I migliori dischi del 2025

Anche quest’anno torno con il mio post preferito sui dischi migliori degli ultimi 365 giorni. Come sempre si tratta di una sorta di mio gioco personale (per quel che riguarda il posizionamento in senso stretto) anche se cerco di farlo con la prospettiva critica migliore e più precisa che mi riesce. Alcuni dei dischi di cui parlerò avrebbero forse meritato qualche posizione in più come valore assoluto, ma li ho leggermente arretrati per via di un approccio eccessivamente manierista e didascalico (che è un po’, purtroppo, la cifra stilistica di molti lavori di oggi che devono acchiappare orecchie sempre più pigre che, se non sentono ripetere determinati schemi, passano oltre). Ad ogni modo cominciamo

1- TIME SILENT RADIO VII & TIME SILENT RADIO II – ECHOLYN

L’1 gennaio (data di uscita dei due dischi in versione digitale, poi doppiata a marzo da quella fisica) la gara era in pratica già finita. Il ritorno sulle scene, dopo dieci anni di assenza, dei miei amatissimi Echolyn ha immediatamente spazzato via i dubbi su quale sarebbe stato il numero uno in classifica. Per quanto 10 anni siano tanti, l’attesa è stata ampiamente ripagata. Un plauso va anche alla tenacia di questi immensi artisti che hanno tenuto duro, nonostante una prima campagna di crowdfounding che aveva mancato l’obiettivo, andando ostinatamente avanti senza compromessi sulla strada della totale libertà creativa (che si paga con lo scarso successo di pubblico). I due dischi (90 minuti in totale di musica), così chiamati per il numero di canzoni in essi contenute, sono una vera e propria delizia per le orecchie. Non raggiungono il livello di due capolavori immortali come “Suffocating the Bloom” e “As the World”, ma non ci vanno nemmeno così lontani. Gli Echolyn riescono nel miracolo di mantenere intatti il loro sound e la loro identità che li fa distinguere tra mille, ma contemporaneamente senza risultare ripetitivi, stantii e prevedibili. E così ritroviamo i magici intrecci vocali, le ritmiche sincopate e sempre originali, gli assoli chitarristici fulminanti di Brett Kull e il pianoforte onnipresente di Chris Buzby, fusi assieme in composizioni che appaiono complesse, ma che non perdono mai il senso della melodia. Certo gli Echolyn, almeno inizialmente, richiedono un minimo di impegno per conoscerli ma, una volta che si è entrati nel flusso, scorrono via che è un piacere e, ad ogni ascolto, ci si può anche divertire a scoprire quelle minuzie, quei particolari raffinati che richiedono maggiore attenzione per essere colti ma che, per questo, danno ancora più soddisfazione. Il loro ritorno discografico mi ha anche fornito l’occasione di fargli quella che ritengo essere una bella intervista, che chiunque vuole può leggere su http://www.arlequins.it/pagine/articoli/corpointerviste.asp?chi=360 in cui fanno una serie di considerazioni interessanti. Insomma il consiglio per tutti è di dare agli Echolyn più di una chance, non ve ne pentirete.

2- LIGAMENT – PAATOS

Anche in questo caso l’assenza dalle scene della band svedese è stata lunghissima, anche superiore a quella degli Echolyn. Dal capolavoro “Timeloss” del 2002 la loro produzione discografica, pur mantenendosi su alti livelli, aveva però avuto un andamento discendente. Fortunatamente questo nuovo lavoro inverte la rotta e ci riporta una band in grandissima forma, con le abituali atmosfere oscure e dilatate, sottolineate dalla voce inconfondibile di Petronella Nettermalm e dai tappeti di tastiere mellotroniane tipiche della tradizione svedese, con ogni tanto una spruzzata di sperimentazioni sonore più ardite. Punta di diamante del disco la bellissima “Beyond the Forest” in cui la voce di Petronella si alterna con quella di Mikael Akerfeldt, leader degli Opeth, che fa vedere quanto possa valere quando, come ha purtroppo fatto con il suo ultimo disco, non va dietro al gusto del fan becero e conservatore. Un altro brano emblematico è “November” che trasporta l’ascoltatore nelle atmosfere scure, fredde e dilatate del Nord Europa, senza però perdere un briciolo del calore e dell’emozione che la musica di qualità regala sempre.

