Anche quest’anno siamo giunti al mio consueto bilancio dell’anno musicale con i migliori 15 dischi che, a mio (im)modesto parere, sono usciti nel 2024. Purtroppo, bisogna dirlo, non è stato un grande anno. La qualità musicale delle uscite è stata, mediamente, molto bassa. Evidentemente la moda delle playlist (Spotify è il male da un punto di vista artistico, sappiatelo) e i vari disgustosi talent stanno facendo il loro sporco lavoro nella distruzione del gusto di spettatori e ascoltatori sempre più passivi e infantilizzati. E purtroppo non si intravede a breve nessun cambiamento di rotta. Ovviamente ci sono state anche delle ottime cose, ma non tantissime e, soprattutto, anche queste ultime (e si vedrà nelle brevi recensioni che ho fatto) peccano spesso di manierismo e scarsa avventurosità. Questa considerazione vale sia per i lavori di qualità che sono usciti sia per schifezze indecorose come, per esempio, il disco di David Gilmour. Ad ogni modo ecco le mie scelte
1) PIGGIES – THE AMAZING
Premessa: la gara non inizia neanche. Questa è sicuramente la miglior band tra quelle nate nel nuovo Millennio. E, anche questa volta, gli svedesi hanno tirato fuori un’autentica gemma con otto gioielli uno più bello dell’altro all’insegna di un prog-pop psichedelico, melodico, malinconico e piovoso (ma senza mai essere stucchevole o prevedibile) e con i suoni di chitarra fra i più belli che si possano sentire oggigiorno (il fatto che Reine Fiske esista è una benedizione per l’arte e per l’umanità). Il disco è uscito a febbraio purtroppo solo in versione digitale (era annunciata anche un’uscita in vinile, ma sfortunatamente ancora non si è vista). In ogni caso numero uno dell’anno (e il secondo arriva quarto). E, se non vi piace un brano come “Cinnamon”, non voglio nemmeno conoscervi.
2) YESTERWYNDE – NIGHTWISH
Personalmente ho sempre apprezzato l’evoluzione della band partita da Imaginaerum che ha permesso ai Nightwish di svoltare dall’essere un ottimo gruppo di metal sinfonico (dallo straordinario successo) a qualcosa di più evoluto (e probabilmente leggermente meno apprezzato). In questo nuovo disco (il primo senza Marco Hietala al basso e alla voce) Tuomas Holopainen ha voluto premere ancora di più sull’acceleratore di un approccio descrittivo e cinematografico, con lo strabordante uso dell’orchestra e del coro e la pressoché totale assenza di parti soliste rilevanti. Ne è venuto fuori un lavoro bellissimo, i cui unici punti deboli sono nella parte iniziale con un paio di pezzi che strizzano l’occhio al passato metal, ma che decolla a partire dalla gigantesca Perfume of the Timeless e che non cala mai di livello. La voce di Floor Jansen è sempre straordinaria e impeccabile (anche se si percepisce che, per le note problematiche legate alla gravidanza, è stata aggiunta solo all’ultimo a cose già fatte e che quindi lei abbia potuto mettere poco del suo) e l’alternanza con quella più soave di Troy Donockley è particolarmente azzeccata. I Nightwish sono un marchio ormai talmente affermato che, probabilmente, il disco venderà comunque bene pur essendo così coraggioso e poco commerciale (servono davvero tanti ascolti per apprezzarlo appieno). Vedremo quale sarà il futuro della band visto che, almeno per il momento, non torneranno a suonare dal vivo chissà fino a quando.
3) AN OLD WARRIOR SHOOK THE SUN – KENSO
Dopo un silenzio di 10 anni torna quella che probabilmente è la band più significativa in ambito jazz rock del Sol Levante. E quel che ci propone è esattamente quello che ci si può aspettare da questi autentici fuoriclasse. Un mix assolutamente squisito tra tecnica funambolica e gusto per la melodia, con qualche piccola divagazione nel folk giapponese. Insomma una vera bomba, con l’unico piccolo difetto di essere forse un po’ troppo manierista e di non sorprendere minimamente l’ascoltatore che già li conosce. Nella loro carriera han fatto di meglio ma anche questo lavoro va assolutamente aggiunto a qualsiasi collezione che si rispetti. E comunque un brano come “Kessite Sayonara dewa Naku” vale da solo il prezzo del disco.
4) NIGHT REIGN – AROOJ AFTAB
Il nuovo lavoro della musicista pakistana prosegue nella mirabile operazione di fondere musica orientale e occidentale senza risultare furba o stucchevole. Ne è uscito un disco emozionante e notturno con qualche suggestione alla Joni Mitchell ma, personalmente, nei due/tre pezzi un po’ meno intimisti, ci ho sentito anche un po’ di Sade (più che altro perché a tratti la voce le assomiglia molto). In ogni caso un viaggio nel mondo della cantautrice pakistana sarebbe, per tutti, il caso di farlo.
