è abbastanza mastodontica e piacevolmente oscura e la sezione ritmica è assolutamente in stato di grazia. Aspetteremo, per comprarlo, che esca un’edizione per noi umani.
Brano migliore: Pneuma Peggiore: Litanie contre la Peur
5) IN AMAZONIA – ISILDURS BANE & PETER HAMMILL
Un disco che ha il limite di essere stato composto su commissione, ma la grandezza dei personaggi coinvolti minimizza il problema. I complessissimi tessuti sonori composti da Mats Johansson ed eseguiti dall’ensemble svedese (ma con membri anche italiani e giapponesi) sono una garanzia di assoluta qualità e la voce di Hammill vi si inserisce alla perfezione. Un disco non facile, naturalmente, ma senza dubbio straordinario
Brano migliore: Before You Know It Peggiore: This Bird Has Flown
6) YEARS TO BURN – CALEXICO & IRON &WINE
Un’altra collaborazione, la seconda tra i Calexico e Sam Beam. Inspiegabilmente questo disco non ha ricevuto molte recensioni positive, mentre invece fin dal primo brano, What Heaven’s Left, si veleggia su livelli altissimi con la freschezza quasi cantautorale di Beam che rivitalizza anche una band che negli ultimi lavori aveva dato qualche segno di stanchezza.
Brano migliore: Years To Burn Peggiore: Outside El Paso
7) DRIFT CODE – RUSTIN MAN
Nell’anno della morte di Mark Hollis, il suo vecchio compagno ai Talk Talk, il bassista Paul Webb (nome d’arte Rustin Man) torna dopo tantissimo tempo con un disco (in cui il collaboratore principale è Lee Harris, il batterista sempre dei Talk Talk) raffinatissimo, curatissimo e in cui svela anche un’espressività vocale davvero notevole (in alcuni tratti quasi alla Robert Wyatt). Più che su sonorità Talk Talk qui si viaggia su binari canterburiani (alla John Greaves o Peter Blegvad per intenderci). Insomma l’eredità di una delle band più importanti di sempre non è persa del tutto.
Brano migliore: Our Tomorrows Peggiore: Judgement Train
8) ZEITGEIST – FRANK WYATT & FRIENDS
Un progetto dalla gestazione lunghissima questo di uno dei leader degli Happy The Man che, nelle varie tracce, coinvolge anche i suoi compagni nella mitica band prog americana. Certo la musica non ha nulla di sorprendente o nuovo, e può davvero il disco essere catalogato come una nuova uscita proprio degli Happy The Man; ma è anche vero che nessuno “suona” come gli Happy The Man. Un piacere per le orecchie.
Brano migliore: Fred’s Song Peggiore: Twelve Jumps
9) ARRIVAL – FIRE! ORCHESTRA
Un meraviglioso insieme di melodia e caos. Un disco oscuro che vede un’ardita contaminazione tra le sonorità più disparate che vanno dal jazz (free), al kraut passando per la musica etnica, favorita dall’allargamento dell’organico fino a 14 elementi con la sezione d’archi a dominare il tutto. Bellissime anche le parti cantate.
Brano migliore: Blue Crystal Fire Peggiore: Dressed In Smoke, Blown Away
10) DOWN TO THE RIVER – THE ALLMAN BETTS BAND
Generalmente di progetti come questi si può solo parlare male. Invece i figli di Gregg Allman (Devon) e Dickey Betts (Duane), ma nella band c’è anche quello di Berry Oakley (Berry jr), oltre a essere musicisti bravissimi e preparatissimi, hanno un feeling assolutamente da vendere (per una volta il DNA non è un’opinione). Il disco non ha alcunché di originale, se si vuole è quanto di più prevedibile ci possa essere. Eppure riesce a suonare fresco, coinvolgente ed emozionante.