3- THE OVERVIEW – STEVEN WILSON

Tutti sanno quanto male io abbia spesso parlato dei dischi solisti di Wilson. Li ho sempre considerati una sorta di Bignami per prognerd soprattutto nei primi episodi e poi comunque, anche successivamente, incentrati sul “chi imito oggi” (oltre alle band prog è bravissimo a scopiazzare anche dal pop colto anni Ottanta e chi più ne ha più ne metta). A partire però dal precedente Harmony Codex questa tendenza è andata ad attenuarsi (e infatti era molto bello). Un processo che è continuato con questo “The Overview” che è composto di due lunghe suite a tema e sonorità spaziali (e che è pensato abbinato a un film strettamente legato alle note). Sempre di progressive rock si tratta, ma, per una volta, è moderno, originale e non sempre prevedibile. E il risultato è di qualità eccelsa. E infatti la pletora di fan ritardati e adoranti per ogni accordo scopiazzato del nostro, si è un po’ ridotta. Auguriamoci che possa permettersi di continuare su questa strada senza marce indietro come, purtroppo, han dovuto fare gli Opeth per tenere in piedi la baracca.

4- OLIMPO DIVERSO – UMBERTO MARIA GIARDINI

Con la dipartita, purtroppo, di Paolo Benvegnù, Giardini è rimasto uno dei pochi veri portabandiera del cantautorato rock di qualità in Italia a non piegarsi alle logiche commerciali e xfactoresche. E, in questo senso, il nuovo disco è un manifesto di indipendenza artistica, malinconia e profondità trasportate nelle note. Non ha un genere fisso Giardini, ma spazia, regalando anche alcuni interessanti momenti strumentali, come la sezione finale di “Frustapopolo” ad esempio. I testi poi, come al solito, sono bellissimi, ancorché impregnati, come dicevo, di una malinconia profonda, espressa però con totale assenza di superficialità e strizzatine d’occhio al mercato. Questo però non significa che il disco sia difficile, anzi molte melodie sono particolarmente orecchiabili, ma in un contesto di qualità e raffinatezza, purtroppo merce sempre più rara anche nel mondo musicale.

5- ICONOCLAST – ANNA VON HAUSSWOLFF

Dopo il bellissimo, ma complesso, “Dead Magic” e un disco strumentale per organo a canne, la cantautrice svedese torna con un lavoro, chiamiamolo così, leggermente più commerciale. I tempi delle canzoni si restringono (anche se la claustrofobica title track dura comunque 11 minuti) e c’è anche qualche ballad in cui si respirano atmosfere un po’ più rilassate. Non mancano comunque i vocalizzi inquietanti, accompagnati dalle note dell’organo, registrate da veri strumenti presenti in varie chiese, che sono un po’ il marchio di fabbrica dell’autrice. Leggendo un po’ di recensioni c’è chi ha gridato al capolavoro. Non lo è, e nemmeno è il suo disco migliore, ma comunque il livello è altissimo. E poi c’è “The Whole Woman”, in cui Anna duetta con Iggy Pop, che si candida probabilmente a essere la miglior canzone dell’anno.

6- CHAIRE – CERVELLO

Questo fa parte di quei lavori cui accennavo in premessa che forse meritava qualche posizione in più ma che ho arretrato perché mi sembrava che l’operazione didascalica fosse in misura così elevata da inficiare, anche se solo in parte, il valore artistico. Intendiamoci: il disco è bellissimo, ma è un disco di progressive italiano degli anni Settanta. In quell’epoca è stato composto e in parte anche inciso. E’ un’operazione lodevole il fatto che sia arrivato alla pubblicazione discografica e merita svariati ascolti ma è, appunto, interamente un lavoro con atmosfere unicamente riferibili a quell’epoca, uscito quindi fuori tempo massimo e questo, in un giudizio critico, che deve prescindere dai gusti personali, non può non contare. Detto questo se vi piaceva “Melos” (capolavoro) vi piacerà sicuramente anche questo. Tra l’altro il nuovo disco è accompagnato da un concerto live del 1973 di qualità audio ottima. Un’altra chicca imperdibile.

