Echolyn: quando i capolavori nascono dall’indipendenza e non dal marketing

Di recente ho intervistato una delle mie band preferite, gli americani Echolyn, autori, in questo 2025 di un doppio album capolavoro, che non risente di nessuno dei compromessi che solitamente gli artisti sono obbligati a fare. Qui di seguito potrete leggere l’intervista (che si trova, anche in versione inglese, sul sito http://www.arlequins.it)

Dopo dieci lunghi anni di attesa è finalmente uscito il nuovo disco degli Echolyn. In realtà non si tratta di un disco solo, bensì di due, per un totale di poco più di 90 minuti di musica. Time Silent Radio vii e Time Silent Radio ii, distinti in questo modo per il numero di canzoni contenute in ciascuno dei due CD, riportano una band che appare in grande salute, totalmente indipendente artisticamente e che ci regala un lavoro che può tranquillamente essere annoverato tra le loro cose migliori (e di lavori brutti gli Echolyn non ne hanno mai prodotti). Di questo e di molto altro si è parlato nell’intervista qui di seguito a Christopher Buzby (tastiere, cori), Brett Kull (chitarre, voce solita e cori) e Ray Weston (basso, voce solista e cori) che hanno accettato di rispondere alle domande di un ammiratore come il sottoscritto…

Ciao ragazzi e grazie per la vostra disponibilità a rispondere alle mie domande. Vi ho conosciuti personalmente nel 1995. Dopo aver letto alcuni articoli su di voi in un paio di fanzine progressive rock, un amico mi ha fatto ascoltare Suffocating the Bloom e As the World, presentando brevemente la band come simile ai Gentle Giant. La scintilla non è scoccata subito (la vostra musica richiede un minimo di insistenza prima di essere apprezzata), ma poi siete diventati una delle mie band preferite. Considero gli Echolyn tra le 5 migliori band di sempre tra quelle nate dopo gli anni Settanta (se siete curiosi, le altre 4 sono Opeth, Gov't Mule, Landberk e The Amazing). Ho tutti i vostri dischi (compresi i progetti paralleli della band) ed è quindi emozionante per me potervi intervistare. Quindi scusatemi se alcune domande vi sembreranno un po' troppo da fan…
Iniziamo...

Sono passati 10 anni dall’ultimo album degli Echolyn. Non è mai passato così tanto tempo tra un album e l’altro. So che avete iniziato a lavorarci nel 2018. Perché avete lasciato passare così tanto tempo?

Chris Buzby: Mi sono trasferito a tempo pieno in quella che era la mia seconda casa nel Delaware meridionale nel luglio del 2014 e ho accettato un lavoro come insegnante a Berlin, nel Maryland. Anche se mi trovo a sole 150 miglia a sud di dove vivono Brett e Ray in Pennsylvania, sono comunque due ore e mezza di macchina solo andata... quindi purtroppo questo ha reso molto più difficile per noi vederci così spesso e con la stessa frequenza. Mi è stato anche diagnosticato un cancro alla prostata in stadio 3 nel marzo del 2019 e a giugno sono stato operato d'urgenza per l'asportazione della prostata, che mi ha tenuto fuori per alcuni mesi durante la convalescenza. Sono comunque molto felice di annunciare che sto per superare il traguardo dei 6 anni senza cancro. Il mio PSA per il PSA; ragazzi: fate il controllo!

Brett Kull: Ci riuniamo per scrivere e registrare quando il tempo lo consente e le circostanze lo richiedono

Ray Weston: Dopo l'ultimo album avevamo bisogno di una pausa mentale, un po' di tempo per schiarirci le idee e capire dove andare. Chris e Brett hanno iniziato nel 2018 e si sono presto resi conto che avevano bisogno del ragazzo più bello della band, quindi mi hanno chiamato. Poco dopo Chris ha avuto dei problemi di salute preoccupanti... il Covid, il lavoro e, naturalmente, la vita. Non abbiamo mai sentito alcuna pressione per finire questi album. Sapevamo che le canzoni ci avrebbero detto quando sarebbero state pronte. Per me, il tempo extra ha alleviato lo stress di scrivere alcuni dei migliori testi che io e Brett abbiamo mai prodotto

La qualità dei brani è elevatissima, a mio parere a livello dei vostri lavori migliori, credo anche perché ogni composizione è stata creata e rifinita nei minimi dettagli in tutti questi anni. Spesso, scherzando, dico che dovrebbe esserci una legge che obblighi gli Echolyn a pubblicare un disco ogni due anni. Mi chiedo: cambierebbe la qualità delle composizioni se foste più veloci? E mi date un po’ una descrizione di come funziona il processo compositivo e di registrazione?

Chris: Sono felicissimo di sentire che la qualità di questi nuovi brani sia così alta per te: anche noi li consideriamo tra i nostri migliori lavori musicali, ad oggi, come band. Il processo inizia sempre con Brett, Ray o io che portiamo un’idea alla band per una sessione di presentazione. Durante quella sessione ci lavoriamo su, la analizziamo e decidiamo se sembra Echolyn o abbastanza Echolyn. È un processo interessante a cui assistere e partecipare, perché una volta creata l’impalcatura di un brano, lavoriamo per aggiungere le nostre parti e sezioni individuali alle idee originali, inclusi testi, linee melodiche, armonie vocali, stacchi strumentali, sezioni soliste, tracce di batteria, ecc.

Brett; Una volta iniziato il processo di scrittura e registrazione, almeno per me, ci sentiamo spinti a completare qualsiasi cosa stiamo facendo, con ovvio rispetto per tutto il resto della nostra vita. In realtà lavoriamo molto velocemente quando siamo insieme perché intuitivamente siamo concentrati sulla scrittura. Ciò che influenza la durata del nostro processo è ciò che accade negli spazi tra noi quando siamo insieme. L’unica “legge” che ci costringerebbe a finire canzoni e album più velocemente sarebbe una legge che stabilisca che veniamo remunerati abbastanza per pagare le bollette e vivere una vita normale attraverso la nostra musica. Guadagnare con la nostra musica non ha alcun impatto sulla sua qualità, ma influisce (come altre cose) sul tempo che possiamo dedicare a lavorare sui nostri brani. In breve, il processo di scrittura è diventato una seconda natura a questo punto. Chris, Ray ed io lo facciamo insieme dal 1989 e siamo diventati pericolosamente bravi ed efficienti nel lavorare insieme. Lavoriamo insieme quando troviamo il tempo

Ray: Più veloce non è meglio. Noi, io, abbiamo bisogno che la vita accada per trovare nuovi spunti di cui scrivere. La musica… è tutta un’altra storia. Possiamo improvvisare tutto il giorno, ma i riff che creiamo devono portare il peso di ciò che siamo. Quindi ripeto: più veloce non è meglio.

Dopo anni di autoproduzione vi siete affidati nuovamente a un produttore, nella fattispecie Glenn Rosenstein. Come mai questa scelta?

Chris: Glenn è stato effettivamente assunto per mixare e masterizzare i brani del nuovo album insieme a Brett, poiché quest’ultimo era molto legato al progetto e desiderava e aveva semplicemente bisogno di un orecchio e di una prospettiva esterni. Glenn ha portato onestà al processo, che ha incluso anche la fantastica opportunità di utilizzare gran parte del suo studio e delle sue attrezzature esterne, aggiungendo lucentezza e brillantezza alla nuova musica, un mix cristallino ma anche incredibilmente caldo e invitante a livello sonoro

Brett: In realtà, i nuovi album, Time Silent Radio II e VII, sono prodotti come tutti i nostri album, tranne As the World. Chris, Ray e io lavoriamo allo stesso modo e miglioriamo fin dal primo giorno. Di solito passo la maggior parte del tempo a pensare a come le nostre idee si incastrino tra loro, a registrarle e a mixarle. Non intendo sminuire il contributo di Chris e Ray, lo dico solo per sottolineare l’ovvietà pratica del mio ruolo di ingegnere del suono e di colui che decide come il puzzle di una canzone si incastra attraverso la tecnologia a mia disposizione. Penso costantemente ai suoni e a come si combinano per creare le emozioni che intendiamo, Questo fa parte di ciò che fa un produttore e di ciò che faccio io fin dal primo giorno, come detto. Ray e Chris si fidano di me su questo e io mi affido a loro e mi fido di loro perché mi mantengano al massimo livello nel servire la musica. Lo paragonerei a quello che fa Chris che scrive parti di archi o fiati per la nostra musica. Il più delle volte lavora da solo, dedicandoci tempo e creando accompagnamenti straordinari per le nostre canzoni. Ray ed io ci fidiamo di Chris e gli permettiamo di creare i suoi arrangiamenti in autonomia, proprio come Ray e Chris si fidano e mi permettono di riarrangiare gli arrangiamenti, fare scelte sui suoni e mettere insieme tutti gli elementi con lungimiranza verso il prodotto finale. È stato così per tutti i nostri album tranne “As the World”. In quel caso avevamo Glenn Rosenstein come produttore. Per i nostri due nuovi album, “Time Silent Radio II” e “VII”, non sono riuscito a ottenere i mix che volevo perché ero troppo immerso e troppo a lungo nella produzione, nella scrittura e nell’esecuzione dei nostri brani per occuparmi oggettivamente dei brani come fonico del mix. In breve, Glenn è intervenuto e ci ha portato al traguardo, dimostrandosi un fonico di mixaggio fresco e molto obiettivo. Ha ascoltato la mia produzione e ha fatto il necessario per elevare la musica al livello a cui aspiravamo come band. Il fatto che Glenn abbia assorbito l’immensità di questo progetto e sia riuscito a fare ciò che ha fatto è una dimostrazione del suo talento, sia come produttore che come fonico

