I migliori dischi del 2025

Anche quest’anno torno con il mio post preferito sui dischi migliori degli ultimi 365 giorni. Come sempre si tratta di una sorta di mio gioco personale (per quel che riguarda il posizionamento in senso stretto) anche se cerco di farlo con la prospettiva critica migliore e più precisa che mi riesce. Alcuni dei dischi di cui parlerò avrebbero forse meritato qualche posizione in più come valore assoluto, ma li ho leggermente arretrati per via di un approccio eccessivamente manierista e didascalico (che è un po’, purtroppo, la cifra stilistica di molti lavori di oggi che devono acchiappare orecchie sempre più pigre che, se non sentono ripetere determinati schemi, passano oltre). Ad ogni modo cominciamo

1- TIME SILENT RADIO VII & TIME SILENT RADIO II – ECHOLYN

L’1 gennaio (data di uscita dei due dischi in versione digitale, poi doppiata a marzo da quella fisica) la gara era in pratica già finita. Il ritorno sulle scene, dopo dieci anni di assenza, dei miei amatissimi Echolyn ha immediatamente spazzato via i dubbi su quale sarebbe stato il numero uno in classifica. Per quanto 10 anni siano tanti, l’attesa è stata ampiamente ripagata. Un plauso va anche alla tenacia di questi immensi artisti che hanno tenuto duro, nonostante una prima campagna di crowdfounding che aveva mancato l’obiettivo, andando ostinatamente avanti senza compromessi sulla strada della totale libertà creativa (che si paga con lo scarso successo di pubblico). I due dischi (90 minuti in totale di musica), così chiamati per il numero di canzoni in essi contenute, sono una vera e propria delizia per le orecchie. Non raggiungono il livello di due capolavori immortali come “Suffocating the Bloom” e “As the World”, ma non ci vanno nemmeno così lontani. Gli Echolyn riescono nel miracolo di mantenere intatti il loro sound e la loro identità che li fa distinguere tra mille, ma contemporaneamente senza risultare ripetitivi, stantii e prevedibili. E così ritroviamo i magici intrecci vocali, le ritmiche sincopate e sempre originali, gli assoli chitarristici fulminanti di Brett Kull e il pianoforte onnipresente di Chris Buzby, fusi assieme in composizioni che appaiono complesse, ma che non perdono mai il senso della melodia. Certo gli Echolyn, almeno inizialmente, richiedono un minimo di impegno per conoscerli ma, una volta che si è entrati nel flusso, scorrono via che è un piacere e, ad ogni ascolto, ci si può anche divertire a scoprire quelle minuzie, quei particolari raffinati che richiedono maggiore attenzione per essere colti ma che, per questo, danno ancora più soddisfazione. Il loro ritorno discografico mi ha anche fornito l’occasione di fargli quella che ritengo essere una bella intervista, che chiunque vuole può leggere su http://www.arlequins.it/pagine/articoli/corpointerviste.asp?chi=360 in cui fanno una serie di considerazioni interessanti. Insomma il consiglio per tutti è di dare agli Echolyn più di una chance, non ve ne pentirete.

2- LIGAMENT – PAATOS

Anche in questo caso l’assenza dalle scene della band svedese è stata lunghissima, anche superiore a quella degli Echolyn. Dal capolavoro “Timeloss” del 2002 la loro produzione discografica, pur mantenendosi su alti livelli, aveva però avuto un andamento discendente. Fortunatamente questo nuovo lavoro inverte la rotta e ci riporta una band in grandissima forma, con le abituali atmosfere oscure e dilatate, sottolineate dalla voce inconfondibile di Petronella Nettermalm e dai tappeti di tastiere mellotroniane tipiche della tradizione svedese, con ogni tanto una spruzzata di sperimentazioni sonore più ardite. Punta di diamante del disco la bellissima “Beyond the Forest” in cui la voce di Petronella si alterna con quella di Mikael Akerfeldt, leader degli Opeth, che fa vedere quanto possa valere quando, come ha purtroppo fatto con il suo ultimo disco, non va dietro al gusto del fan becero e conservatore. Un altro brano emblematico è “November” che trasporta l’ascoltatore nelle atmosfere scure, fredde e dilatate del Nord Europa, senza però perdere un briciolo del calore e dell’emozione che la musica di qualità regala sempre.