7- III-CANDLES & BEGINNINGS – AURI

Il leader dei Nightwish, Tuomas Holopainen, accompagnato dal fedelissimo (e straordinario) polistrumentista Troy Donockley e dalla moglie Johanna Kurkela alla voce (oltre che anche dal batterista Kai Hahto, anche lui dai Nightwish), propone il terzo lavoro della sua band parallela. Si tratta, in sostanza, di un progetto che i Nightwish un po’ li ricorda, ma depurato da tutti gli aspetti metal. Resta quel miscuglio di pop, folk e sinfonie orchestrali, con una spruzzatina minima di progressive rock, che negli ultimi anni (a mio parere fortunatamente) ha sempre assunto un’importanza maggiore anche nella band principale. Le atmosfere sono dunque quelle che hanno caratterizzato anche i due precedenti lavori, anche se questo mi pare il migliore dei tre.

8- CUNEGONDE – ANGE

E’ stato un anno crocevia per gli Ange, l’ultimo in cui Christian Decamps si è esibito sul palco (ho avuto l’onore di assistere al suo ultimo concerto durante una bellissima vacanza parigina ed è stato alquanto commovente). Il leader e fondatore è presente anche sul disco, soprattutto in fase compositiva, e la sua caratteristica voce compare su diversi brani anche se, giustamente, lascia enorme spazio, come voce solista, al figlio Tristan che poi sul palco abbandonerà, almeno in parte, le tastiere, per diventare il vero e proprio frontman. La personalità non gli manca, differentemente rimarrebbe schiacciato da un padre così talentuoso e ingombrante. Per quel che riguarda il disco, bisogna dire che non è al livello del precedente e strabiliante Heureux (ma era quasi impossibile) ma che ogni traccia è eccelsa e Ange al 100%. L’unico neo forse, sulla title track che chiude il disco, ci stava un assolone di chitarra conclusivo del bravissimo Hassan. Quasi ti viene di chiamarlo, però poi non arriva. In ogni caso un lavoro promosso senza esitazioni.

9- LE ROYAUME – MINIMUM VITAL

Anche qui siamo in Francia con una band che non tradisce davvero mai le attese. A parere di chi scrive sono il gruppo progressive più divertente in assoluto. I gemelli Payssan, a dire il vero, ormai da qualche lavoro, più che sul prog vero e proprio si sono indirizzati su un jazz rock quasi interamente strumentale con significative (a volte preponderanti) influenze della musica medievale. Una miscela fantastica che, ogni volta, porta ad agitarti e a battere il tempo su ogni brano e che viene riproposta alla grande anche su questo nuovo lavoro. Una piccola nota di orgoglio: avendo partecipato alla campagna di crowdfounding sono stato tra coloro che la band ha ringraziato nel libretto del CD. Ovviamente fa piacere anche se mette tanta tristezza che gruppi di questo livello siano costretti a tali pratiche per riuscire a pubblicare la loro musica. Una tendenza che, se non sarà invertita, distruggerà quest’ultima come forma d’arte.

10- THE WORLD UNDER UNSUN – LUNATIC SOUL

Personalmente ritengo i Riverside uno dei gruppi più inutili, sopravvalutati e pallosi della scena attuale (un po’ come gli Anathema diciamo). Ben diversa però è la considerazione per la produzione solista del bassista Mariusz Duda in cui lui suona quasi tutti gli strumenti, accompagnandosi, di tanto in tanto, con pochissimi altri musicisti. Le sonorità dark e malinconiche e le dilatazioni dei pezzi rendono quasi tutti i suoi dischi piacevoli e interessanti. Questo doppio disco (circa 90 minuti di musica), non fa eccezione e, anzi, si può dire che sia il suo migliore, superando anche l’ottimo “Walking on a Flashlight Beam” del 2017. Nulla di nuovo e originale, ma tanta classe che, inspiegabilmente, viene riversata tutta qui e non nella band principale.