Ray: Brett ha uno degli orecchi migliori del settore. La sua visione, la sua capacità di creare spazio sono straordinarie. Detto questo, sentiva di aver portato queste canzoni al limite delle sue possibilità. Con un po’ di fortuna e un pizzico di nostalgia, il nostro amico Glenn è intervenuto e ha dato a Brett ancora più spazio

Parlatemi un po’ di questi dischi, di come mai avete scelto di realizzarne addirittura due, da cosa nascono i titoli degli album, magari con qualche considerazione sulle singole canzoni. I miei pezzi preferiti sono Cul de Sacs & Tunnels e Water in Our Hands. Magari se potete spendere qualche parola in più per questi due…

Chris; Una volta che ci siamo resi conto di avere 91 minuti di nuova musica, abbiamo dovuto decidere se registrarla e pubblicarla tutta, oppure se pubblicare un solo album di 60 minuti. Ci siamo resi conto molto rapidamente che ognuna di queste canzoni meritava di essere ascoltata, quindi abbiamo discusso di un doppio album lungo o di due album più corti. Da figli degli anni ’70, ci piaceva l’idea di due album più corti (45 minuti ciascuno). Io chiamo VII “i brevi” e II “i lunghi”.

Brett; Abbiamo deciso di pubblicare due album perché ritenevamo che 90 minuti di nuova musica fossero troppi. Dividerli in due raccolte da 45 minuti ci è sembrato giusto, gestibile e più coerente. I titoli degli album si sono evoluti nel tempo. L’idea del Tempo e il modo in continua evoluzione in cui gli esseri umani lo percepiscono ed esistono al suo interno, comunicando e dimostrando costantemente chi, come e perché siamo, attraverso qualsiasi mezzo comunicabile e innovazione tecnologica, sembravano sottolineare e influenzare la musica che Chris, Ray e io stavamo scrivendo. Questioni come troppo rumore contro troppo silenzio, caos contro ordine, tradizione contro progresso. Queste idee e molte altre sembravano convivere in tre parole: Tempo, Silenzio e Radio

Ray: Beh, non abbiamo mai pubblicato due album contemporaneamente. Quindi c’è questo aspetto… Per quanto riguarda il titolo, ci siamo impegnati tutti a trovare il titolo migliore di sempre… per settimane… poi Brett ha inventato TimeRadioSilent. Chris ha lanciato l’idea di cambiare le parole e voilà, TimeSilentRadio è nato. Ti darò qualche spunto su Cul De Sacs. Il mio lavoro a tempo pieno è quello di Assistente Infermieristico Certificato. Lavoro in una comunità dedicata alla demenza. Questa è una lettera (vissuta attraverso i miei occhi) da un marito a sua moglie mentre la perde lentamente

La scelta di autofinanziarvi immagino sia dovuta al desiderio di mantenere indipendenza artistica. Lo scotto da pagare però è quello del semi anonimato purtroppo. So che fare i dischi degli Echolyn non è la vostra professione principale. Potete parlare un po’ delle vostre vite e come gli Echolyn, in questo momento, si collocano all’interno di esse?

Chris: Avere il controllo artistico è fondamentale per un artista; questo è sempre stato importante per noi musicisti di Echolyn. I nostri lavori quotidiani ci permettono di guadagnare/vivere, e per me significa fare qualcosa che amo e che mi appassiona molto: insegnare. Attualmente sono un insegnante di musica per tutti gli studenti dal sesto al dodicesimo anno di una scuola privata indipendente diurna a Berlin, nel Maryland. Dirigo 3 cori, 3 bande concertistiche, 3 corsi di musica generale/apprezzamento musicale, un corso elettivo di audio digitale e sono il direttore musicale annuale del musical della scuola superiore: le produzioni musicali recenti includono Footloose, Mamma Mia, Il Re Leone, Shrek, La Bella e la Bestia, Il Gioco del Pigiama, Tutti Insieme Appassionatamente e La Famiglia Addams. È un lavoro a tempo pieno, ma adoro l’impatto che riesco ad avere su giovani studenti e artisti ogni giorno

Brett: L’autofinanziamento, ovvero la provenienza del denaro per registrare e produrre la nostra musica, non ha alcuna influenza sulle nostre canzoni, se non il modo pratico in cui ci rendiamo conto dei costi di registrazione e produzione. Questi due nuovi album sono stati diversi perché sono stati realizzati nell’era dello streaming musicale (negli ultimi 10 anni). Questo nuovo modo di ascoltare la musica ha influenzato notevolmente il modo in cui gli artisti guadagnano con la loro musica. Lo streaming è sia una meravigliosa invenzione per la musica che una terribile maledizione per i cantautori. Personalmente, ho cercato di guadagnarmi da vivere con la musica, la scrittura di canzoni, l’ingegneria del suono e la produzione musicale da quando ho finito il liceo nel 1984. Lo sto ancora facendo, ma a causa dei cambiamenti tecnologici che influenzano i metodi di registrazione, la possibilità di imparare e suonare strumenti, il modo di condividere la musica e il modo in cui la composizione musicale viene utilizzata e pagata, ho dovuto trovare anche altri modi per pagare le bollette. Tenere lezioni associate al suono a livello universitario è uno dei modi in cui lo faccio. Spero di entrare ancora di più nel mondo accademico per servire meglio l’arte dell’apprendimento e della condivisione delle informazioni per ottenere risultati migliori per la società

Ray: Come ho detto nella risposta precedente, lavoro come “guida” per i nostri residenti che stanno attraversando la transizione tra questa vita e l’aldilà. Ho raccolto alcune delle loro migliori divagazioni e le ho inserite in questi album. Non c’è mai un momento di noia

La vostra ammirevole indipendenza artistica immagino sia stata anche tra le cause dello scarso interesse della Sony nei vostri confronti dopo che avevate firmato un contratto che sembrava avervi lanciato nel giro musicale che conta. Mi potete raccontare cosa è successo realmente in quell’occasione, come avete reagito e come avete poi deciso di ricominciare a essere gli Echolyn?

Chris: Avevamo soldi per il supporto del tour che sono stati sperperati dalla Sony/Epic Records per altre cose oltre al nostro supporto del tour… quindi senza abbastanza vendite di album e nessun supporto del tour, siamo diventati tristemente una detrazione fiscale per la Sony

Brett: Eravamo il progetto preferito di un talent scout appassionato di rock progressivo. Non ha mai pensato che avrebbe funzionato (nonostante il nostro duro lavoro e il nostro impegno) e ha finito per intascare/rubare il nostro supporto per il tour (75.000 dollari), per poi dichiararci l’ennesima svalutazione per i commercialisti della Sony. Ha distrutto i nostri sogni e la nostra instancabile etica lavorativa a tempo pieno di sei anni con il suo egoistico narcisismo e la sua mancanza di rispetto per ciò che avevamo realizzato e per le possibilità che eravamo pienamente in grado di raggiungere. Le nostre famiglie ne hanno sofferto. Dopo le prime ricadute e i quattro anni trascorsi, io, Ray e Chris ci siamo riuniti perché amavamo lavorare insieme e, nonostante l’orrore del fallimento inflittoci dalla Sony, sentivamo sinceramente la mancanza reciproca. Paul Ramsey (batteria) e Tom Hyatt (basso) non la pensavano allo stesso modo… ed è per questo che Ray ha suonato il basso in Cowboy Poems Free e Jordan Perlson si è unito a noi alla batteria

Ray: Eravamo al settimo cielo. Re tra i pochi. In sostanza, non avevano davvero idea di cosa fare con noi. Abbiamo comunque avuto un’opportunità che non capita a molte band, figuriamoci a una band prog di Philadelphia. Abbiamo cercato di sfruttare tutto ciò che potevamo, purtroppo quando si è trattato di andare in tour, che era il nostro punto di forza, non c’erano più soldi. Senza tour non c’era nuova visibilità. Nessuna nuova visibilità, nessuna nuova vendita. Nessuna nuova vendita, nessun nuovo album. Nessun nuovo album… addio. Quando Brett, Chris ed io scriviamo insieme, siamo semplicemente Echolyn

Proseguiamo col tuffo nel passato. Mi potete dire, per ognuno dei vostri dischi, come lo analizzate a posteriori, che sensazioni vi provoca oggi e che giudizio date dei vostri lavori? PS: vale anche, se avete tempo e voglia, per i lavori non a firma Echolyn, tipo Still, Always Almost, Finneus Gauge, Rise Twain e i solisti di Brett e Ray.

