Eccoci con la consueta classifica dei migliori dischi del 2023. Un post che mi diverte sempre moltissimo fare e che, ovviamente non ha alcuna pretesa di esaustività. Le risorse finanziarie non sono infinite ed, essendo vecchio, mi continua a repellere affidarmi a Spotify e siti di streaming vari, e quindi qualcosa per forza scappa sempre. In ogni caso questo 2023 ci ha consegnato un’opera leggendaria e il ritorno di un altro dei più grandi artisti dell’ultimo mezzo secolo. Direi che non ci si può lamentare. Contrariamente al solito ho voluto fare una top 15 invece che una top 10, anche se ho sicuramente acquistato meno dischi che in passato, così tanto per non essere troppo lineare…
1 – THE DARK SIDE OF THE MOON REDUX – ROGER WATERS
“The memories of a man in his old age / Are the deeds of a man in his prime”. Con queste parole, originariamente appartenenti alla canzone “Free Four” su “Obscured By Clouds” Waters apre la sua rivisitazione del disco più famoso dei Pink Floyd (ma anche quello più patinato, furbo e commercialotto). Un immediato pugno nello stomaco che stabilisce subito che qui non siamo in presenza solo di un semplice rifacimento del disco, ma in qualcosa di più sentito, profondo e, in un certo senso, definitivo. In molti hanno storto il naso per il confronto, giudicato impietoso, col prodotto originale. Si tratta però di un approccio piuttosto infantile a un’opera del genere, quasi a dire “Ecco mi hanno modificato il mio giocattolo e adesso non ci gioco più”. In ogni caso, a mio parere, questa riproposizione supera di gran lunga, quanto a valore artistico, l’originale. Come dicevo TDSOTM è il disco più patinato, iperprodotto furbo e commercialotto dei Pink Floyd. Waters lo ha scarnificato, riportandolo non solo alla sua essenza (facendolo diventare lacrime, carne e sangue al posto della patina fuffosa dell’originale) e, se possibile, chiudendo amaramente un cerchio. Certo non ci sono le chitarre di Gilmour, il sax papettiano (per fortuna), i cori e gli orpelli. Qui ci sono tanta chitarra acustica, un profluvio di hammond, alcuni momenti più drammatici sottolineati da suono del theremin, orchestre, violoncelli e, soprattutto, il miracolo di aver reso l’accoppiata Money/Us&Them (ovvero il duo di canzoni più finte e insopportabili dei Pink Floyd) quei capolavori che nella scrittura orignale probabilmente erano. E poi un torrente di parole declamate che ha dato fastidio ai critici e al pubblico più grossolani e dozzinali ma che invece sono perfettamente funzionali al messaggio. In definitiva uno dei più grandi artisti dell’ultimo secolo ci racconta, a 80 anni, la sconfitta (anzi il tracollo) delle utopie e di una società intera. E lo fa con un’opera bellissima e definitiva. Epocale
2 – I/O – PETER GABRIEL
Un disco di Gabriel è sempre un evento, anche per via delle attese infinite cui ci sottopone. Ogni volta, poi, se ne inventa una nuova. In questo caso l’invenzione è stata il rilascio a tappe delle varie canzoni lungo tutto l’anno in coincidenza di ogni luna piena. Certo probabilmente la promozione ai tempi dei social e delle playlist si fa anche così e, altrettanto probabilmente, ha funzionato dal punto di vista commerciale. Da quello artistico, a mio parere, un po’ meno. Ma probabilmente sono io un vecchio che preferisce godersi i dischi nella loro interezza. Nonostante questa premessa, l’opera resta magnifica come tutte quelle del nostro. Forse leggermente meno originale che in passato ma le canzoni, nessuna esclusa, sono inattaccabili. Soprattutto resta immutato il sovrannaturale talento di scrivere brani e melodie che ti entrano subito in testa (al secondo ascolto le canti già) senza scadere mai nella banalità dozzinale del pop contemporaneo. Dei tre mix disponibili forse il migliore è quello che si trova solo nell’edizione su blu-ray, ma comunque tutti e tre sono godibilissimi. E il fatto che esista Peter Gabriel rende il mondo un po’ meno orrendo