11- WASTELAND – JIM GHEDI

Anche questo fa parte dei dischi che meritavano, per il valore intrinseco, qualche posizione in più. Il folk apocalittico o doom-folk (ho trovato questa definizione in rete e mi sembra assai appropriata per la proposta del cantautore inglese) è davvero suggestiva, la sua voce eccentrica e poetica e le sonorità, per quanto non certo allegre, colpiscono nel profondo. Un disco da avere e ascoltare con attenzione, anche se, ovviamente, non con leggerezza. Il piccolo arretramento è dovuto al motivo cui accennavo all’inizio, ovvero il chiaro intento di essere programmaticamente, vocalmente e come sonorità, una sorta di nuovo Tim Buckley. L’imitazione programmatica fa scendere, a mio parere, il livello. Fortunatamente, in questo caso, senza rovinarlo.

12- THE BLUES SUMMITT – DEVON ALLMAN

Dopo il deludentissimo “Miami Moon” dello scorso anno, il figlio del grande Gregg (che, nonostante un’eredità così pesante, si è costruito una carriera di grande valore) cambia fortunatamente strada e va a ritroso nel tempo, alla scoperta delle sue radici blues. Accompagnato anche da alcuni grandi nomi come Jimmy Hall, Robert Randolph, Christone Ingram e Larry McCray, tira fuori un grande disco blues al 100%, alternando cover e brani originali. Il tutto suonato alla grande e con enorme trasporto emotivo. Anche in questo caso la considerazione sul fatto di essere didascalico rimane ma con un’accentuazione inferiore, vista la chiara emotività che traspare da queste note e dalla voce, sempre magnifica, di Devon (che è anche un grande chitarrista).

13- LA CAVERNA DI PLATONE – ENRICO RUGGERI

Ruggeri è stato uno fra i pochi artisti italiani degli ultimi anni a non aver abdicato al proprio ruolo nei confronti del mondo che ci circonda. Un ruolo che non è quello di appecoronarsi ai diktat del potere o alle ipocrisie radical-chic. Sia durante il periodo della psicopandemia che in quello attuale dello psicoeuropeismo, Ruggeri ha mantenuto la barra dritta, criticando, ovviamente dalla sua posizione di artista, quanto stava (e sta) accadendo. E di questo risentono anche i testi del suo ultimo disco (il cui titolo è emblematico). La formula è quella del solito pop-rock raffinato che lo caratterizza, con melodie piacevoli (ma mai stucchevoli) e testi taglienti che colpiscono e fanno riflettere. Il tutto, orgogliosamente, come sottolinea nelle note del libretto, senza mai utilizzare l’autotune. Che gli si potrebbe chiedere di più?

14- BREADCRUMBS – DISCIPLINE

Un altro ritorno dopo un lungo stop. Dopo un disco, mi pare del 2017, francamente deludente, i Discipline ritornano in corsia con un lavoro che presenta le caratteristiche progressive, quello nobile, con influssi delle grandi band dei Seventies, ma con il caratteristico tocco personale del cantante/compositore/polistrumentista Matthew Parmenter, che di nuovo ci delizia con le sue composizioni complesse e strutturate ma che non perdono mai di vista la melodia e le emozioni. Una garanzia.

15- MOTORPSYCHO – MOTORPSYCHO

Chiudo la classifica con un altro di quei dischi che avrebbero meritato qualche posizione in più, ma che sta qui perché eccessivamente prevedibile e didascalico. I Motorpsycho cercano di fare e essere i Motorpsycho il più possibile e, pur consegnandoci una serie di canzoni molto belle, la sensazione del già sentito e prevedibile è onnipresente. Probabilmente dovrebbero decidere di diradare un pochino le pubblicazioni. Detto questo ascoltarli è sempre un piacere.