Chris: Per quanto riguarda la nostra produzione di Echolyn, sono ancora molto orgoglioso di “Mei”, “The End Is Beautiful”, “The Windowpane Album”, “I Heard You Listening, As the World”, “Suffocating the Bloom” e (ovviamente) dei due album più recenti TimeSilentRadio. Sono anche incredibilmente orgoglioso dei due dischi “Finneus Gauge” (“More Once More” e “One Inch of the Fall”) pubblicati nel 1997 e nel 1999. Ritengo ancora che entrambi gli album siano musicalmente anni luce avanti rispetto al loro tempo, dato che è stato un periodo importante in cui ho ricoperto sia il ruolo di leader della band che di compositore principale. Quegli anni sono stati incredibilmente divertenti e stimolanti musicalmente, poiché tutti in quella band suonavano al massimo delle loro potenzialità, spesso spingendo i nostri limiti musicali più forte e più velocemente di quanto avessimo mai immaginato

Brett: Album di debutto del 1991: lo considero un grande traguardo, trovare persone talentuose e con la stessa mentalità che volessero lavorare e creare musica insieme. Abbiamo fatto tutto da soli. Il nostro primo album rappresenta le nostre prime esperienze con la registrazione e la composizione di canzoni. Shades, Meaning and the Moment e The Great Men occupano ancora un posto speciale nonostante la loro ingenuità. 1992 Suffocating the Bloom: considero questo album la prima indicazione di ciò a cui aspiravamo. Eravamo noi contro tutti, era autentico e unico, e avevamo le carte in regola per essere grandiosi, e lo siamo stati. 1993 And Every Blossom: la nostra prima registrazione in cui ho avuto la sensazione di catturare suoni di buona qualità. Il mio remix per il cofanetto lo dimostra. Questo piccolo EP è innegabilmente unico e dimostra il nostro orecchio armonico in via di sviluppo. 1994-95 As the World: questo album mostra l’entusiasmo che avevamo nel 1993. È stato scritto nell’esuberanza e nell’energia di quell’anno. Eravamo in fermento e immersi nel ritmo dei concerti dal vivo e della composizione di canzoni. Fu l’anno in cui ottenemmo il contratto discografico con la Sony… e ironicamente l’inizio della fine per la band, a causa del nostro coinvolgimento con loro. L’album ci mise troppo tempo a uscire (un anno e mezzo) e soffocò l’energia e lo slancio che avevamo. Nonostante l’oscurità che associo a questo album, fu anche un periodo in cui lavorammo con Glenn Rosenstein, che ci insegnò molto sull’industria discografica e su come fare un disco. Il periodo migliore fu dall’autunno del 1993 alla primavera del 1994, quando scrivemmo e registrammo le 16 canzoni di “As the World” – dopodiché ci allontanammo lentamente dalla ricca esuberanza che avevamo creato da soli

Ray: Questa è una domanda spinosa… siamo tutti cresciuti tantissimo come cantautori e parolieri. Per quanto mi riguarda, agli inizi ero più un tipo di autore che guardava a se stesso e a quello che poteva fare. Il periodo in cui abbiamo registrato a Nashville mi ha reso molto umile. Ci è voluto molto tempo, ma credo di poter dire di aver finalmente trovato la mia voce. Scriviamo sempre… alcune delle mie canzoni finiscono per essere canzoni per gli Echolyn, altre per un altro album di Ray e altre ancora solo per il mio cane e i miei gatti

Che fine hanno fatto Tom Hyatt e Paul Ramsey, gli altri due membri storici della band? C’è una possibilità che facciate ancora cose assieme?

Chris: Entrambi i ragazzi avevano solo bisogno/volevano una pausa dagli Echolyn a tempo pieno, alle loro condizioni. All’inizio siamo rimasti delusi dalla loro partenza, ma ci siamo anche resi conto che il processo di scrittura musicale poteva/voleva continuare anche senza di loro, dato che Ray, Brett e io siamo sempre stati i principali autori degli Echolyn

Brett: Non ho contatti con nessuno dei due, ma auguro loro il meglio per la loro vita. Non vedo alcun motivo di lavorare con loro perché non averli nella band ha solo aumentato la potenza e l’efficienza di ciò che Chris, Ray e io abbiamo sempre fatto, ovvero scrivere musica

Ray: Tom ha trovato la ragazza dei suoi sogni e sta vivendo la sua vita al meglio. Un giorno sarebbe bello sedersi in una stanza con Tom e suonare alcune delle vecchie canzoni… Quanto a Paul, Paul è il passato

Jordan Perlson ha fatto un lavoro straordinario su Time Silent Radio. Aveva già collaborato con voi in passato e quindi immagino che la scelta di includerlo nella band sia dovuta a quello. Potete parlare di come ha contribuito al sound di questo ultimo lavoro? E, ovviamente, chiedo anche a Jordan le sue considerazioni sia sul lavorare con la band che sul disco

Chris: Jordan era uno studente di Concert Band/Jazz Ensemble quando aveva 15-18 anni, presso la mia ex scuola in Pennsylvania (Abington Friends School); già allora era un musicista instancabile e determinato, sempre in sala prove durante le ore libere a studiare i rudimenti. Lo invitai agli studi Echolyn nella primavera del 2000, quando era all’ultimo anno, e gli chiedemmo di registrare con noi alcuni brani per il nostro album Cowboy Poems Free… fece un lavoro straordinario e suonò in tre di quei brani. Jordan si laureò poi al Berklee College of Music di Boston, Massachusetts, e da allora è stato in tournée e ha suonato con Tiger Okoshi, The Blue Man Group, Becca Stevens, Adrian Belew e Snarky Puppy. Attualmente vive a Nashville ed è regolarmente in lista come batterista da studio. Jordan è un batterista incredibilmente dinamico ed esperto e lavorare con lui è sempre divertente e gratificante, perché ascolta le canzoni così bene e onestamente e reagisce in modo molto naturale a ciò che sente con ciò che poi sceglie di suonare

Brett: Non avremmo pubblicato un altro album degli Echolyn se Jordan non avesse voluto partecipare. La sua creatività, il suo carattere e la sua professionalità hanno reso la musica migliore e la registrazione gioiosa ed emozionante

Ray: Abbiamo una storia con Jordan. Lui la capisce. È la spinta che ci fa muovere

Uno dei miei sogni è di vedervi dal vivo. Purtroppo quando siete venuti in Italia (credo fosse il tour di The End Is Beautiful) non sono potuto venire. La mia fidanzata mi dice di coltivare il sogno di organizzare un vostro concerto dal momento che sono il presidente di un’associazione culturale che si chiama Libere Menti. Non credo sia fattibile economicamente e logisticamente, ma mai dire mai. Al di là del fatto che io riesca a coronare o meno il mio sogno, l’idea di fare dei concerti è una porta chiusa per voi oppure coltivate la speranza di poterlo ancora fare?

Chris: Sebbene il nostro tour europeo e britannico del 2005 sia stato un’avventura e un traguardo straordinari, ora che viviamo così distanti (Brett e Ray in Pennsylvania, Jordan a Nashville e io nel Delaware meridionale), la possibilità di fare un tour è ormai ampiamente scartata a causa dei lavori giornalieri e della distanza. Detto questo, non significa che non proveremo comunque a registrare un video di un concerto dal vivo o a fare qualche concerto in zona, se si presenta l’occasione

Brett: Spero di poter suonare le canzoni dei nostri ultimi tre album un giorno, prima possibile. Sento ancora di essere in grado di suonare e cantare al meglio. Quel tempo però si sta accorciando

Ray: Diciamo tutti che sarebbe bello fare un altro tour. Abbiamo quattro album che devono essere ascoltati dal vivo! Un giorno, forse…

Se doveste portare tre soli dischi su un’isola deserta quali scegliereste?