3- THE OVERVIEW – STEVEN WILSON

Tutti sanno quanto male io abbia spesso parlato dei dischi solisti di Wilson. Li ho sempre considerati una sorta di Bignami per prognerd soprattutto nei primi episodi e poi comunque, anche successivamente, incentrati sul “chi imito oggi” (oltre alle band prog è bravissimo a scopiazzare anche dal pop colto anni Ottanta e chi più ne ha più ne metta). A partire però dal precedente Harmony Codex questa tendenza è andata ad attenuarsi (e infatti era molto bello). Un processo che è continuato con questo “The Overview” che è composto di due lunghe suite a tema e sonorità spaziali (e che è pensato abbinato a un film strettamente legato alle note). Sempre di progressive rock si tratta, ma, per una volta, è moderno, originale e non sempre prevedibile. E il risultato è di qualità eccelsa. E infatti la pletora di fan ritardati e adoranti per ogni accordo scopiazzato del nostro, si è un po’ ridotta. Auguriamoci che possa permettersi di continuare su questa strada senza marce indietro come, purtroppo, han dovuto fare gli Opeth per tenere in piedi la baracca.

4- OLIMPO DIVERSO – UMBERTO MARIA GIARDINI

Con la dipartita, purtroppo, di Paolo Benvegnù, Giardini è rimasto uno dei pochi veri portabandiera del cantautorato rock di qualità in Italia a non piegarsi alle logiche commerciali e xfactoresche. E, in questo senso, il nuovo disco è un manifesto di indipendenza artistica, malinconia e profondità trasportate nelle note. Non ha un genere fisso Giardini, ma spazia, regalando anche alcuni interessanti momenti strumentali, come la sezione finale di “Frustapopolo” ad esempio. I testi poi, come al solito, sono bellissimi, ancorché impregnati, come dicevo, di una malinconia profonda, espressa però con totale assenza di superficialità e strizzatine d’occhio al mercato. Questo però non significa che il disco sia difficile, anzi molte melodie sono particolarmente orecchiabili, ma in un contesto di qualità e raffinatezza, purtroppo merce sempre più rara anche nel mondo musicale.

5- ICONOCLAST – ANNA VON HAUSSWOLFF

Dopo il bellissimo, ma complesso, “Dead Magic” e un disco strumentale per organo a canne, la cantautrice svedese torna con un lavoro, chiamiamolo così, leggermente più commerciale. I tempi delle canzoni si restringono (anche se la claustrofobica title track dura comunque 11 minuti) e c’è anche qualche ballad in cui si respirano atmosfere un po’ più rilassate. Non mancano comunque i vocalizzi inquietanti, accompagnati dalle note dell’organo, registrate da veri strumenti presenti in varie chiese, che sono un po’ il marchio di fabbrica dell’autrice. Leggendo un po’ di recensioni c’è chi ha gridato al capolavoro. Non lo è, e nemmeno è il suo disco migliore, ma comunque il livello è altissimo. E poi c’è “The Whole Woman”, in cui Anna duetta con Iggy Pop, che si candida probabilmente a essere la miglior canzone dell’anno.

6- CHAIRE – CERVELLO

Questo fa parte di quei lavori cui accennavo in premessa che forse meritava qualche posizione in più ma che ho arretrato perché mi sembrava che l’operazione didascalica fosse in misura così elevata da inficiare, anche se solo in parte, il valore artistico. Intendiamoci: il disco è bellissimo, ma è un disco di progressive italiano degli anni Settanta. In quell’epoca è stato composto e in parte anche inciso. E’ un’operazione lodevole il fatto che sia arrivato alla pubblicazione discografica e merita svariati ascolti ma è, appunto, interamente un lavoro con atmosfere unicamente riferibili a quell’epoca, uscito quindi fuori tempo massimo e questo, in un giudizio critico, che deve prescindere dai gusti personali, non può non contare. Detto questo se vi piaceva “Melos” (capolavoro) vi piacerà sicuramente anche questo. Tra l’altro il nuovo disco è accompagnato da un concerto live del 1973 di qualità audio ottima. Un’altra chicca imperdibile.

7- III-CANDLES & BEGINNINGS – AURI

Il leader dei Nightwish, Tuomas Holopainen, accompagnato dal fedelissimo (e straordinario) polistrumentista Troy Donockley e dalla moglie Johanna Kurkela alla voce (oltre che anche dal batterista Kai Hahto, anche lui dai Nightwish), propone il terzo lavoro della sua band parallela. Si tratta, in sostanza, di un progetto che i Nightwish un po’ li ricorda, ma depurato da tutti gli aspetti metal. Resta quel miscuglio di pop, folk e sinfonie orchestrali, con una spruzzatina minima di progressive rock, che negli ultimi anni (a mio parere fortunatamente) ha sempre assunto un’importanza maggiore anche nella band principale. Le atmosfere sono dunque quelle che hanno caratterizzato anche i due precedenti lavori, anche se questo mi pare il migliore dei tre.