Brano migliore: Long Gone Peggiore: Down to the River
DA 11 A 30
11) SUMMARISK SUITE – PANZERPAPPA
12) AMADJAR – TINARIWEN
13) SIGNS – TEDESCHI TRUCKS BAND
14) TRANSIBERIANA – BANCO DEL MUTUO SOCCORSO
15) IN/OUT – FABIO ZUFFANTI
16) ABSINTHE – DOMINIC MILLER
17) THE DEVIL IS BACK – CLAUDIO SIMONETTI’S GOBLIN
18) 12 LITTLE SPELLS – ESPERANZA SPALDING
19) RISE TWAIN – RISE TWAIN
20) ROSALIE CUNNINGHAM – ROSALIE CUNNINGHAM
21) FLOWERS AT THE SCENE – TIM BOWNESS
22) BANDA BELZONI – BANDA BELZONI
23) SUL CONFINE – ALIANTE
24) IMMIGRANCE – SNARKY PUPPY
25) FORMA MENTIS – UMBERTO MARIA GIARDINI
26) TAJS – OFFICINA F.LLI SERAVALLE
27) AIR CARAVAN – MINIMUM VITAL
28) STRINGS OF LIGHT – ANTHONY PHILLIPS
29) AFRICA SPEAKS – SANTANA
30) FIELD OF VIEW – KIT WATKINS
CHICCHE FUORI CLASSIFICA
ZESS – MAGMA
Non sta in classifica semplicemente perché è una composizione ormai nota da decenni (veniva eseguita dal vivo già negli anni Ottanta e personalmente la ricordo in una straordinaria performance nel 2002). Finalmente ha trovato posto in un disco in studio dopo diverse versioni live. In tutta onestà preferivo queste ultime a quella uscita su disco (l’arrangiamento con l’orchestra non mi ha fatto impazzire), ma si tratta comunque di una composizione enorme che non può mancare nella discografia di nessuno
LA PARTE MANCANTE – FRANCESCO DI GIACOMO
Questo non sta in classifica semplicemente perché disco postumo benché graditissimo. Abbiamo tutti amato il vocione di Di Giacomo che si dimostra, anche in questo caso, leggendario e insostituibile. Bellissimi anche i testi e appropriate le musiche. Ci mancherà sempre
XXV – FINISTERRE
Uno dei dischi che ho più amato quando ero un giovane prognerd e che continuo ad amare anche oggi, risuonato e (leggermente) riveduto in occasione dei 25 anni dalla pubblicazione. La qualità della registrazione originale non era eccelsa e quindi l’operazione è oltremodo gradita, riconsegnando in splendida forma uno dei capolavori del prog anni Novanta.
SEUL ENSEMBLE – CIRQUE ELOIZE & SERGE FIORI
Anche qui nessun inedito, ma la riproposizione di gran parte del repertorio dei magnifici Harmonium, meravigliosa band progressive canadese, con il leader Serge Fiori sugli scudi. Melodie celestiali, qualità eccelsa e arrangiamenti piacevolissimi, anche se se le versioni originali restano lontane e inarrivabili.
UNBURIED TREASURE – GENTLE GIANT
Il boxone dei sogni con tutto lo scibile sui Gentle Giant, qualche simpatica memorabilia e due bellissimi libri sulla storia della band. Certo costa tantissimo e diversi, fra i cd live inediti, sono di qualità non proprio eccelsa, ma basta solo quello a New Orleans del 1972 (con una versione leggendaria di Alucard) per diventare migliori come esseri umani. Il miglior regalo di Natale che potessi farmi.