Chris: Igor Stravinsky – The Rite of Spring; Pat Metheny – Secret Story; Radiohead – The Bends

Brett: Non vorrei ascoltare la stessa cosa più e più volte! Sarebbe un incubo! Per fare un gioco, metterei su il tema finale del film “Lo squalo” di John Williams per ispirarmi a costruire una zattera e a nuotare via da quell’isola. È un brano bellissimo e perfetto per quella situazione

Ray: Black Sabbath – Sabbath Bloody Sabbath. L’album di debutto dei The Slipknot. Kate Bush – Hounds Of Love

Quali sono i musicisti che più vi hanno influenzato nei vostri rispettivi strumenti?

Chris: Stravinsky, Debussy, Chopin e Liszt sono tutti in cima alla mia lista di influenze, ma anche artisti jazz e rock più moderni come Herbie Hancock, John Coltrane, Pat Metheny, Lyle Mays e Allan Holdsworth occupano un posto di rilievo tra le mie influenze musicali. Rispetto e ammiro il modo in cui ognuno di questi musicisti si è immerso nel disagio di scrivere e suonare musica diversa dai propri coetanei, il che storicamente li ha posti tutti all’avanguardia nel progresso e nella creatività musicale. È un aspetto di cui vado molto fiero nella musica degli Echolyn: suoniamo come noi stessi, eppure continuiamo a progredire come una band di artisti creativi e davvero originali. In breve, voglio che la mia produzione musicale mi sopravviva; credo di essere ancora su quella strada con successo

Brett: Da adolescente, Jimmy Page, Tony Iommi, Pete Townshend, Steve Howe e Alex Lifeson erano i ragazzi con cui mi esecitavo per imparare a suonare la chitarra. Nei miei primi vent’anni probabilmente erano Pat Metheny, Alan Holdsworth e Anthony Phillips. Dopo di loro ho iniziato a concentrarmi sulla ricerca del mio stile e della mia voce. Mi piacciono i chitarristi che capiscono la composizione e l’arrangiamento delle canzoni. Non mi interessa molto la tecnica appariscente, ma la capacità di suonare con sentimento e creatività ponderata. Penso che le idee chitarristiche che Johnny Greenwood dimostra nei Radiohead e ora negli Smile siano fonte di ispirazione. Basta ascoltare canzoni come The Slip, Bending Hectic, Eyes and Mouth, ecc., della sua band, gli Smile, per capire ciò che penso, e credo ancora che Elliot Smith fosse un chitarrista e polistrumentista straordinario, unico e di grande creatività. Anche Tom Bukovac, Blake Mills, Nels Clien e Julian Lage mi ispirano per il loro stile autentico e creativo

Ray: Come cantante direi Nat King Cole, Glenn Campbell, Phil Lynott. Come bassista… Geezer Butler, James Dewar, Richard Sinclair

Nei giorni scorsi discutevo con un amico a proposito della musica in streaming. Ho letto in un articolo che il tempo medio di fruizione di un brano musicale su Spotify è di 18 secondi. A mio parere un dato terribile che dimostra come lo streaming abbia nuociuto alla musica in senso artistico. Perché la musica di qualità un minimo impegno lo richiede. Aprire un disco, inserirlo nel lettore e ascoltarlo richiede una qualche partecipazione che con lo streaming è più difficile da avere. Per me è emblematico di un certo sistema che mira all’infantilizzazione e al disimpegno delle masse, che diventano così più facilmente malleabili. Voi cosa ne pensate? E come vi rapportate allo streaming come band?

Chris: Il pericolo più grande, e la delusione musicale, che abbiamo incontrato è che la maggior parte del mondo ora ritiene che lo streaming musicale sia un loro diritto, senza rendersi conto che la maggior parte degli artisti non guadagna nulla da questo mezzo. Abbiamo speso 45.000 dollari in 8 anni per realizzare questi 2 album e speravamo di raccogliere almeno quella cifra per coprire i costi, pur avendo un po’ di soldi in banca per un prossimo album, ma la sfida più grande è stata rieducare il pubblico ai costi reali delle cose e alla misera esistenza che gli artisti conducono quando la loro unica fonte di reddito è lo streaming. È anche per questo che abbiamo fatto una prevendita e abbiamo anche stampato dei CD, dato che c’è ancora un pubblico e un mercato mondiale di dimensioni decenti per i prodotti fisici (grazie al cielo)!

Brett: Il valore della musica come arte è diminuito, non solo in termini economici per gli autori, ma anche per i consumatori. La musica è stata relegata a una forma d’arte che chiunque può creare e ascoltare con pochi semplici clic. Creare musica oggi è come un bambino che dice a un genitore di aver fatto qualcosa di degno di nota (come usare il bagno) e poi passa alla successiva cosa insignificante prevista. La musica non si guadagna; non dà valore perché non ha un costo. Il rituale dell’apprendimento, dell’ascolto e della condivisione della musica ha subito un declassamento sociale e artistico a causa delle varie tecnologie strumentali, di registrazione e di ascolto

Ray: Lo streaming è la radice di tutti i mali…

Che futuro ci sarà per gli Echolyn? Avete usato tutto il materiale per Time Silent Radio o avete qualche composizione già pronta o, almeno, in embrione? Farete passare altri 10 anni prima di un nuovo disco? Personalmente spero di no…

Chris: Spero di riunirci tutti e quattro in una stanza per scrivere e lavorare a un altro album nei prossimi 2-3 anni. Personalmente non vorrei aspettare altri 10 anni, perché anche per noi è stato frustrante, ma data la mia diagnosi di cancro e il Covid, uniti alla distanza, abbiamo comunque sfruttato al meglio il tempo che avevamo. Tuttavia, il tempo non ha luogo e il tempo è anche il grande livellatore, quindi mi piacerebbe pensare che troveremo un modo per riunirci tutti nello stesso spazio prima possibile per vedere dove potrebbe arrivare la nostra musica dopo l’uscita di TimeSilentRadio. Ironicamente, la canzone “Time Has No Place” è stata l’ultima scritta per questa raccolta… quindi se questo è un indicatore di dove potremmo arrivare in futuro, penso che sia molto promettente!

Brett: Chissà! Per il momento vogliamo promuovere e condividere questi due nuovi album che meritano il nostro tempo

Ray: Il futuro, per ora, è dare a questi album il giusto riconoscimento. Promuovere. Promuovere. Promuovere. Abbiamo sempre qualcosa in cantiere. Scarabocchiamo continuamente parole, melodie e riff. Battere di nuovo finché il ferro è caldo sarebbe l’ideale, ma… 10 anni per noi sono un batter d’occhio

Un’ultima domanda, ma forse la più importante: mi potete spiegare come è nato il nome Echolyn?

Chris: Avevamo bisogno di un nome originale per la band che nessun altro avesse e che ci rappresentasse al meglio. Brett e Ray erano soliti suonare insieme in una cover band chiamata Narcissus. Narciso ed Echo erano entrambi famosi dei mitologici romani. A Brett piaceva la parola musicale Echo… ma c’era già una band chiamata Echo and the Bunnymen alla fine degli anni ’80, quindi aggiunse “lyn” alla desinenza, e così nacque Echolyn

Brett: L’ho inventato all’inizio del 1989 come una parola che non rappresentava nulla, ma rappresentava la musica

Ray: È una parola di 3 sillabe… perfetta per cantare

Abbiamo concluso. Grazie ancora per la vostra gentilezza e per la musica che ci regalate

Chris: Grazie mille per il tuo continuo supporto a Echolyn, Marco. Ti abbiamo sentito, e abbiamo sentito i nostri numerosi amici e fan italiani ascoltarci (in inglese la frase diventa We “Heard you listening”, a richiamare il titolo del penultimo album degli Echolyn – ndr)

Brett: Grazie Marco. Apprezziamo moltissimo il tuo supporto in tutti questi anni!

Intervista a Claudio Rocchi, il cantautore dalle molte vite

Nel 2003 ebbi la fortuna di intervistare Claudio Rocchi, uno dei miei cantautori italiani preferiti. La chiacchierata con lui fu un’esperienza fondamentale e questa intervista resta ancora una delle cose migliori che io abbia mai scritto. Rocchi purtroppo è morto qualche anno fa ma, come capita a tutti i grandi artisti, lascia la sua arte e le sue riflessioni che, credo, possano avere carattere di universalità e attualità anche se sono passati più di 20 anni da quando realizzai l’intervista. Eccola…

Un’intervista a Claudio Rocchi non poteva certo ridursi a un semplice botta e risposta sulla sua carriera e sulla sua musica. E infatti ben presto si è allargata divenendo una sorta di chiacchierata sia sulle molteplici attività di un uomo che, per sua stessa ammissione, ha vissuto 4 vite diverse negli ultimi 50 anni, sia su altri aspetti più generali di carattere filosofico, artistico e chi più ne ha più ne metta. In pratica qualcosa di molto simile a ciò che è successo al concerto dello scorso mese di ottobre (2003) Brescia che, di fatto, ha originato questa intervista. Un concerto che, da subito, è divenuto qualcosa d’altro: una performance che ha incluso letture, monologhi, proiezioni di filmati e riflessioni su alcuni fra i molteplici aspetti del nostro esistere. E qui di seguito c’è il fedele resoconto di una lunga chiacchierata, avvenuta qualche giorno dopo il concerto, presso la splendida casa milanese di Claudio Rocchi. Durante l’intervista spesso si è divagato e il lettore mi perdonerà se ho voluto riportare quasi tutto integralmente, nella convinzione che, per comprendere al meglio la personalità di questo affascinante personaggio, sia anche necessario seguirlo nelle sue riflessioni a 360° sui temi più disparati.