8- CUNEGONDE – ANGE

E’ stato un anno crocevia per gli Ange, l’ultimo in cui Christian Decamps si è esibito sul palco (ho avuto l’onore di assistere al suo ultimo concerto durante una bellissima vacanza parigina ed è stato alquanto commovente). Il leader e fondatore è presente anche sul disco, soprattutto in fase compositiva, e la sua caratteristica voce compare su diversi brani anche se, giustamente, lascia enorme spazio, come voce solista, al figlio Tristan che poi sul palco abbandonerà, almeno in parte, le tastiere, per diventare il vero e proprio frontman. La personalità non gli manca, differentemente rimarrebbe schiacciato da un padre così talentuoso e ingombrante. Per quel che riguarda il disco, bisogna dire che non è al livello del precedente e strabiliante Heureux (ma era quasi impossibile) ma che ogni traccia è eccelsa e Ange al 100%. L’unico neo forse, sulla title track che chiude il disco, ci stava un assolone di chitarra conclusivo del bravissimo Hassan. Quasi ti viene di chiamarlo, però poi non arriva. In ogni caso un lavoro promosso senza esitazioni.

9- LE ROYAUME – MINIMUM VITAL

Anche qui siamo in Francia con una band che non tradisce davvero mai le attese. A parere di chi scrive sono il gruppo progressive più divertente in assoluto. I gemelli Payssan, a dire il vero, ormai da qualche lavoro, più che sul prog vero e proprio si sono indirizzati su un jazz rock quasi interamente strumentale con significative (a volte preponderanti) influenze della musica medievale. Una miscela fantastica che, ogni volta, porta ad agitarti e a battere il tempo su ogni brano e che viene riproposta alla grande anche su questo nuovo lavoro. Una piccola nota di orgoglio: avendo partecipato alla campagna di crowdfounding sono stato tra coloro che la band ha ringraziato nel libretto del CD. Ovviamente fa piacere anche se mette tanta tristezza che gruppi di questo livello siano costretti a tali pratiche per riuscire a pubblicare la loro musica. Una tendenza che, se non sarà invertita, distruggerà quest’ultima come forma d’arte.

10- THE WORLD UNDER UNSUN – LUNATIC SOUL

Personalmente ritengo i Riverside uno dei gruppi più inutili, sopravvalutati e pallosi della scena attuale (un po’ come gli Anathema diciamo). Ben diversa però è la considerazione per la produzione solista del bassista Mariusz Duda in cui lui suona quasi tutti gli strumenti, accompagnandosi, di tanto in tanto, con pochissimi altri musicisti. Le sonorità dark e malinconiche e le dilatazioni dei pezzi rendono quasi tutti i suoi dischi piacevoli e interessanti. Questo doppio disco (circa 90 minuti di musica), non fa eccezione e, anzi, si può dire che sia il suo migliore, superando anche l’ottimo “Walking on a Flashlight Beam” del 2017. Nulla di nuovo e originale, ma tanta classe che, inspiegabilmente, viene riversata tutta qui e non nella band principale.

11- WASTELAND – JIM GHEDI

Anche questo fa parte dei dischi che meritavano, per il valore intrinseco, qualche posizione in più. Il folk apocalittico o doom-folk (ho trovato questa definizione in rete e mi sembra assai appropriata per la proposta del cantautore inglese) è davvero suggestiva, la sua voce eccentrica e poetica e le sonorità, per quanto non certo allegre, colpiscono nel profondo. Un disco da avere e ascoltare con attenzione, anche se, ovviamente, non con leggerezza. Il piccolo arretramento è dovuto al motivo cui accennavo all’inizio, ovvero il chiaro intento di essere programmaticamente, vocalmente e come sonorità, una sorta di nuovo Tim Buckley. L’imitazione programmatica fa scendere, a mio parere, il livello. Fortunatamente, in questo caso, senza rovinarlo.