5) ANIME INVISIBILI – ALIANTE
Il quartetto toscano aveva davanti a sé una sfida quasi impossibile, ovvero cercare di far meglio del precedente (e favoloso) “Destinazioni oblique”, uscito nel 2022 e, a parere di chi scrive, fra le migliori 10-15 proposte del panorama italiano degli ultimi anni. Una sfida che gli Aliante non hanno vinto, ma di stretta misura (il che è già un miracolo). La proposta è sempre quella: lunghi brani strumentali altamente evocativi e descrittivi, all’insegna del classico progressive, ma con incursioni in ambito jazz/rock. Questa volta i ragazzi hanno optato per un’unica suite in quattro movimenti (ognuno dei quali composto da un membro del gruppo) che colpisce nel segno. Miglior disco italiano dell’anno.
6) ‘NO TITLE AS OF 13 FEBRUARY 2024 28,340 DEAD’ – GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR
Il nuovo album della band canadese parte dal 13 febbraio 2024, giorno in cui i morti ufficiali di Gaza erano 28.340. Oggi purtroppo sono molti di più. E nell’analizzare questo disco non si può, ovviamente, prescindere dall’aspetto politico, anche perché è una cosa che ormai non molti nel mercato discografico hanno la forza di affrontare senza scadere in slogan furbi e, tutto sommato, innocui. Questo non accade ai Godspeed anche per via della natura strumentale della loro musica. Dal punto di vista musicale siamo in presenza del “solito” ottimo disco del gruppo con tutti i cliché del passato rigorosamente rispettati. Che dire? Tutto molto bello e lodevole, ma anche già sentito. In ogni caso da avere.
7) THE LAST WILL AND TESTAMENT – OPETH
Benché sia in classifica questo, per me, è la delusione dell’anno. Per la prima volta, infatti, Akerfeldt sembra non essersene sbattuto le balle delle pressioni del mercato discografico e dei fan ottusi rimasti attaccati alla pur straordinaria parte iniziale della carriera degli Opeth. E quindi in questo lavoro non si sentono gli Opeth che fanno quello che desiderano, ma si sentono gli Opeth che cercano di fare il più possibile gli Opeth, mischiando progressive e death metal (col ritorno del growl tanto invocato dalle masse) come solo loro han saputo fare (ma allora era una novità, stavolta è indulgenza alle richieste degli ascoltatori meno evoluti). L’ipotesi più probabile è che lo scarso appeal di un disco invece straordinario come “In Cauda Venenum” (probabilmente troppo ambizioso per le scarse capacità critiche ed estetiche del loro fan medio) abbia pesato, visto che per Akerfeldt far quadrare i conti facilissimo non credo che sia. In ogni caso, pur con tutti questi difetti, i colpi di classe non mancano e, essendo un disco paraculo, sta naturalmente piacendo a tutti. Auguriamoci che le vendite vadano bene e che il prossimo torni a essere un lavoro di nuovo in evoluzione.
8) PRIVATE PARTS & PIECES XII – THE GOLDEN HOUR – ANTHONY PHILLIPS
L’ex chitarrista dei Genesis è, a parere di chi scrive, uno dei migliori compositori dell’ultimo mezzo secolo. Quest’anno è tornato sul mercato con un’ulteriore delizia, ovvero il dodicesimo volume della serie PP&P. Ed è un disco che ha tutte le caratteristiche del ciclo, con brani composti in varie occasioni nel corso degli anni. A differenza di altri PP&P questo non è caratterizzato dall’utilizzo di un unico strumento ma alterna pianoforte, chitarre e sintetizzatori. Le melodie sono sempre celestiali. L’acquisto obbligato.
9) MILLION VOICES WHISPER – WARREN HAYNES
La magia (sia nei dischi solisti che in quelli dei Gov’t Mule) è ormai passata da qualche anno lasciando spazio a tanto mestiere. E anche questo nuovo lavoro non fa eccezione. Tuttavia se date a Warren un microfono, una chitarra e una band della madonna, difficilmente fallirà il colpo. E, alla fine, sentendolo, il culo lo muoverete per forza. E poi, vabbé, la presenza di Derek Trucks in alcuni pezzi, con gli straordinari assoli alternati e i duelli fra le chitarre, conducono comunque all’inevitabile lacrimuccia.
10) AGHORI MHORI MEI – SMASHING PUMPKINS
Non sono mai stato un loro particolare fan, ma la nuova direzione intrapresa negli ultimi anni la trovo oltremodo gradevole. Già l’opera rock in tre atti uscita nei due anni precedenti andava considerata una rinascita notevole, e anche questo nuovo lavoro, seppur non mastodontico come il precedente, riesce ad amalgamare al meglio rocciosità e melodia e la voce di Corgan (che bella non sarà mai) ci sta alla perfezione. Ovviamente la critica musicale non ci ha capito un cacchio e lo ha stroncato. Ma non è certo una novità.