3 – THE HARMONY CODEX – STEVEN WILSON
La carriera solista di Wilson è costellata di una serie di dischi che vanno dall’insulso all’appena accettabile. Il motivo, lo sostengo da sempre, va ricercato in quella che io chiamo “bignamizzazione”. E’ stato sicuramente bravissimo in passato a fare un estratto di tutti i vari artisti che ha ammirato (a volte addirittura copiando senza ritegno) e dando in pasto ai prog-nerd meno evoluti esattamente ciò che si aspettavano diventando così, per essi, un artista di culto. Fortunatamente per questo nuovo disco ha ridotto fortemente questa attitudine, lasciando andare la creatività senza per forza ispirarsi a qualcuno, ed ecco che ne è uscita un’opera splendida, anche per la sua non uniformità, che rappresenta, con piste di vantaggio, il top della sua produzione solista e l’unica che può essere avvicinata alle cose migliori fatte con Porcupine Tree, No Man e Storm Corrosion. La dimostrazione che quando non compone a soggetto il talento è indiscutibile
4 – SIFR – MOTUS LAEVUS
Secondo disco per la band genovese che, se possibile, migliora la già bellissima opera prima. Il trio formato da Edmondo Romano (fiati), Tina Omerzo (voce e tastiere) e Luca Falomi (chitarre) coadiuvati da una validissima sezione ritmica ripropone una formula dall’indubbio fascino che mette assieme Occidente e Oriente, jazz, fusion, musica popolare balcanica e nordafricana. Insomma il concetto di world music perfettamente esemplificato. L’identità dei Motus Laevus è però forte e ben definita e il consiglio è di dar loro una chance
5 – PUER AETERNUS – THE ANCIENT VEIL
Pubblicare nel 2023 un concept album progressive è sicuramente un atto di coraggio, considerando anche che il gruppo abbandona pure la sua comfort zone proponendo, per la prima volta, anche testi in italiano. La band dei due leader Edmondo Romano e Alessandro Serri si avvale anche di ospiti d’eccezione (come ad esempio Lino Vairetti degli Osanna e Tony Cicco della Formula 3) per interpretare alcuni dei personaggi della storia. Da un punto di vista musicale gli Ancient Veil non tradiscono, soprattutto per via delle loro bellissime e caratteristiche aperture melodiche con temi meravigliosi che caratterizzano la gran parte dei pezzi. Forse i testi (opera di Romano) a volte sono un po’ criptici ma l’accuratissimo booklet aiuta a seguire efficacemente la storia
6 – LEMURES – IL BALLETTO DI BRONZO
Ci ha messo 51 anni Gianni Leone a dare un successore a quel leggendario capolavoro del rock italiano (non solo progressivo) che fu YS. Certamente l’alone di leggenda che circonda la reputazione di questo gruppo meritava che l’attesa fosse ripagata da un disco di assoluto livello. E così è stato. Lemures è un’opera di progressive rock sì, ma non stantio e didascalico, bensì oscuro e moderno, grazie non solo alla tecnica ma anche alla serietà e alla ricerca dei suoni delle tastiere di Leone e alla sua voce sempre inconfondibile e a tratti piacevolmente inquietante. Il tutto condito da una possente e fantasiosa sezione ritmica. E’ valsa la pena aspettare, insomma
7 – ATUM – THE SMASHING PUMPKINS