12- THE BLUES SUMMITT – DEVON ALLMAN

Dopo il deludentissimo “Miami Moon” dello scorso anno, il figlio del grande Gregg (che, nonostante un’eredità così pesante, si è costruito una carriera di grande valore) cambia fortunatamente strada e va a ritroso nel tempo, alla scoperta delle sue radici blues. Accompagnato anche da alcuni grandi nomi come Jimmy Hall, Robert Randolph, Christone Ingram e Larry McCray, tira fuori un grande disco blues al 100%, alternando cover e brani originali. Il tutto suonato alla grande e con enorme trasporto emotivo. Anche in questo caso la considerazione sul fatto di essere didascalico rimane ma con un’accentuazione inferiore, vista la chiara emotività che traspare da queste note e dalla voce, sempre magnifica, di Devon (che è anche un grande chitarrista).

13- LA CAVERNA DI PLATONE – ENRICO RUGGERI

Ruggeri è stato uno fra i pochi artisti italiani degli ultimi anni a non aver abdicato al proprio ruolo nei confronti del mondo che ci circonda. Un ruolo che non è quello di appecoronarsi ai diktat del potere o alle ipocrisie radical-chic. Sia durante il periodo della psicopandemia che in quello attuale dello psicoeuropeismo, Ruggeri ha mantenuto la barra dritta, criticando, ovviamente dalla sua posizione di artista, quanto stava (e sta) accadendo. E di questo risentono anche i testi del suo ultimo disco (il cui titolo è emblematico). La formula è quella del solito pop-rock raffinato che lo caratterizza, con melodie piacevoli (ma mai stucchevoli) e testi taglienti che colpiscono e fanno riflettere. Il tutto, orgogliosamente, come sottolinea nelle note del libretto, senza mai utilizzare l’autotune. Che gli si potrebbe chiedere di più?

14- BREADCRUMBS – DISCIPLINE

Un altro ritorno dopo un lungo stop. Dopo un disco, mi pare del 2017, francamente deludente, i Discipline ritornano in corsia con un lavoro che presenta le caratteristiche progressive, quello nobile, con influssi delle grandi band dei Seventies, ma con il caratteristico tocco personale del cantante/compositore/polistrumentista Matthew Parmenter, che di nuovo ci delizia con le sue composizioni complesse e strutturate ma che non perdono mai di vista la melodia e le emozioni. Una garanzia.

15- MOTORPSYCHO – MOTORPSYCHO

Chiudo la classifica con un altro di quei dischi che avrebbero meritato qualche posizione in più, ma che sta qui perché eccessivamente prevedibile e didascalico. I Motorpsycho cercano di fare e essere i Motorpsycho il più possibile e, pur consegnandoci una serie di canzoni molto belle, la sensazione del già sentito e prevedibile è onnipresente. Probabilmente dovrebbero decidere di diradare un pochino le pubblicazioni. Detto questo ascoltarli è sempre un piacere.

UNA CITAZIONE SPECIALE

LA PAGINA BANDCAMP DI ANDREW LATIMER

La mente e il braccio dei Camel torna a proporre nuova musica e ce la regala sulla sua pagina Bandcamp. Si tratta, per lo più, di outtakes di precedenti album dei Camel e di pezzi che, di fatto, sono poco più che dei demo, con Latimer unico strumentista salvo qualche ospitata. Ci sono anche due suite, una di 16 minuti e una, War Stories, di quasi 45 che, se prodotte al meglio e con la band attorno, avrebbero portato a un disco della madonna che non avrebbe certo sfigurato nella meravigliosa discografia dei Camel. Anche così, però, Latimer porta tutti a scuola e, aggiungendoci anche alcune versioni unplugged di suoi pezzi immortali, ecco che la goduria per le orecchie è assicurata. Grazie per essere tornato.

ALTRI LAVORI INTERESSANTI

Cito, in ordine alfabetico altri lavori usciti quest’anno che meritano un ascolto o più