– MZ: Partiamo dal concerto di Brescia. Vorrei sapere le impressioni che ne hai ricavato e se una simile esibizione può essere considerata come un evento unico o se, al contrario, hai svolto altri “incontri” di questo genere…

CR: Ho ripreso a sentirmi disponibile per il palco dalla primavera del 2002 e da allora ho fatto una ventina di date. La gestione dei miei concerti è comunque attraverso il mio sito (www.claudiorocchi.com ndr) e quindi mi esibisco solo quando qualcuno mi contatta. Non abbiamo sempre utilizzato la stessa formula di Brescia perché con noi all’inizio c’era una ragazza cantante/danzatrice. Ultimamente la formula è un po’ cambiata con l’introduzione dei readings, vale a dire letture dal mio libretto appena pubblicato.

– Stai lavorando anche a nuove composizioni?

Ora sto principalmente lavorando al montaggio del film che ho appena girato

– Parlami allora di questo film, dal titolo Pedra Mendalza e del libro, intitolato Le sorprese non amano annunciarsi sono un gruppo rock di fanciulle suonanonude e sono bellissime, che hai appena pubblicato..

Il film e il libro sono quasi gemelli perché sono nati insieme nel maggio di quest’anno. In due settimane, infatti, ho scritto la sceneggiatura del film e poi, appena finito di scriverla, mi ha contattato un amico di Trieste, che apriva una nuova casa editrice chiamata Jubal, chiedendomi se avevo qualche testo da dargli per pubblicarlo. Allora ho messo insieme un po’ di testi scritti nell’arco degli ultimi 7-8 anni e ne è venuto fuori il libretto. Entrambi dunque sono nati nel mese di maggio. Dopodiché il libro è andato in stampa e il film l’abbiamo girato. In questi giorni comincerò a sedermi per visionare le 20 ore di girato digitale e le 20mila fotografie digitali scattate da cui trarre la storia.

– Di cosa tratterà il film?

Si tratta di un storia che ha a che fare con la circolarità del tempo e la natura spesso serendipica degli eventi, per cui vai da una parte e non trovi quello che cerchi, ma trovi qualcos’altro che non cercavi. Tratta di una sorta di viaggio iniziatico-psicomagicoliberatorio per la protagonista che ha un’avventura sorprendente in uno scenario che parte a Milano, zona Navigli, e si sviluppa fino al compimento in Sardegna in una realtà archeologica, prenuragica, magica.

– Quando conti di finire il tutto?

Vorrei riuscire entro fine anno in modo da averlo disponibile per l’iscrizione a tutti i festival della stagione 2004, ovviamente nel settore competente, che è quello di un cinema indipendente, mi auguro d’autore, di nicchia.

– E’ la tua prima esperienza cinematografica vero?

Sì, soprattutto anche come produttore. Perciò la sto vivendo con grande intensità.

– Tornando al libro credo che sia un’opera un po’ particolare che, a una prima lettura, può risultare un po’ spiazzante

Cioè?

– Mi pare possa essere considerato come una sorta di via di mezzo fra la prosa e la poesia…

Difatti, è preciso. Io ho fatto proprio una scelta di linguaggio che è quella di abolire la punteggiatura. E non essendoci virgole, due punti o punti e virgola, teoricamente una lettura corretta è di andare dritti finché c’è un punto. E questo dovrebbe dare un ritmo che è vicino a quello di una scansione metrica e poetica. Difatti io l’ho scritto così, andando sui tempi del cuore che, almeno di solito, sono più poetici che in prosa.

– Pensando a una possibile recensione del libro mi è venuto in mente l’aggettivo “psichedelico”. Secondo te ci può stare?

Ci può stare certamente. Nell’accezione etimologica psichedelia significa espansione della psiche. Per cui di sicuro quelle note sono frutto di espansione della mia psiche e può darsi che la lettura indotta, cui io costringo senza la punteggiatura, possa risultare in qualche modo insolita, non abitudinaria e quindi aggiungere qualcosa al patrimonio esperienziale medio di chi legge.

– Volevo ora fare un piccolo excursus sulla tua carriera musicale. Quali sono, ad esempio, i dischi cui sei più affezionato?

Nel primo periodo di “canzoni” il mio preferito è Essenza, che è anche il mio favorito in assoluto. Proprio adesso sto anche recuperando alcuni pezzi di quel periodo per i prossimi concerti. Di tutte le varie esperienze fuori dalla forma canzone il mio favorito in assoluto è Suoni di frontiera che è un disco solo di frammenti di musica elettronica senza parole, senza forma canzone. Oltre a questi vorrei citare i ¾ di un altro CD che ho intitolato I Think You Heard Me Right che è una raccolta di cose miste prese da un archivio di inediti. Questi ¾ sono episodi strumentali per me assimilabili alla ricerca di Suoni di frontiera, che è anche un po’ la linea verso cui sto andando per la colonna sonora del film che, al momento, anche se strada facendo tutto può cambiare, immagino sarà largamente elettronica.

– Le numerose ristampe di dischi tuoi, avvenute in questo ultimo periodo, immagino che ti facciano piacere…..

Certo. Mi auguro solo che la BMG (che so essere molto soddisfatta di come è andata la prima collezione progressive, a tal punto che, da un episodio isolato come si pensava che fosse, ne hanno fatta una seconda collana, ristampando di nuovo anche la prima) vada avanti e arrivi a ristampare anche gli altri. Soprattutto gli ultimi due del catalogo di proprietà della BMG, che ti ho detto prima e che sono i miei preferiti. In mezzo, a dire il vero, c’è stato anche Rocchi, un disco molto strano, fatto in casa, semisperimentale, che dubito sia ripubblicato, se non sul filone di questa ondata di ristampe progressive. Penso che La norma del cielo, che già era stato ristampato alcuni anni fa, abbia buone possibilità di uscire. Più difficile è che vadano avanti con Essenza, Il miele dei pianeti le isole le api, Rocchi e Suoni di frontiera, con cui finisce il catalogo dell’Ariston di allora che oggi è della BMG. I successivi sono quelli pubblicati allora dalla Cramps che stanno riuscendo oggi grazie alla Edel. Un altro che meriterebbe la ripubblicazione è il mio disco con la Polygram del 1994, intitolato Claudio Rocchi. Si tratta di un disco cui sono particolarmente legato, anche perché è quello del ritorno. Guardandolo in retrospettiva devo dire che certi episodi, grazie anche alla coproduzione di Lucio Fabbri, secondo me, sentiti ora, hanno un sapore un po’ troppo pop, cosa che mi dà un po’ fastidio devo dire.

– Credo che un esempio di questo possa essere la canzone Sto con me che hai eseguito anche a Brescia e che nella versione con due chitarre acustiche mi sembra assai migliore di quella presente sul disco….

Non c’è dubbio, anche a me piace molto di più! Puoi perciò immaginare che dietro a quei pezzi c’erano delle scritture che poi non sono rimaste e che sono diventate altro e di questo non sono particolarmente felice. Però sono invece molto felice di altri pezzi di quel disco. Tutto sommato il primo brano lungo, Tutto passa con la citazione di Volo magico è un ottimo lavoro. Soprattutto, e di questo bisogna dare molto credito a Lucio e ai tecnici, credo che i suoni di quel disco siano veramente notevoli. Mi piace molto anche l’episodio con Alice, L’umana nostalgia. Questo nonostante Alice, per me in modo inspiegabile, l’abbia praticamente rinnegato inibendomi qualsiasi utilizzo che non fosse quello di stare all’interno dell’album.

– Come mai?

Non lo so. Siamo nel campo dei corsi e ricorsi, giri e rigiri della mente umana. La

Bhagavadgita dice che è più facile fermare il vento con le mani che controllare la

mente, per cui da un momento di grande amicizia e intimità artistica, girato l’interruttore della mente il giorno dopo, è come se quel lavoro si fosse dovuto buttare nel cestino. E’ un peccato, perché quel pezzo mi piace molto ancora oggi.