In un’epoca di playlist, di velocità e di poca attenzione ci vuole un bel coraggio a pubblicare una rock opera in tre dischi (più di tre ore di musica). E la critica, infatti, ha completamente distrutto il nuovo disco del gruppo di Billy Corgan con la motivazione, appunto, che fosse troppo lungo e anacronistico, come se queste fossero due categorie con cui giudicare un’opera d’arte. Ma d’altra parte la piaggeria della critica rispetto al riduzionismo culturale in atto non fa più granché notizia. Personalmente non li ho mai amati troppo, anzi, ma questo disco (uscito sia a tappe che come unico volume) mi ha conquistato subito, non solo per il coraggio ma anche per la sua intrinseca bellezza (a cominciare dal bellissimo overture) e anche per il fatto che, lungo le tre ore, riesce a non annoiare mai neanche per un minuto. Non per tutti, ma solo per chi ritiene che l’arte non si misuri in regole dettate a tavolino dal mercato
8 – CHAOS & COLOUR – URIAH HEEP
Eterna giovinezza per un gruppo storico dell’hard rock che ha subito tanti cambi di formazione ma che ormai dal 1986 si è stabilizzato attorno al fondatore (il chitarrista Mick Box) al vocalist Bernie Shaw e al tasterista Phil Lanzon. Questi ultimi due se, forse, all’inizio, hanno un po’ fatto rimpiangere Byron e Hensley, hanno poi comunque dimostrato un grande spessore artistico. Spessore artistico che ha anche questo disco che rappresenta un po’ la summa di come dovrebbe essere un disco di hard rock melodico con la sapiente alternanza di brani più potenti e altri più tranquilli senza mai scadere in qualità. La ricetta è sempre quella ma fatta con tali classe e perizia da non scadere mai nel banale
9 – JOYFUL SKY – ROBIN TROWER
Quando metti nel lettore un disco di Robin Trower sai già cosa aspettarti eppure, ogni volta, nonostante la prevedibilità, ne rimani affascinato. Il suo rock blues elettrico dalla forte impronta melodica sembra non tramontare mai. Questa volta si avvale anche di una vocalist (la bravissima Sari Schorr) e la voce femminile dona ulteriore colore alle celestiali composizioni di Trower. Sono pochissimi quelli che fanno sempre la stessa cosa eppure ogni volta resta bellissima. Lui è sicuramente uno di questi
10 – MONDO E ANTIMONDO – UMBERTO MARIA GIARDINI
Da quando Giardini ha abbandonato lo pseudonimo Moltheni iniziando a usare il suo vero nome non ha sbagliato un colpo e, anzi, se possibile, ha accresciuto ulteriormente la sua proposta artistica. E anche in questo caso è così. Pur non raggiungendo, forse, le vette di Futuro Proximo, questo disco scorre alla grande dall’inizio alla fine tra melodie non banali, brani anche energici, eseguiti con grande perizia strumentale e i soliti testi esistenzialmente profondi cantati dalla voce inconfondibile dell’autore. Un gigante del rock italiano contemporaneo, forse secondo solo a Paolo Benvegnù
11 – CHRISTMAS NIGHT 2066 – MOONGARDEN
Dopo due dischi sorprendentemente anonimi la band di Cristiano Roversi torna con un graditissimo colpo di classe, con un concept album che recupera e amplia le classiche sonorità evolutamente progressive dei Moongarden, con la consueta prova gigantesca del chitarrista David Cremoni oltre che del leader. Un ritorno davvero alla grande. Ottimo anche il secondo CD che prevede una serie di collaborazioni e alcune bellissime cover (Hairless Heart dei Genesis su tutte)
12 – PEACE… LIKE A RIVER – GOV’T MULE
Il disco è di alto livello ma è la prima volta che metto un’opera dei Mule fuori dai primi 10. Questo perché mi pare che in questo nuovo lavoro affiori un po’ di manierismo, non controbilanciato dall’energia consueta che sprigiona questa band che, di solito, mi si perdoni il francesismo, spacca il culo ai passeri. Un po’ una sorpresa visto l’elevatissimo livello dei due dischi che hanno preceduto questo nuovo lavoro. Resta comunque un’opera di livello, piacevole per chi li ama da sempre, ma per chi non li conosce forse è meglio approcciarsi ad altro
13 – ATTA – SIGUR ROS