ATONEMENT OF A FORMER SAILOR TURNED PAINTER – SUBMARINE SILENCE

DOMINION – IQ

FREYA ARCTIC JAM – DJABE’ & STEVE HACKETT

NELL’IDEA DI UN TEMPO CHE – AUFKLARUNG

ON THE EDGE – DAVE BAINDRIGE

PACHINKO – MORON POLICE

SKOLDAPSON – JOAKIM AHLUND & JOCKUM NORDSTROM

SUBSOUNDS – ATOMIC TIME

TRIANGULATION – STEVE MORSE BAND

UNCLOUDED – MELODY’S ECHO CHAMBER

L’ALBUM LIVE

THIS IS NOT A DRILL – ROGER WATERS

Un live di Roger Waters è sempre un’esperienza, a volte anche deludente, come il precedente Us&Them, ma più spesso straordinaria, come in questo caso. Già l’inizio promette benissimo con Waters che manda affanculo quelli che “Mi piacciono i Pink Floyd, ma non apprezzo le idee politiche di Roger Waters” a cui fa seguire una versione di Comfortably Numb stravolta e dall’intensissimo impatto emozionale (sicuramente superiore a quello della versione patinata e perfettina, e che ormai, diciamolo, ha piuttosto rotto i maroni, che propone il suo ex compare Gilmour). Il resto della scaletta è sensazionale, con ottimi ripescaggi dalla sua carriera solista (ad esempio The Power That Be dall’ingiustamente sottovalutato Radio Kaos) e anche i brani dell’epoca Floyd sono accortamente inseriti all’interno di una precisa narrazione concettuale. Detto che Wish You Were Here, Money e Us & Them con gli arrangiamenti classici non si possono ormai più sentire (riguardo alle ultime due molto meglio le versioni proposte nel recente rifacimento di The Dark Side of The Moon), ci troviamo comunque di fronte all’ennesima grande prova di uno dei più importanti artisti dell’ultimo secolo.

LE DELUSIONI

1- TOUCH – TORTOISE

I Tortoise sono un progetto che la musica l’ha cambiata davvero e che avrà per sempre un posto nella storia. Proprio per questo ci si chiede che senso abbia uscire dopo una lunga assenza con un simile brodino riscaldato. Sembra un disco fatto da una cover band dei Tortoise, però ammosciata e priva della classe cristallina e della vitalità della band originale. Eppure sono proprio loro. Boh

2- CURIOUS RUMINANT – JETHRO TULL

Il solito disco che Ian Anderson ci propone ornai da decenni direi, la stessa formula, le stesse sonorità, gli stessi pregi, gli stessi difetti. Non è che sia brutto, per carità, ma una volta che lo hai ascoltato, pur non avendone avuto una brutta impressione, non hai assolutamente alcuna voglia di dargli una seconda possibilità.

3- STORIE INVISIBILI – BANCO DEL MUTUO SOCCORSO

Dopo un disco ottimo (Transiberiana) e uno bellissimo (Orlando) non era certo prevedibile trovarsi di fronte a uno dei lavori più brutti di sempre del Banco che si apre, non a caso, con una delle canzoni più insulse che abbiano mai pubblicato. Il resto del disco, per fortuna, non è così pessimo ma le sopracciglia e l’attenzione le si alza giusto per un paio di passaggi che ti ricordano che siamo in presenza forse della miglior band italiana di sempre (o poco ci manca). Ma ovviamente non basta a risollevare le sorti di un lavoro inspiegabilmente molto insufficiente.

I migliori dischi del 2024

Anche quest’anno siamo giunti al mio consueto bilancio dell’anno musicale con i migliori 15 dischi che, a mio (im)modesto parere, sono usciti nel 2024. Purtroppo, bisogna dirlo, non è stato un grande anno. La qualità musicale delle uscite è stata, mediamente, molto bassa. Evidentemente la moda delle playlist (Spotify è il male da un punto di vista artistico, sappiatelo) e i vari disgustosi talent stanno facendo il loro sporco lavoro nella distruzione del gusto di spettatori e ascoltatori sempre più passivi e infantilizzati. E purtroppo non si intravede a breve nessun cambiamento di rotta. Ovviamente ci sono state anche delle ottime cose, ma non tantissime e, soprattutto, anche queste ultime (e si vedrà nelle brevi recensioni che ho fatto) peccano spesso di manierismo e scarsa avventurosità. Questa considerazione vale sia per i lavori di qualità che sono usciti sia per schifezze indecorose come, per esempio, il disco di David Gilmour. Ad ogni modo ecco le mie scelte



1) PIGGIES – THE AMAZING
Premessa: la gara non inizia neanche. Questa è sicuramente la miglior band tra quelle nate nel nuovo Millennio. E, anche questa volta, gli svedesi hanno tirato fuori un’autentica gemma con otto gioielli uno più bello dell’altro all’insegna di un prog-pop psichedelico, melodico, malinconico e piovoso (ma senza mai essere stucchevole o prevedibile) e con i suoni di chitarra fra i più belli che si possano sentire oggigiorno (il fatto che Reine Fiske esista è una benedizione per l’arte e per l’umanità). Il disco è uscito a febbraio purtroppo solo in versione digitale (era annunciata anche un’uscita in vinile, ma sfortunatamente ancora non si è vista). In ogni caso numero uno dell’anno (e il secondo arriva quarto). E, se non vi piace un brano come “Cinnamon”, non voglio nemmeno conoscervi.