LE DELUSIONI
MINA FOSSATI – MINA FOSSATI
Non è che sia brutto, ma da due personaggi di questo calibro ci si aspetterebbe molto di più. Due/tre brani sono comunque splendidi, ma ce ne sono troppi di trascurabili. Comunque da avere
LOVE YOU TO BITS – NO MAN
La partnership tra Tim Bowness e Steven Wilson non aveva, fino ad oggi, sbagliato un colpo. Tornare, dopo molti anni, a riportare in vita la gloriosa sigla con un disco scritto evidentemente a tavolino e scimmiottante senza slanci la loro produzione del passato (in particolare dei primi Porcupine Tree) non è stata una grande idea. Anche in questo caso non brutto, ma assolutamente trascurabile
THE CRUCIBLE – MOTORPSYCHO
Nella loro iperprolifica carriera avevano forse sbagliato un disco. Questo è il secondo. Scontato e prevedibile, riprende le sonorità dell’ottimo The Tower e dei precedenti, ma senza cuore e costrutto, come se lo avessero buttato fuori giusto perché dovevano e non perché se lo sentivano. Alla sufficienza ci arriva, ma dai Motorpsycho si pretende di più
I MIGLIORI LIVE
1) AUDIO DIARY – KING CRIMSON
2) BRING ON THE MUSIC – GOV’T MULE
3) PSYCHEDELIC BACKFIRE – ELEPHANT9
CONVENZIONE DI GINEVRA
WESTERN STARS – BRUCE SPRINGSTEEN
Ormai da molti anni ci aveva abituato a un’aurea mediocrità, con qualche lampo (sempre più raro) qua e là, ma qui siamo molto molto sotto. Un album pop melenso, inutile e pure appesantito da una fastidiosa sovrabbondanza di archi. Un paio di brani decenti verso la metà non riescono a risollevare un disco davvero indegno persino delle sue prove peggiori. Da casa di riposo…
I migliori dischi del 2018
La musica ha una rilevanza importante non solo nella mia vita ma dovrebbe averla in quella di tutti quanti. I primi articoli di questo mio nuovo blog li voglio dedicare proprio alla musica con le analisi che effettuo ogni fine anno sui dischi migliori usciti. In un momento di povertà musicale come quello attuale credo sia necessario segnalare chi ancora produce arte. Iniziamo dunque con il 2018
LA TOP TEN
1) IN TRANSIT – THE AMAZING
A parere di chi scrive i The Amazing sono la band migliore in assoluto tra quelle nate nel nuovo millennio. Con questo lavoro tornano alla dimensione più corale di “Picture You” (il precedente “Ambulance”, pur bellissimo, era forse leggermente troppo centrato sulla leadership del cantante e compositore principale Christoffer Gunrup) addirittura superandolo. Un disco senza alcun punto debole che, nonostante la lunga durata, scorre via liscio, dando l’impressione che questi ragazzi svedesi non abbiamo la smania di dimostrare alcunché, con una identità forte e riconoscibile al primo ascolto, ma senza davvero mai somigliare completamente a qualcun altro, una prerogativa solo dei più grandi. E poi ci sono le chitarre di Reine Fiske che riesce nella sua migliore specialità: giganteggiare dando quasi l’impressione di non esserci.
2) DEAD MAGIC – ANNA VON HAUSSWOLFF
Immaginate di trovarvi in una caverna. Dalle sue profondità (alla maniera di un racconto lovecraftiano) sentite una litania inquietante e, poco dopo, iniziate a precipitare nell’abisso che vi conduce verso di essa, salvo poi scoprire che quella caverna siete voi e la discesa è verso le profondità più indicibili e inquietanti del vostro essere. Questa mi pare la descrizione più esemplificativa del nuovo lavoro di questa straordinaria artista svedese. Un vero e proprio viaggio nei propri inferi interiori accompagnati dalla maestosità dell’organo a canne della chiesa danese in cui il disco è stato registrato, e dai vocalizzi (eicorda, tra le altre, Kate Bush, Diamanda Galas e Nico) e dai testi angoscianti e sconvolgenti dell’autrice.
3) 100 GHOSTS – PATRIZIO FARISELLI
Uno dei più grandi esponenti del panorama musicale italiano torna con un disco che si inserisce con autorità in una produzione già leggendaria. Si va da atmosfere più sincopate (come quelle della title track o di Der Golem) a brani più rilassati (su tutti il gigantesco “Aria”), tutto però all’interno di quell’approccio colto e intellettuale quale il tastierista degli Area ci ha da sempre abituati. I pezzi forti sono gli arrangiamenti di brani tradizionali scoperti con piglio, se così si può dire, da etnomusicologo e fatti diventare attuali e moderni. Un disco sicuramente non facile e non per tutti, ma chi vi rinuncia non sa che si perde.
4) DEAFMAN GLANCE – RYLEY WALKER
Ripetere il capolavoro assoluto di due anni fa non era semplice e probabilmente il cantautore americano (uno dei pochissimi, forse l’unico, a meritare la definizione di erede di mostri sacri come Tim Buckley, Bert Jansch o John Martyn) non ci riesce appieno. Tira però fuori un altro gioiello all’insegna della libertà compositiva e della tecnica sopraffina (sia vocale che strumentale) che lo contraddistinguono. E poi un brano come “Expired” metterebbe a tacere qualunque scettico.