11) LIVES OUTGROWN – BETH GIBBONS
La cantante dei mitici Portishead ci regala un lavoro senz’altro validissimo, ma altrettanto prevedibile. Certo, mi si obietterà, il suo stile è sempre stato quello e la Gibbons non ne è certo venuta meno. E alla fine ha tirato fuori un prodotto che potrebbe essere tranquillamente un nuovo disco dei Portishead con una vena forse leggermente più pop e una spruzzatina, qua e là, di Talk Talk (anche per la presenza del batterista Lee Harris, coautore di alcuni pezzi). Insomma tutto facilmente prevedibile, ma è talmente bello che ci si passa sopra.
12) E’ INUTILE PARLARE D’AMORE – PAOLO BENVEGNU’
L’atteso (almeno per me) ritorno di Benvegnù è stato una piccola delusione, ma ce lo si poteva aspettare dopo due capolavori assoluti come “H3+” e “Dell’odio e dell’innocenza”. Se però non lo si mette in relazione ai due predecessori questo lavoro resta molto buono (a livello di cantautorato rock nessuno in Italia supera il musicista toscano e la sua band). Manca forse quel paio di pezzi fulminanti che ti fanno gridare al capolavoro (l’unico che si avvicina ad esserlo è “Pescatori di perle”, ma non del tutto) ma il livello resta eccelso. Fallito invece il tentativo ironico di prendere in giro il mercato musicale e la spazzatura che lo caratterizza. “Canzoni brutte”, il brano che appunto fa ironia su questo, è proprio brutto e quindi il suo potenziale critico ne esce diminuito. In ogni caso da avere.
13) REINE FISKE-RYLEY WALKER – REINE FISKE & RILEY WALKER
Non so come sia nata questa collaborazione tra due dei più talentuosi musicisti degli ultimi anni (anche se Fiske è un po’ più vecchio). In ogni caso, penso durante un tour in Svezia del cantautore americano, i due si sono ritrovati e con il solo ausilio di due chitarre si sono lanciati in una serie di improvvisazioni che però, alla fine, hanno prodotto quattro brani che rappresentano un vero e proprio viaggio ipnotico e sonoro che trova il suo apice nella lunghissima “They Tear This Down, Then They Build”. Il disco è uscito solo in versione digitale (si trova sulla pagina Bandcamp di Ryley Walker) ma lo consiglio a chi voglia farsi un viaggio meraviglioso nella coscienza senza controindicazioni per la salute.
14) GRAAL – VINCENZO ZITELLO
L’arpa di Vincenzo Zitello non ha davvero bisogno di presentazioni. Il maestro torna con un lavoro un po’ più corale dedicato al ciclo arturiano in cui, oltre allo strumento di cui è considerato uno dei massimi interpreti mondiali, si disimpegna anche alla viola, al violoncello, al contrabbasso, al clarinetto e all’ottavino, circondato da altri musicisti, ma sempre con un approccio acustico, quasi da orchestra da camera. La musica è quella che ci si può aspettare visto il tema e lo strumento principale coinvolto. Certo il ciclo arturiano è, ormai, piuttosto inflazionato, ma questo non inficia la bellezza e la suggestione delle melodie.
15) NEOS SAINT JUST – JENNY SORRENTI & TULLIO ANGELINI
Ritorna anche Jenny Sorrenti con un nuovo progetto anch’esso associato alla mitica sigla Saint Just, anche se solo per attitudine e non specificatamente per sonorità. Il disco è composto con la collaborazione del musicista e produttore indipendente Tullio Angelini e ha una natura prettamente sperimentale, in cui Jenny esplora tutte le possibilità della sua straordinaria voce trasportando l’ascoltatore in un vero e proprio viaggio onirico. Certo non è un disco per tutti, bisogna essere disposti ad accettarne la natura ma, una volta fatto, non si può non rimanerne conquistati.
Altre menzioni sparse:
EMPTY – KRISTOFFER GILDENLOW
HJARTA – FABIO ZUFFANTI
MARTIAN CHRONICLES III – SOLARIS
MOONDIAL – PAT METHENY
MORE – COLIN BASS & DANIEL BIRO
THE PEARL OF EVER CHANGING SHELL – ISILDURS BANE & JINIAN WILDE
WALL OF EYES – THE SMILE
TRUE – JON ANDERSON & THE BAND OF GEEK
Voglio poi segnalare due lavori non totalmente inediti ma che meritano un acquisto e un ascolto
MILTON + ESPERANZA – MILTON NASCIMENTO & ESPERANZA SPALDING
La collaborazione tra il leggendario musicista brasiliano e la straordinaria bassista/cantante ha dato vita a un lavoro bellissimo, con alcuni dei più grandi classici del maestro riarrangiati accompagnati a composizioni della Spalding. E c’è anche un’ospitata straordinaria di Paul Simon
THE WOLF CHANGES ITS FUR BUT NOT ITS NATURE – CRIPPLED BLACK PHOENIX
Per festeggiare i 20 anni la band di Justin Greaves ha ripreso alcuni dei suoi classici della prima parte della carriera, riarrangiandoli e reincidendoli con la sensibilità e il personale di oggi (anche se ci sono un paio di ospitate dal passato). Il risultato è imperdibile.