2) YESTERWYNDE – NIGHTWISH
Personalmente ho sempre apprezzato l’evoluzione della band partita da Imaginaerum che ha permesso ai Nightwish di svoltare dall’essere un ottimo gruppo di metal sinfonico (dallo straordinario successo) a qualcosa di più evoluto (e probabilmente leggermente meno apprezzato). In questo nuovo disco (il primo senza Marco Hietala al basso e alla voce) Tuomas Holopainen ha voluto premere ancora di più sull’acceleratore di un approccio descrittivo e cinematografico, con lo strabordante uso dell’orchestra e del coro e la pressoché totale assenza di parti soliste rilevanti. Ne è venuto fuori un lavoro bellissimo, i cui unici punti deboli sono nella parte iniziale con un paio di pezzi che strizzano l’occhio al passato metal, ma che decolla a partire dalla gigantesca Perfume of the Timeless e che non cala mai di livello. La voce di Floor Jansen è sempre straordinaria e impeccabile (anche se si percepisce che, per le note problematiche legate alla gravidanza, è stata aggiunta solo all’ultimo a cose già fatte e che quindi lei abbia potuto mettere poco del suo) e l’alternanza con quella più soave di Troy Donockley è particolarmente azzeccata. I Nightwish sono un marchio ormai talmente affermato che, probabilmente, il disco venderà comunque bene pur essendo così coraggioso e poco commerciale (servono davvero tanti ascolti per apprezzarlo appieno). Vedremo quale sarà il futuro della band visto che, almeno per il momento, non torneranno a suonare dal vivo chissà fino a quando.

3) AN OLD WARRIOR SHOOK THE SUN – KENSO
Dopo un silenzio di 10 anni torna quella che probabilmente è la band più significativa in ambito jazz rock del Sol Levante. E quel che ci propone è esattamente quello che ci si può aspettare da questi autentici fuoriclasse. Un mix assolutamente squisito tra tecnica funambolica e gusto per la melodia, con qualche piccola divagazione nel folk giapponese. Insomma una vera bomba, con l’unico piccolo difetto di essere forse un po’ troppo manierista e di non sorprendere minimamente l’ascoltatore che già li conosce. Nella loro carriera han fatto di meglio ma anche questo lavoro va assolutamente aggiunto a qualsiasi collezione che si rispetti. E comunque un brano come “Kessite Sayonara dewa Naku” vale da solo il prezzo del disco.

4) NIGHT REIGN – AROOJ AFTAB
Il nuovo lavoro della musicista pakistana prosegue nella mirabile operazione di fondere musica orientale e occidentale senza risultare furba o stucchevole. Ne è uscito un disco emozionante e notturno con qualche suggestione alla Joni Mitchell ma, personalmente, nei due/tre pezzi un po’ meno intimisti, ci ho sentito anche un po’ di Sade (più che altro perché a tratti la voce le assomiglia molto). In ogni caso un viaggio nel mondo della cantautrice pakistana sarebbe, per tutti, il caso di farlo.

5) ANIME INVISIBILI – ALIANTE
Il quartetto toscano aveva davanti a sé una sfida quasi impossibile, ovvero cercare di far meglio del precedente (e favoloso) “Destinazioni oblique”, uscito nel 2022 e, a parere di chi scrive, fra le migliori 10-15 proposte del panorama italiano degli ultimi anni. Una sfida che gli Aliante non hanno vinto, ma di stretta misura (il che è già un miracolo). La proposta è sempre quella: lunghi brani strumentali altamente evocativi e descrittivi, all’insegna del classico progressive, ma con incursioni in ambito jazz/rock. Questa volta i ragazzi hanno optato per un’unica suite in quattro movimenti (ognuno dei quali composto da un membro del gruppo) che colpisce nel segno. Miglior disco italiano dell’anno.

6) ‘NO TITLE AS OF 13 FEBRUARY 2024  28,340 DEAD’ – GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR
Il nuovo album della band canadese parte dal 13 febbraio 2024, giorno in cui i morti ufficiali di Gaza erano 28.340. Oggi purtroppo sono molti di più. E nell’analizzare questo disco non si può, ovviamente, prescindere dall’aspetto politico, anche perché è una cosa che ormai non molti nel mercato discografico hanno la forza di affrontare senza scadere in slogan furbi e, tutto sommato, innocui. Questo non accade ai Godspeed anche per via della natura strumentale della loro musica. Dal punto di vista musicale siamo in presenza del “solito” ottimo disco del gruppo con tutti i cliché del passato rigorosamente rispettati. Che dire? Tutto molto bello e lodevole, ma anche già sentito. In ogni caso da avere.