5) HERE IF YOU LISTEN – DAVID CROSBY
Il mio ciccione baffuto preferito torna col terzo disco in quattro anni. Una prolificità mai vista che però non inficia la qualità (di scrivere canzoni brutte proprio non è capace). Per la verità, più che un disco di Crosby è un’opera a otto mani, visto che le canzoni sono scritte suonate e cantate anche da Michael League (leader degli Snarky Puppy) e dalle bravissime Becca Stevens e Michelle Willis. Il disco, somiglia, nelle sonorità a Lighthouse (anche quello nato dalla collaborazione assidua con League e le due ragazze) ed è assolutamente delizioso nella perfezione e originalità delle linee vocali e nella raffinatezza delle melodie.
6)TRADEN – TRADEN
Nome leggermente modificato per una band che porta con sé l’eredità dei Trad Gras Och Stenar, leggendario ensemble di rock psichedelico svedese. Dei (quasi) originali è rimasto solo il chitarrista Rikard Sjoholm e questo ha originato probabilmente l’accorciamento del nome. Nel gruppo, però, c’è il mio adorato Reine Fiske che contribuisce a creare un’opera che si inserisce sulla falsariga delle sonorità psichedeliche (a tratti possono ricordare i Floyd periodo More/Ummagumma) della band. Farlo nel 2018 senza annoiare è già un miracolo, producendo un disco dal così piacevole ascolto lo è ancora di più.
7) COME TOMORROW – DAVE MATTHEWS BAND
Torna la DMB per la prima volta su disco senza il violinista Floyd Tinsley, e questo, va detto, almeno al primo ascolto, spiazza un po’. Poi ci si mette lì e si vede che tutte le canzoni restano mediamente di un livello impensabile per la stragrande maggioranza di tutti gli altri e quindi non si può non apprezzare il tutto. L’unico difetto è che, manca probabilmente, il brano che “spacca” (forse giusto solo il primo può essere definito tale) ma averne di dischi così…
8) LIFE SEIZE – JOHN GREAVES
Un altro ritorno di un grande vecchio della scena canterburiana. Il disco è ciò che si aspetta da lui: il classico pop canterburiano un po’ sghembo e dandy che ha fatto scuola e prodotto anche delle pietre miliari. Se poi ci aggiungete che i brani sono, in alcuni casi, la resa in musica di testi di poesie di Verlaine, Joyce, Apollinaire o riarrangiamenti di brani di Robert Wyatt o del suo vecchio amico e sodale Peter Blegvad ecco che si hanno gli ingredienti per un disco in cui la classe cristalina sgorga da ogni solco. Bravissimi, ovviamente, anche i collaboratori con menzione speciale per la straordinaria voce di Annie Barbazza.
9) OUT OF SINC – DAVE SINCLAIR
A proposito di ritorni, eccone un altro: è quello del leggendario tastierista dei Caravan. Trasferitosi da tempo in Giappone ha, negli ultimi anni, prodotto opere di grande valore, e questa non fa eccezione. La ricetta è quella del pop/prog canterburiano cui ci ha abituato, con punte di bellezza soprattutto nella suite “Home again”, ma non solo. Purtroppo è uno di quegli artisti che, se conosciuto, viene particolarmente rispettato e apprezzato, ma per il resto non se lo caga nessuno. Se fate parte di questa seconda categoria rimediate al più presto.
10) SUSPIRIA – THOM YORKE
Il leader dei Radiohead si cimenta nella colonna sonora per il film di Luca Guadagnino e lo fa, come suo solito, alla grandissima. Un doppio CD che ci porta in un mondo angoscioso, popolato dai fantasmi. L’unico difetto, forse, l’eccessiva lunghezza, probabilmente inevitabile vista la natura del prodotto.