– Una delle canzoni migliori del disco secondo me è Fuoco…..

Forse è la cosa del disco tutto sommato più vicina a un tipo di approccio allo strumentale e al suono che sta dalla parte della musica elettronica. Ci sono alcune invenzioni e campionamenti davvero interessanti. Un paio di pezzi invece mi fanno davvero rabbrividire per quanto suonano pop come, ad esempio, Buona fortuna. Però, se avrai occasione di sentirli in uno spirito diverso, fatti come sono stati scritti, immagino che possano risultare sicuramente più omogenei con la mia produzione. Per finire non posso non citare un disco fuori del circuito ufficiale, Un gusto superiore, che comunque è stato un lavoro importantissimo che ha avuto un successo in distribuzione davvero esagerato. Veniva venduto porta a porta dai buoni devoti Hare Krsna per i quali è stato prodotto da me e Paolo Tofani. L’abbiamo fatto in tre versioni: italiano, spagnolo e inglese. A proposito di Tofani spero di poterlo incontrare presto. Mi hanno segnalato che è appena rientrato in Italia e che ancora è all’interno dell’esperienza bhakti-yoga. Questi dunque i miei preferiti. Forse, al prossimo disco, riuscirò finalmente a trovare il giusto equilibrio fra elettronica e canzoni.

– Facciamo ora un piccolo tuffo nel passato. Puoi parlarmi della tua esperienza con gli Stormy Six, gruppo che personalmente amo tantissimo?

Forse tu apprezzi il gruppo che è nato dopo la mia fuoriuscita…..

– Vero. Però le tue canzoni, come ad esempio Ramo e Sotto i portici di marmo, contenute nel primo disco del gruppo, sono probabilmente le migliori dell’album….

Sotto i portici di marmo, a proposito, la sto, al momento, riprendendo in mano per suonarla nei prossimi concerti. Gli Stormy Six hanno comunque rappresentato un pezzo di vita molto bello. Quelli che conosco io sono un gruppetto di giovanissimi studenti che, chissà per quali motivi, già fa dischi post-beat, se vuoi, quasi pre-rock. Infatti, se vado a risentire quel disco oggi c’è la batteria di Toto Zanuso, ad esempio, che è completamente beat per il modo in cui era trattata, suonata e registrata. Con loro ho vissuto una stagione molto bella e intensa di amicizia e di molti concerti, soprattutto in un circuito privato di feste private o aziendali. Non so per quale motivo il nostro impresario di allora ci trovava queste date fuori dai circuiti. Raramente suonavamo nei locali. L’avventura con il gruppo si è conclusa poco dopo quell’album Le idee di oggi per la musica di domani. Già nel disco erano contenuti pezzi miei e io lavoravo anche come autore all’Ariston, che era la nostra casa discografica, e, visto che alla responsabile delle edizioni i miei pezzi interessavano, mi ha chiesto se volevo fare un album di miei pezzi. Io naturalmente l’ho fatto, ed era Viaggio. E da lì è iniziata tutta la mia avventura. Viaggio viene ristampato adesso, e sono la bellezza di 34 anni…..

– Cominci a sentirti invecchiato?

Per niente. Per fortuna ho iniziato molto giovane. Comunque non mi ci sento proprio vecchio. Credo nel tempo circolare e poi sono benedetto da molte fortune. Posso dire che mi sento grato al divenire, all’esistenza e alla vita. Ci sono stati attraversamenti intensi e anche molto disomogenei. Mi sembra davvero di aver vissuto molte vite soltanto in quest’ultima, senza stare a scomodare la reincarnazione. Tanto per semplificare mi viene in mente una prima vita da studente fino ai 19 anni; una seconda vita da cantante/musicista fino ai 29 anni; una terza vita da aspirante santo praticante monaco bhakti-yoga induista fino ai 43 anni; e ora sto vivendo la mia quarta vita da rientrato nel mondo. Chissà se sarà l’ultima o ce ne sarà una quinta….

– Ma come è nato il tuo interesse per le filosofie orientali?

E’ nato dal mio interesse per la filosofia in genere. Io facevo Filosofia alla Statale di Milano studiando la filosofia occidentale. Ma i miei interessi musicali e artistici mi hanno avvicinato all’Oriente, e quindi anche alle filosofie orientali, in particolare al Taoismo prima e all’Induismo dopo, mentre al Buddhismo solo molto marginalmente. Quest’ultimo non è mai stato il mio mondo di ricerca, anche perché assomiglia molto, dal mio punto di vista, a un Induismo declinato un po’ diversamente. Ci sono infatti molti settori e iconografie, nei pantheon di riferimento, perfettamente sovrapponibili. All’inizio comunque era un interesse puramente conoscitivo. Del resto tutti, anche senza studiare filosofia, si pongono domande del tipo “come si fa a soffrire di meno o a non soffrire?”. Guarda caso questo è il drive principale di tutti i sistemi filosofici e conoscitivi. A furia poi di studiare e di trovare, senza difficoltà, risonanze, a un certo punto mi sono detto letteralmente che non avrebbe avuto ulteriore senso continuare a studiare e basta. Sarebbe stato come continuare a leccare un barattolo di marmellata dal di fuori e quindi sentire continuamente sapore di vetro. Se poi tu scambi il sapore di vetro con quello della marmellata che è contenuta nel barattolo allora sei pazzo…

– Hai dunque deciso di togliere il coperchio?

Più che altro ho deciso di tuffarmi dentro e di fare un’esperienza dal di dentro. Questo perché a farle dal di fuori, non riuscivo a sentire altro che sapore di vetro. Mentre invece, buttandomi dentro, posso testimoniarti di aver assaggiato molte diverse marmellate arrivando poi, dopo un lungo ciclo di tre lustri, ad avere voglia di tornare nel mondo, visto che quella era stata a tutti gli effetti una vera e propria uscita dal mondo stesso. E al mio ritorno sono stato accolto con un sorriso. Mi ha sorriso Radio Rai, ad esempio, visto che appena rientrato, c’era un remake di Per voi giovani su cui sono saltato al volo e poi una serie di programmi, che ricordo con molta intensità e piacere, come Radio Starship per Radio Due. Poi ho scritto su varie riviste, musicali e non. In pratica i miei soliti modi di vita espressivi e di lavoro.

– E anche nelle tue esibizioni tendi a mischiare molto queste cose….

Infatti. I readings possono essere considerati come delle cose semiradiofoniche. E poi ho introdotto anche l’utilizzo di filmati anche se non è del tutto vero che sia un’idea recente. Già nel 1975, credo, giravo in Super 8 dei documenti che utilizzavo quando facevo degli interventi, che non erano più concerti, nel periodo del “basta canzoni”. Andavo in giro con una performance di stampo misto proiettando i miei filmini Super 8 esattamente come adesso proietto i video montati, usavo i sintetizzatori, i registratori. Il tutto in una performance che si chiamava Mirage, di cui si può trovare traccia anche nel mio sito, fatta in un modo che, tutto sommato, assomiglia molto a quello che sto facendo adesso.

– Dunque non è un’idea di questi ultimi tempi….