7) THE LAST WILL AND TESTAMENT – OPETH
Benché sia in classifica questo, per me, è la delusione dell’anno. Per la prima volta, infatti, Akerfeldt sembra non essersene sbattuto le balle delle pressioni del mercato discografico e dei fan ottusi rimasti attaccati alla pur straordinaria parte iniziale della carriera degli Opeth. E quindi in questo lavoro non si sentono gli Opeth che fanno quello che desiderano, ma si sentono gli Opeth che cercano di fare il più possibile gli Opeth, mischiando progressive e death metal (col ritorno del growl tanto invocato dalle masse) come solo loro han saputo fare (ma allora era una novità, stavolta è indulgenza alle richieste degli ascoltatori meno evoluti). L’ipotesi più probabile è che lo scarso appeal di un disco invece straordinario come “In Cauda Venenum” (probabilmente troppo ambizioso per le scarse capacità critiche ed estetiche del loro fan medio) abbia pesato, visto che per Akerfeldt far quadrare i conti facilissimo non credo che sia. In ogni caso, pur con tutti questi difetti, i colpi di classe non mancano e, essendo un disco paraculo, sta naturalmente piacendo a tutti. Auguriamoci che le vendite vadano bene e che il prossimo torni a essere un lavoro di nuovo in evoluzione.

8) PRIVATE PARTS & PIECES XII – THE GOLDEN HOUR – ANTHONY PHILLIPS
L’ex chitarrista dei Genesis è, a parere di chi scrive, uno dei migliori compositori dell’ultimo mezzo secolo. Quest’anno è tornato sul mercato con un’ulteriore delizia, ovvero il dodicesimo volume della serie PP&P. Ed è un disco che ha tutte le caratteristiche del ciclo, con brani composti in varie occasioni nel corso degli anni. A differenza di altri PP&P questo non è caratterizzato dall’utilizzo di un unico strumento ma alterna pianoforte, chitarre e sintetizzatori. Le melodie sono sempre celestiali. L’acquisto obbligato.

9) MILLION VOICES WHISPER – WARREN HAYNES
La magia (sia nei dischi solisti che in  quelli dei Gov’t Mule) è ormai passata da qualche anno lasciando spazio a tanto mestiere. E anche questo nuovo lavoro non fa eccezione. Tuttavia se date a Warren un microfono, una chitarra e una band della madonna, difficilmente fallirà il colpo. E, alla fine, sentendolo, il culo lo muoverete per forza. E poi, vabbé, la presenza di Derek Trucks in alcuni pezzi, con gli straordinari assoli alternati e i duelli fra le chitarre, conducono comunque all’inevitabile lacrimuccia.


10) AGHORI MHORI MEI – SMASHING PUMPKINS
Non sono mai stato un loro particolare fan, ma la nuova direzione intrapresa negli ultimi anni la trovo oltremodo gradevole. Già l’opera rock in tre atti uscita nei due anni precedenti andava considerata una rinascita notevole, e anche questo nuovo lavoro, seppur non mastodontico come il precedente, riesce ad amalgamare al meglio rocciosità e melodia e la voce di Corgan (che bella non sarà mai) ci sta alla perfezione. Ovviamente la critica musicale non ci ha capito un cacchio e lo ha stroncato. Ma non è certo una novità.

11) LIVES OUTGROWN – BETH GIBBONS
La cantante dei mitici Portishead ci regala un lavoro senz’altro validissimo, ma altrettanto prevedibile. Certo, mi si obietterà, il suo stile è sempre stato quello e la Gibbons non ne è certo venuta meno. E alla fine ha tirato fuori un prodotto che potrebbe essere tranquillamente un nuovo disco dei Portishead con una vena forse leggermente più pop e una spruzzatina, qua e là, di Talk Talk (anche per la presenza del batterista Lee Harris, coautore di alcuni pezzi). Insomma tutto facilmente prevedibile, ma è talmente bello che ci si passa sopra.