DA 11 A 30 (ascoltateli, perché meritano)
11) HIDDEN DETAILS – SOFT MACHINE
12) BETWEEN TWO SHORES – GLEN HANSARD
13) THE ARROW OF SATAN IS DRAWN – BLOODBATH
14) ALCHEMAYA – MAX GAZZE’
15) LIVING THE DREAM – URIAH HEEP
16) EAT THE ELEPHANT – A PERFECT CIRCLE
17) HEUREUX! – ANGE
18) A DROP OF LIGHT – ALL TRAPS ON EARTH
19) FIVE – TONY BANKS
20) EL ECO DEL SOL – BUBU
21) DYONISUS – DEAD CAN DANCE
22) CLOSE TO VAPOUR – FRACTAL MIRROR
23) HURRY UP & HANG AROUND – BLUES TRAVELER
24) WITH ANIMALS – DUKE GARWOOD & MARK LANEGAN
25) EGYPT STATION – PAUL MCCARTNEY
26) FENFO – FATOUMATA DIAWARA
27) FIREPOWER – JUDAS PRIEST
28) HERITAGE – BLACK MAMBA
29) AS LONG AS I HAVE YOU – ROGER DALTREY
30) MYTHS 003 – DUNGEN & WOODS
LA TOP 5 DEI DISCHI LIVE
1) MELTDOWN LIVE IN MEXICO – KING CRIMSON
2) THE GARDEN OF THE TITANS – OPETH
3) ALL ONE TONIGHT – MARILLION
4) LIVE IN CARACALLA – PAOLO CONTE
5) RINGS OF EARTHLY LIVE – THE ANCIENT VEIL
LE CITAZIONI SPECIALI
PROG EXPLOSION & OTHER STORIES – SAINT JUST
Un disco che non poteva entrare in classifica (ma lo avrebbe meritato) perché di fatto è una ripubblicazione di uno di qualche anno fa (uscito solo in vinile) con 4 canzoni in più, ed una sola inedita, comunque straordinaria (“E poi d’inverno”). Speriamo che Jenny Sorrenti e la sua band tornino presto con un disco vero. Nel frattempo godiamoci questo, che non tradisce le attese…
IL CIRCO DISCUTIBILE – ELIO E LE STORIE TESE
Non è un disco ma una canzone, uno dei due inediti contenuti nel live “Arrivedorci” (a mio parere un po’ deludente, non tanto per l’esecuzione, sempre magistrale, ma per la scaletta un po’ troppo scontata, anche per un album d’addio). La canzone suddetta però è straordinaria e abbina irriverenza e malinconia e non può non commuovere. Una delle migliori canzoni dell’anno.
LE DELUSIONI
1) HEAVEN & EARTH – KAMASI WASHINGTON
Il disco in sé non è brutto, ma di fatto è la minestra riscaldata del notevolissimo predecessore. Della serie: sono bravo, ho avuto un discreto successo, rifaccio la stessa cosa, vediamo se mi va di nuovo bene. Almeno l’avesse fatta meglio; invece il livello dei brani resta quasi sempre inferiore facendo dunque risaltare più la prolissità della proposta che il valore della musica.
2) THE DECONSTRUCTION – EELS
Un insulto a un nome così glorioso. Un disco completamente insignificante in cui si salvano giusto un paio di canzoni (che comunque sarebbero state fra le più brutte del 99% delle altre prodotte dal genio di Everett). Non so cosa gli sia successo, ma una tale ciofeca ce la poteva tranquillamente risparmiare.
3) L’INFINITO – ROBERTO VECCHIONI
Spesso l’età nei musicisti porta alla produzione di opere ragguardevoli. Non sembra affatto essere il caso di Vecchioni. Le premesse, le intenzioni e le ambizioni sono apprezzabili, la resa no. Disco bolso, noioso, prevedibile e neanche così ricercato a livello testuale. Un peccato.
CONVENZIONE DI GINEVRA
THE SEA WITHIN – THE SEA WITHIN
L’ennesimo inutile supergruppo acchiappagonzi e prognerd. Prevedibile, noiosissimo, privo di qualsivoglia creatività. Non si capisce perché artisti comunque di valore ci propinino simili inutili mattoni. Mi auguro per loro che almeno gli abbia reso e che tornino a produzioni di livello più consono.