No. E questo per dire che usare i vari linguaggi, proprio in senso creativo, è sempre stato un mio pallino. Recentemente poi ho recuperato anche il mio amico fotografo Gabriele Di Bartolo. Sue sono le 20 mila fotografie digitali del film Pedra Mendalza e sue anche le fotografie di un magazine che abbiamo fatto l’inverno scorso per Raisat Milano Music Magazine, una sorta di rivista settimanale sui mondi della musica milanese. E’ da lì che ci è venuta l’idea di fare un film, perché alla fine di questo magazine ho visto che, facendo lui foto e girando io in digitale, si poteva gestire un prodotto misto. Da lì è nata la storia e la sceneggiatura che ci ha portato a fare questa avventura l’estate scorsa in Sardegna. Io credo davvero che abbiamo girato una storia bellissima soprattutto perché fatta con pezzi di cuore di tutti quelli che hanno partecipato. Tutti i tecnici, attori, truccatrici, cuoca, tutti quelli del gruppo sono venuti per amore, affascinati sia dalla storia sia dall’idea di andare a vedere dei posti in Sardegna veramente non noti che non c’entrano niente con la Sardegna turistica, con la Costa Smeralda e con quelle follie. Anzi, sono esattamente il contrario. Sono dei pezzi di realtà sarda ancora storicamente e culturalmente sarda e direi anche magicamente sarda, in senso proprio sciamanico. C’è una cultura in Sardegna di tradizioni popolari, testimoniata da studiosi locali molto preparati, cui ho attinto abbondantemente per le bibliografie di riferimento. Sono comunque i mondi della Sardegna addirittura prenuragica, che porta avanti tradizioni che sono assimilabili completamente ai mondi sciamanici di altre parti d’Europa. Giusto per dire che il rapporto con il cosiddetto magico, sciamanico, trasformativo, coi linguaggi di certe esperienze che si potrebbero perfino definire tantriche, sono trasversali su tutto il pianeta. Ci sono certe esperienze che culturalmente vengono classificate come centro-americane , dove c’è una scuola sciamanico-visionaria particolare, che è quella più nota nel mondo dagli insegnamenti di Castaneda. Va detto però che Castaneda è il più “pop” di tutti. Quelli undergound indipendenti della zona sono invece di gran lunga i migliori, anche se poi di solito è solo la schiuma pop-commerciale che emerge. Un’altra scuola, completamente diversa però identica è quella che, da una parte, ha radici siberiane-tibetane-mongoliche e che poi è assolutamente identica e sovrapposta a quella cosiddetta nativo-americana dei pellerossa. Questo può anche dipendere dal fatto che una buona metà dei popoli nativoamericani (l’altra metà viene dal Centro America) viene dall’Asia, dallo stretto di Bering e dai viaggi che sicuramente hanno fatto impiantando sistemi cosmogonici assai simili. Due popoli in particolare, i Lakota (o Sioux) e i Navajos hanno cosmogonie perfettamente sovrapponibili a quelle tibetane e quindi anche modi, sistemi di riferimento e tradizioni identiche. Ci sono poi tutti i mondi oceanici, polinesiani, hawaiani che sono ancora di un altro ceppo eppure sostanzialmente identici.

– Viene da dire che, in fondo, gli esseri umani, sono gli stessi in ogni parte del mondo….

Certo. C’è anche qualcuno che dice, in virtù di queste conoscenze, che gli esseri umani sono frutto di diversi atterraggi di UFO, di genti simili che sono sbarcate con le stesse culture, in diverse zone del pianeta lasciando dei semi che poi la storia ha cancellato, nascosto e stravolto. Perciò sembra che siano diversi ceppi nel pianeta Terra, ma a me risulta molto credibile che siano tutti lo stesso ceppo poi tripartito. Una suggestiva ipotesi è che questa tripartizione sia dovuta a sistemi non terrestri. Fra l’altro c’è un’altra curiosissima traccia non terrestre su questo pianeta. Si trova in Africa presso il popolo dei Dogon.

– Quelli che conoscevano l’esistenza della stella Sirio?

Esattamente. Come vedi, ci sono molte tracce che, a non volerle trascurare, sono significanti a favore di una circolazione universale molto più allargata di quella che può essere dal Polo Nord al Polo Sud del pianeta Terra.

– Facciamo di nuovo un passo indietro. Negli Anni Settanta c’è stato un vero e proprio fermento dal punto di vista musicale. Tu che ne sei stato protagonista puoi raccontare che tipo di atmosfera si respirava?

Sono stati un momento straordinario. A tutt’oggi mi sembra che, come rapporto qualità-prezzo per così dire, fra ispirazione e mercato, siano ancora non ripetuti nella storia recente. Gli anni Settanta italiani, in particolare, sono figli, dei Sessanta angloamericani. Non c’è nessuno dei modelli italiani che non sia riferibile a qualche altro modello anglo-americano. I miei, ad esempio, furono Roy Harper soprattutto, poi i Byrds e implicitamente e ovviamente anche Dylan e Donovan. Magari, dal mio punto di vista, forse più Donovan perché è stato di certo meno clonato rispetto a Dylan. Ritornando alle origini, non so Roy Harper che radici possa avere, però, se mai ha delle radici di somma, sono senz’altro miste con qualche parte di Dylan e qualche parte di Donovan, ma anche con qualche parte dei Pink Floyd e di Syd Barrett e dei mondi inglesi allucinati e visionari di quel momento. Comunque Roy Harper era veramente un grande. Io l’ho visto, l’ho amato e l’ho ascoltato sia su disco che dal vivo e quindi a lui do un credito importante perché mi ha fatto vedere un modo inedito di fare il folksinger, un termine che qui da noi è stato declinato dopo col termine cantautore. Sulle note di copertina di Viaggio ancora adesso giustamente si dice che, a quel tempo, i cantautori erano Endrigo, Paoli e Bindi non esistevano altri.

– Forse solo De André…

Certo. Ma la generazione, diciamo così, più moderna, è arrivata dopo di me. Di questo devo dare credito più che a me stesso ai viaggi che facevo frequentemente a Londra ogni volta che potevo, da studente e bassista degli Stormy Six. Ci andavo perché mi piaceva molto e perché mi sembrava di andare dieci anni in avanti con un’ora di aereo. E così, al contrario, tornando in Italia, mi sembrava di atterrare dieci anni più indietro. E vedere con una certa frequenza nei club inglesi o nei vari festival tutto questo mondo di inglesi esageratamente evoluti musicalmente, nessuno escluso, mi ha certamente influenzato. Ricordo di avere visto i Van Der Graaf Generator per la prima volta alla Roundhouse nel 1970, prima che fossero noti in Italia, in cui fra l’altro furono poi più famosi che in Inghilterra. E poi vidi anche Peter Hammill da solo, con la chitarra acustica, sempre in quel periodo. Ad ogni concerto che vivevo allora, ad ogni artista visto on stage in quei giorni, posso dare qualche pezzo di credito perché proprio era come un’ispirazione totale. Anche le più impensabili, ad esempio. Per dirti, Rory Gallagher con i suoi Taste. Un grandissimo chitarrista, molto più sconosciuto di personaggi più acclamati come Clapton o Beck, ma che era un mostro di bravura. Ebbene lui, grande chitarrista elettrico, a volte faceva dei set solamente acustici, che mi hanno colpito perché mi hanno fatto vedere quanto potevano essere intensi e vasti i mondi di espressione acustici. Anche a lui dunque va un credito. E poi anche un credito a tutta la scuola di fine anni Cinquanta, primi Sessanta della musica moderna e contemporanea.

– Dei famosi corrieri cosmici tedeschi che mi dici?

Loro hanno preso un’onda interessantissima. Ma poi è grazie a loro, o per colpa loro se vuoi, che si è evoluto il mondo dei “tumpa-tumpa”, tutta la disco dance, trance e quel mondo lì che, per le parti più illuminate, è una ricerca interessantissima ancora oggi, ma per le parti più volgari è un tremendo inquinacoscienze.

– Che ne pensi della scena musicale attuale? Ritieni che ci sia ancora spazio per una proposta come la tua?

Ci sono alcuni talenti esagerati nel presente, ancora non noti. Guardando in Inghilterra, ad esempio, mi ha colpito tantissimo un inglese che si chiama Jont che ha una scrittura un po’ alla John Martyn. E’ un ragazzo giovanissimo, londinese, che mi è capitato di vedere a Milano. L’ho incontrato e intervistato alla Casa 139 in via Ripamonti, un club dove fanno programmazioni spesso interessanti. E’ un folksinger, poeta davvero esagerato, e un chitarrista sullo stile un po’ proprio di John Martyn. Conosco un ragazzo norvegese, Terje Norgarden, che ha fatto un primo disco in Italia con un’etichetta indipendente e che, tra l’altro, partecipa anche al mio film. E l’ho voluto perché lo considero veramente bravissimo. Poi sai tutti questi della nuova generazione sono un po’ nipoti di Jeff Buckley che, a sua volta, è figlio di Tim Buckley che, a sua volta, è figlio anche lui in qualche modo di Dylan. Per farla breve tutto si ricollega a quel decennio 1962-1972 dove è successo tutto in termini musicali ed è successo a sufficienza perché ancora molta di quella musica sia viva e sia ristampata e, soprattutto, sia origine di ispirazione per musicisti di generazioni successive. Per cui adesso si può fare tranquillamente un gioco: tiri fuori le carte della musica degli Anni Novanta e poi le associ alle sorgenti originarie.

– Non trovi che la cultura musicale di oggi sia molto bassa? Molti dei concerti veramente validi, fra cui anche i tuoi, sono frequentati davvero da un pubblico assai poco numeroso…..