12) E’ INUTILE PARLARE D’AMORE – PAOLO BENVEGNU’
L’atteso (almeno per me) ritorno di Benvegnù è stato una piccola delusione, ma ce lo si poteva aspettare dopo due capolavori assoluti come “H3+” e “Dell’odio e dell’innocenza”. Se però non lo si mette in relazione ai due predecessori questo lavoro resta molto buono (a livello di cantautorato rock nessuno in Italia supera il musicista toscano e la sua band). Manca forse quel paio di pezzi fulminanti che ti fanno gridare al capolavoro (l’unico che si avvicina ad esserlo è “Pescatori di perle”, ma non del tutto) ma il livello resta eccelso. Fallito invece il tentativo ironico di prendere in giro il mercato musicale e la spazzatura che lo caratterizza. “Canzoni brutte”, il brano che appunto fa ironia su questo, è proprio brutto e quindi il suo potenziale critico ne esce diminuito. In ogni caso da avere.

13) REINE FISKE-RYLEY WALKER – REINE FISKE & RILEY WALKER
Non so come sia nata questa collaborazione tra due dei più talentuosi musicisti degli ultimi anni (anche se Fiske è un po’ più vecchio). In ogni caso, penso durante un tour in Svezia del cantautore americano, i due si sono ritrovati e con il solo ausilio di due chitarre si sono lanciati in una serie di improvvisazioni che però, alla fine, hanno prodotto quattro brani che rappresentano un vero e proprio viaggio ipnotico e sonoro che trova il suo apice nella lunghissima “They Tear This Down, Then They Build”. Il disco è uscito solo in versione digitale (si trova sulla pagina Bandcamp di Ryley Walker) ma lo consiglio a chi voglia farsi un viaggio meraviglioso nella coscienza senza controindicazioni per la salute.

14) GRAAL – VINCENZO ZITELLO
L’arpa di Vincenzo Zitello non ha davvero bisogno di presentazioni. Il maestro torna con un lavoro un po’ più corale dedicato al ciclo arturiano in cui, oltre allo strumento di cui è considerato uno dei massimi interpreti mondiali, si disimpegna anche alla viola, al violoncello, al contrabbasso, al clarinetto e all’ottavino, circondato da altri musicisti, ma sempre con un approccio acustico, quasi da orchestra da camera. La musica è quella che ci si può aspettare visto il tema e lo strumento principale coinvolto. Certo il ciclo arturiano è, ormai, piuttosto inflazionato, ma questo non inficia la bellezza e la suggestione delle melodie.


15) NEOS SAINT JUST – JENNY SORRENTI & TULLIO ANGELINI
Ritorna anche Jenny Sorrenti con un nuovo progetto anch’esso associato alla mitica sigla Saint Just, anche se solo per attitudine e non specificatamente per sonorità. Il disco è composto con la collaborazione del musicista e produttore indipendente Tullio Angelini e ha una natura prettamente sperimentale, in cui Jenny esplora tutte le possibilità della sua straordinaria voce trasportando l’ascoltatore in un vero e proprio viaggio onirico. Certo non è un disco per tutti, bisogna essere disposti ad accettarne la natura ma, una volta fatto, non si può non rimanerne conquistati.



Altre menzioni sparse:

EMPTY – KRISTOFFER GILDENLOW

HJARTA – FABIO ZUFFANTI
MARTIAN CHRONICLES III – SOLARIS
MOONDIAL – PAT METHENY
MORE – COLIN BASS & DANIEL BIRO
THE PEARL OF EVER CHANGING SHELL – ISILDURS BANE & JINIAN WILDE
WALL OF EYES – THE SMILE
TRUE – JON ANDERSON & THE BAND OF GEEK


Voglio poi segnalare due lavori non totalmente inediti ma che meritano un acquisto e un ascolto

MILTON + ESPERANZA – MILTON NASCIMENTO & ESPERANZA SPALDING
La collaborazione tra il leggendario musicista brasiliano e la straordinaria bassista/cantante ha dato vita a un lavoro bellissimo, con alcuni dei più grandi classici del maestro riarrangiati accompagnati a composizioni della Spalding. E c’è anche un’ospitata straordinaria di Paul Simon

THE WOLF CHANGES ITS FUR BUT NOT ITS NATURE – CRIPPLED BLACK PHOENIX
Per festeggiare i 20 anni la band di Justin Greaves ha ripreso alcuni dei suoi classici della prima parte della carriera, riarrangiandoli e reincidendoli con la sensibilità e il personale di oggi (anche se ci sono un paio di ospitate dal passato). Il risultato è imperdibile.