Una vera e propria resurrezione per la mitica band islandese che mancava dal mercato da circa dieci anni dopo un paio di opere non certo indimenticabili. Il ritorno in formazione del tastierista/polistrumentista Kjartan Sveinsson ha permesso loro di recuperare quelle sonorità e atmosfere che rendevano l’ascolto dei loro dischi un vero e proprio suggestivo viaggio tra melodie celestiali e mai banali. Il contemporaneo abbandono del batterista ha portato poi a un disco in cui le percussioni sono ridotte al minimo in favore di sonorità più eteree. Non è un capolavoro ma un bellissimo lavoro che ne sancisce il ritorno. Ci erano mancati
14 – MIRROR TO THE SKY – YES
Personalmente trovo il nuovo corso degli Yes particolarmente apprezzabile. Dopo l’orrendo Heaven & Earth hanno decisamente corretto il tiro con lo splendido The Quest. Certo, Howe a parte, la formazione non è paragonabile a quella che ci ha consegnato alcuni dei capolavori più fulgidi del rock di sempre, ma l’ascolto dei loro dischi è piacevolissimo grazie all’indubbia bravura di Sherwood e Downes (mentre il cantante Jon Davison continua a sforzarsi, a volte forse fin troppo, di assomigliare a Anderson). Rispetto al disco precedente qui vengono accentuati gli elementi sinfonici, anche se complessivamente siamo su livelli leggermente più bassi, ma il tutto si ascolta davvero volentieri
15 – ALL THAT WAS EAST IS WEST OF ME NOW – GLEN HANSARD
Non era certo facile per il bravissimo cantautore irlandese ripetersi sui livelli dello straordinario “This Wild Willing” e difatti non ci è riuscito, ma ha comunque portato a casa la pagnotta con un disco di ottimo livello che si segnala per una certa accentuazione delle parti più rockeggianti. Il difetto è che forse, a volte, si sforza un po’ troppo di sembrare Dylan senza esserlo, ma averne di lavori (e di artisti) del genere
I LIVE
BBC BROADCASTS – GENESIS
THE WHO WITH ORCHESTRA LIVE AT WEMBLEY 2019 – THE WHO
GRR LIVE! – THE ROLLING STONES
LIVE – JON LORD
LE DELUSIONI
LE ORME & FRIENDS – LE ORME
Un disco triplo pensato programmaticamente come l’ultimo della carriera. Apprezzabile l’idea di farlo ma si sente che tutto è un po’ forzato e manieristico, soprattutto per quel che riguarda il primo dei tre CD, che è il vero e proprio disco della band. Non è che sia brutto, ma non è abbastanza bello per passare sopra alla prevedibilità e al manierismo di cui sopra. Il secondo disco vede la partecipazione di alcuni ex membri storici, in primis Toni Pagliuca e Tolo Marton che propongono alcune loro composizioni abbastanza senza infamia e senza lode. Terrificante per banalità invece il brano di Jimmy Spitaleri, discreto quello di Francesco Sartori. Il terzo disco invece non si capisce che c’entri presentando una serie di brani di gruppi prog, storici e recenti, della casa discografica. Probabilmente messo lì con intento promozionale ma dando l’impressione di c’entrare come i cavoli a merenda. Una delusione insomma, che forse accredita la decisione di Aldo Tagliapietra di non partecipare
SKY VOID OF STARS – KATATONIA
Una band straordinaria purtroppo in un declino che appare inesorabile. Dopo il picco raggiunto nel 2016 con il meraviglioso The Fall Of Hearts sono arrivati due dischi che tentano, senza riuscirci, di riproporre quella formula ma che invece suonano stantii, noiosi e ripetitivi. Speriamo in un sterzata a breve
YAY – MOTORPSYCHO
La band norvegese pare sentirsi in dovere di pubblicare qualsiasi cosa. Ed ecco arrivare dunque un disco prevalentemente acustico prodotto durante il lockdown. Peccato che si percepisca che le canzoni sono state solo abbozzate e non curate come sarebbe stato il caso. Alcune sono anche molto piacevoli ma la sensazione di trascuratezza e embrionalità non abbandona mai durante tutta la durata del disco