UNA CITAZIONE SPECIALE

LA PAGINA BANDCAMP DI ANDREW LATIMER

La mente e il braccio dei Camel torna a proporre nuova musica e ce la regala sulla sua pagina Bandcamp. Si tratta, per lo più, di outtakes di precedenti album dei Camel e di pezzi che, di fatto, sono poco più che dei demo, con Latimer unico strumentista salvo qualche ospitata. Ci sono anche due suite, una di 16 minuti e una, War Stories, di quasi 45 che, se prodotte al meglio e con la band attorno, avrebbero portato a un disco della madonna che non avrebbe certo sfigurato nella meravigliosa discografia dei Camel. Anche così, però, Latimer porta tutti a scuola e, aggiungendoci anche alcune versioni unplugged di suoi pezzi immortali, ecco che la goduria per le orecchie è assicurata. Grazie per essere tornato.

ALTRI LAVORI INTERESSANTI

Cito, in ordine alfabetico altri lavori usciti quest’anno che meritano un ascolto o più

ATONEMENT OF A FORMER SAILOR TURNED PAINTER – SUBMARINE SILENCE

DOMINION – IQ

FREYA ARCTIC JAM – DJABE’ & STEVE HACKETT

NELL’IDEA DI UN TEMPO CHE – AUFKLARUNG

ON THE EDGE – DAVE BAINDRIGE

PACHINKO – MORON POLICE

SKOLDAPSON – JOAKIM AHLUND & JOCKUM NORDSTROM

SUBSOUNDS – ATOMIC TIME

TRIANGULATION – STEVE MORSE BAND

UNCLOUDED – MELODY’S ECHO CHAMBER

L’ALBUM LIVE

THIS IS NOT A DRILL – ROGER WATERS

Un live di Roger Waters è sempre un’esperienza, a volte anche deludente, come il precedente Us&Them, ma più spesso straordinaria, come in questo caso. Già l’inizio promette benissimo con Waters che manda affanculo quelli che “Mi piacciono i Pink Floyd, ma non apprezzo le idee politiche di Roger Waters” a cui fa seguire una versione di Comfortably Numb stravolta e dall’intensissimo impatto emozionale (sicuramente superiore a quello della versione patinata e perfettina, e che ormai, diciamolo, ha piuttosto rotto i maroni, che propone il suo ex compare Gilmour). Il resto della scaletta è sensazionale, con ottimi ripescaggi dalla sua carriera solista (ad esempio The Power That Be dall’ingiustamente sottovalutato Radio Kaos) e anche i brani dell’epoca Floyd sono accortamente inseriti all’interno di una precisa narrazione concettuale. Detto che Wish You Were Here, Money e Us & Them con gli arrangiamenti classici non si possono ormai più sentire (riguardo alle ultime due molto meglio le versioni proposte nel recente rifacimento di The Dark Side of The Moon), ci troviamo comunque di fronte all’ennesima grande prova di uno dei più importanti artisti dell’ultimo secolo.

LE DELUSIONI

1- TOUCH – TORTOISE

I Tortoise sono un progetto che la musica l’ha cambiata davvero e che avrà per sempre un posto nella storia. Proprio per questo ci si chiede che senso abbia uscire dopo una lunga assenza con un simile brodino riscaldato. Sembra un disco fatto da una cover band dei Tortoise, però ammosciata e priva della classe cristallina e della vitalità della band originale. Eppure sono proprio loro. Boh

2- CURIOUS RUMINANT – JETHRO TULL

Il solito disco che Ian Anderson ci propone ornai da decenni direi, la stessa formula, le stesse sonorità, gli stessi pregi, gli stessi difetti. Non è che sia brutto, per carità, ma una volta che lo hai ascoltato, pur non avendone avuto una brutta impressione, non hai assolutamente alcuna voglia di dargli una seconda possibilità.

3- STORIE INVISIBILI – BANCO DEL MUTUO SOCCORSO

Dopo un disco ottimo (Transiberiana) e uno bellissimo (Orlando) non era certo prevedibile trovarsi di fronte a uno dei lavori più brutti di sempre del Banco che si apre, non a caso, con una delle canzoni più insulse che abbiano mai pubblicato. Il resto del disco, per fortuna, non è così pessimo ma le sopracciglia e l’attenzione le si alza giusto per un paio di passaggi che ti ricordano che siamo in presenza forse della miglior band italiana di sempre (o poco ci manca). Ma ovviamente non basta a risollevare le sorti di un lavoro inspiegabilmente molto insufficiente.

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