Non sempre però. Ieri, ad esempio, sono stato a vedere Bob Dylan e c’era molta gente, nonostante lui faccia di tutto per non concedere nulla al pubblico, in un modo che io capisco perfettamente poiché, anch’io, a modo mio e fatte le debite proporzioni, ho vissuto una sindrome simile. Quando non ce la si fa più a riproporre le canzoni che ti chiedono e che vogliono sentire da te, l’unica strada possibile è di farle in un altro modo, che la gente magari non conosce e non identifica e quindi stenta anche ad amare. Però dal punto di vista di chi le ha scritte è l’unico modo per potercisi riavvicinare. Io ricordo molte volte di aver stravolto pezzi miei storici perché non ce la facevo più a essere sufficientemente ed energeticamente sincero nel risuonare una cosa che è d’abitudine e di mestiere e che hai suonato migliaia di volte nello stesso modo. Per cui apprezzo grandemente chi stravolge le proprie cose a questo modo, così come apprezzo grandemente chi è in grado di improvvisare, cosa che non è molto diffusa come linguaggio espressivo nei mondi della musica. E’ più diffusa, ad esempio, nei mondi della poesia. Per tornare in Sardegna c’è una tradizione di improvvisazione e di poeti che fanno delle gare. Su uno schema metrico prestabilito si improvvisa finché qualcuno non ce la fa più. A me invece piace molto improvvisare.

– La tua entrata a sorpresa a Brescia dal retro del teatro e il successivo divertente monologo vanno dunque intesi in questo senso?

Certo, quella era totalmente improvvisata e queste sono le cose che mi fanno divertire e mi hanno fatto tornare voglia di misurarmi con il pubblico anche perché un ritorno sul palco solamente per rifare le vecchie canzoni avrebbe avuto davvero poco senso. Invece rifarle in modo nuovo, condirle con contributi del presente e improvvisare mi ha fatto tornare la voglia. Fra l’altro l’improvvisazione qualche volta prende molto più tempo del pezzetto iniziale di Brescia.

– Cosa è per te il rock progressivo? E’ una definizione che è arrivata successivamente oppure già vi definivate come tali?

Mi fai venire una curiosità. Fino a un certo punto non lo si chiamava così, però, a un certo punto, io, mi pare assieme a qualcun altro ma non ne sono sicuro, abbiamo proposto all’Ariston di fare una label separata. Si chiamava Produzione Gnomo e il logo era simile a quello dei Gentle Giant e fra le due mani, se non ricordo male, gli abbiamo messo la scrittina progressive. Comunque adesso controlliamo (Claudio si alza e mette mano a un baule contenente copie delle prime edizioni viniliche dei suoi dischi. Dopo un po’ ne esce con una copia di Volo Magico in cui sull’etichetta interna al disco è presente proprio lo gnomo cui faceva riferimento e la scrittina progressive ndr). Quello che si può dire, dunque, è che non so da dove viene questa definizione di progressive. Ma è certo che nel 1970 consigliai io personalmente, ma può darsi che fosse coinvolto anche Massimo Villa (il bassista che mi ha sostituito negli Stormy Six, che era mio amico e collega a Radio Rai, e con cui ho sicuramente discusso della cosa) di fare un’etichetta per i dischi più intelligenti, non pop, dell’Ariston, che si chiamava produzione Gnomo con la scritta progressive. Non so poi se qualcuno l’ha preso da lì o se è stata un’epidemia collettiva che in più parti del mondo ha preso come un’influenza varie persone.

– Abbiamo scoperto come è nato ma, a tuo parere, il progressive è morto già negli anni Settanta?

Pensa che io non ho nemmeno capito esattamente perché mi hanno messo dentro il progressive. Per il poco che ho capito del progressive mi sembra che i gruppi italiani di allora tipo PFM, Banco e tutti gli altri, facessero musica, io la chiamo volumetrica, piena di varianti, variazioni, temi, controtemi, riprese, overture, molto frammentata secondo me. E dunque in quella definizione non mi ci ritrovo per niente anche se, bontà loro, gli studiosi di quel periodo, mi ci inseriscono. L’episodio unico mio che potrebbe essere assimilato ai linguaggi del progressive è la suite di Volo magico perché è lunga come un classico episodio progressive. Però quello che ho cercato di fare io è di farla crescere dritta dritta dall’inizio alla fine senza mai frammentarla in cambiamenti, sincopi, rotture che erano quei linguaggi esagerati, velocissimi, da grandi musicisti, quali erano alcuni dei gruppi di quel tempo. Questi però, per la mia visione un po’ più psichedelica, rilassata e contemplativa, erano troppo frammentati. Se vado qualche anno indietro mi ricordo che lo stesso effetto me lo faceva un gruppo, straordinario peraltro, che però io non ho mai amato molto: i Soft Machine. Erano sicuramente straordinari, ma con un approccio ritmico e di linguaggio molto frammentato, sincopato e veloce, con tempi molto serrati. Io invece ero più per un’idea di un tempo molto largo, molto lungo.

– Un po’ quello che ha fatto Robert Wyatt qualche anno dopo la sua fuoriuscita dai Soft Machine…..

Esatto. Di certo grazie anche a quell’esperienza così frammentata coi Soft Machine si è aperto poi a un altro tipo di esperienza. Un altro maestro storico del genere, anche se un po’ impropriamente, è, a mio parere, Frank Zappa che, allo stesso modo, ha inventato questo linguaggio quasi teatrale così vario e vasto. In Italia credo si sia sviluppato un bel movimento, però solo dopo l’avvento dei Genesis che poi sono la vera matrice e radice di quel mondo lì. Non so poi se esista qualcuno prima e da dove parta chi studia il progressive…..

– C’è chi fa risalire le origini, o comunque le prime avvisaglie, addirittura ai Procol Harum e ai Moody Blues….

Certo i Moody Blues hanno fatto delle cose straordinarie e in un certo senso ci può stare.

– Ho sentito qualcuno parlare addirittura di Sgt. Pepper’s….

Vabbè, allora tutto. In quest’ottica anche Tommy è progressive. Certo uno degli elementi del progressive è quello del concept, del raccontare una storia attraverso vari pezzi e in quel senso possono starci anche i Moody Blues, però non più di tanto, anche perché il periodo sinfonico, col mellotron, è già successivo. Quando penso a tutti quei gruppi inglesi mi piace ricordarmeli nelle loro origini. Tutte le trasformazioni e crescite successive sono sviluppi importanti e personali ma non punti di partenza. Certo i punti di partenza non finiscono mai. Vai a vedere ad esempio i Them di Van Morrison e vuoi che non avessero radici nel blues nel modo in cui cantava lui o usava l’armonica? Qualcun altro dice che Dylan è caposcuola. Ma perché non puoi, ad esempio, andare a vedere Johnny Cash e poi Muddy Waters e poi i canti di lavoro e così via. E allora va a finire che per il blues arrivi in Africa a cercare le radici e poi ti fermi in qualche villaggio dove suonavano i tamburi. E per i mondi celtici arrivi ai trovatori. Per cui come vedi è complicato trovare radici. Poi il mio amico Walter Maioli è andato così in là nella ricerca di radici che ora fa una ricerca, tral’altro con piglio e serietà da etnomusicologo, attraversando prima tutti i mondi della romanità e della musica latina; poi quella egiziana da cui quella latina in una certa misura proviene; e ora studiando la musica etrusca. E certe ricerche che fa Walter adesso sono così evolute tanto da fargli utilizzare lo slogan di “Ritorno al futuro”. Ed è davvero così. Ci sono degli approcci ai mondi sonori che vengono da culture e da storie di migliaia di anni precedenti che sono evolute e sottili come certe ricerche d’avanguardia di adesso. Tu senti un pezzo da 16 tracce sovrapposte di sistro, che è uno strumento tipo un cembalino, che si suona come un tamburello con i piattini del rock, e ne viene fuori una suite elettronica. Il campo di frequenze interessato è così vasto, così alto e così risonante che soltanto la musica elettronica può fare qualcosa di simile. Quindi diciamo pure che tutto è gloriosamente Uno.

– E che alla fine un pezzo musicale altro non è che un’opera d’arte…..

E quindi passa per il cuore, per l’ispirazione, e quindi è nel presente

– Anche perché, di fatto, passato e futuro non esistono, esiste solo il presente….

Non c’è dubbio. Anche in dimensioni apparentemente accostate e parallele. Mi spiego: nello stesso luogo e nello stesso tempo sono presenti tutti i tempi di quel luogo apparente e di quel tempo apparente. In realtà dunque non esistono né lo spazio né il tempo, nel modo in cui sono concepiti tradizionalmente.

E con questa affermazione si è chiusa la nostra chiacchierata, almeno quella immortalata sul registratore portatile. Ne è venuta fuori l’immagine di un artista disponibile, curioso e piacevolmente logorroico con cui non si corre certo il rischio di annoiarsi. Il consiglio dunque è di andare a vederlo on stage se capita dalle vostre parti. La performance dura oltre due ore ma nessuno, almeno a Brescia, si è accorto del passare del tempo. Ma di questo c’è poco da meravigliarsi, dato che il tempo, come dice lo stesso Rocchi, è circolare...