I migliori dischi del 2022

Eccoci al post natalizio sui migliori dischi dell’anno. La premessa è la solita degli ultimi tempi, ovvero che, avendo comprato non tantissimi dischi quest’anno, qualche cosa può essermi sfuggita. Se devo fare una sintesi il livello medio di quest’anno è stato leggermente inferiore al solito e quindi magari in top ten entrano dischi che in passato ne sarebbero stati al di fuori, seppure di poco. Ad ogni modo iniziamo

1 – ORLANDO LE FORME DELL’AMORE – BANCO DEL MUTUO SOCCORSO

Voglio fare subito una scelta che sarà senza dubbio controversa, ma ne sono abbastanza convinto. Il disco del rinato Banco è un prodotto d’altri tempi, di quelli che nell’immediatezza magari non ti fanno spellare le mani, ma che vanno scoperti su ripetuti ascolti (come ogni concept album che si rispetti del resto). Ascolti ripetuti che lo fanno crescere di volta in volta fino a considerarlo magari non un capolavoro, ma certamente un disco eccelso sì. Fra le critiche che ho visto girare in rete c’è quella, particolarmente idiota, che “sì, non male, ma non è il Banco”, immagino per via dell’assenza di Di Giacomo. A parte che la forza del nuovo bravissimo cantante Tony D’Alessio (da X Factor non esce solo merda per fortuna) è proprio quella di non provarci nemmeno a imitare Di Giacomo (cosa impossibile peraltro), ma comunque il Banco è riconoscibilissimo nelle tastiere e nelle composizioni di Nocenzi (coadiuvato dal figlio Michelangelo nella scrittura). Insomma un disco centratissimo, mai banale, coeso, suonato e prodotto divinamente e bellissimo nei suoi quasi 80 minuti. Ovviamente è il migliore da Canto di Primavera in poi e non sfigura troppo rispetto agli immortali capolavori degli anni Settanta.

2- 18 – JEFF BECK & JOHNNY DEPP

Se esistesse un campionato delle cover fatte diventare personali e, a volte, più belle degli originali, probabilmente Jeff Beck occuperebbe tutti e tre i gradini del podio. E questo nuovo lavoro non fa eccezione. Depp partecipa con la sua suggestiva voce e con una composizione bellissima (This is a song for miss Hedy Lamarr), una ballad struggente con il consueto assolo leggendario di Beck. Il resto del disco è una collezione di cover alcune stravolte, alcune più fedeli, ma tutte riconducibili alle sonorità di quello che, a mio parere (ma non solo mio credo) è il più grande chitarrista della storia del rock. Una leggenda che non tramonta.

3 – DESTINAZIONI OBLIQUE – ALIANTE

Dopo due ottimi dischi di progressive strumentale i toscani Aliante cambiano la formazione con l’abbandono del precedente tastierista che viene sostituito da un altro tastierista/polistrumentista a cui viene aggiunto anche un chitarrista. Una formazione a quattro che amplia lo spettro sonoro della band che ci consegna un piccolo gioiello che, purtroppo, resterà confinato nella nicchia progressiva. Sicuramente fare un disco solo strumentale non aiuta a emergere ma, se la maggior parte del pubblico non avesse le orecchie foderate di merda alla Maneskin o alla Sanremo, potrebbe sicuramente godere di un gruppo italiano che riesce a produrre un disco di questa qualità. Speranza vana, lo so. In ogni caso un brano come Cartimandua è in grado di riconciliarti con l’esistenza.

4 – BANEFYRE – CRIPPLED BLACK PHOENIX

Il gruppo inglese guidato dal batterista/chitarrista Justin Greaves torna con un’opera mastodontica, da loro stessi definita come una sorta di musical. Leggendo in rete un po’ di recensioni il concetto prevalente era che il disco era molto bello NONOSTANTE la sua lunghezza abbondantemente oltre l’ora e mezza. Un concetto malato che purtroppo dimostra come sia cambiata la fruizione dei prodotti musicali (e artistici in generale), e certamente non in meglio. La lunghezza, invece, per conto mio, è più che appropriata, così come la pesantezza del disco che alterna escursioni in svariati generi, dallo shoegaze al doom, al post-rock passando anche per il progressive e chi più ne ha più ne metta. Certo non è un ascolto leggero, ma l’impegno lo vale tutto. E la sola Rose Of Jericho giustifica l’acquisto del disco.

5 – IL PIANETA DELLA MUSICA E IL VIAGGIO DI IOTU – FRANCO MUSSIDA

Dopo l’addio alla PFM sembrava chiusa la carriera discografica di Mussida che invece, per fortuna, ritorna alla grande con composizioni probabilmente mai così autobiografiche. Una sorta di concept album sul valore salvifico della musica e della bellezza, non scevro anche da un’impietosa autocritica tipo quando, nel brano “Ti lascio detto”, recita: “Abbiamo vissuto quegli anni meravigliosi e non abbiamo restituito niente” (in realtà non è vero, ci hanno lasciato della musica meravigliosa purtroppo, quello sì, senza cambiare il mondo). Il disco alterna brani cantati, recitati e strumentali, il tutto dominato dalla chitarra baritona elettro acustica costruita su misura per Mussida e che lui sfrutta in tutta la sua meravigliosa gamma sonora. Purtroppo non se lo cagherà nessuno visto che è troppo inusuale sia per i dinosauri progressivi che per i ritardati dei talent.

6 – EN ÄR FOR MICKET OCH TUSEN ALDRIG NOG – DUNGEN

Dopo l’esperimento più jammato di un disco come Haxan la band torna all’antico con Gustav Ejstes (cantante e polistrumentista) che riprende il ruolo di unico compositore riportando il gruppo alle deliziose sonorità pop psichedeliche con venature prog di dischi meravigliosi come Ta Det Lungt o Allas Sak. E poi c’è il mio adorato Reine Fiske che con la sua chitarra riesce a far splendere qualsiasi cosa. Il cantato è, ovviamente, rigorosamente in svedese, ma anche se non comprendete il significato dei testi non potete non rimanere affascinati da sonorità e melodie. A meno di non capire un cacchio ovviamente.

7 – EENYMOR – SIIILK

La nuova band dei due ex Pulsar Gilbert Gandil e Jacques Roman propone un disco davvero suggestivo e delicato che riprende in parte anche le sonorità del mitico gruppo d’origine (il migliore in Francia dopo gli Ange) portandosi spesso su lidi floydiani, con qualche incursione in sonorità orientaleggianti. Il chitarrista Gandil è in gran forma e regala una serie di interventi a dir poco magici. Il disco avrebbe meritato di stare forse qualche posto più in alto in classifica, non fosse per il fatto che i francesi che cantano in inglese mi provocano sempre un certo fastidio per via dell’accento. Ma è una cosa a cui si passa sopra volentieri.

8 – I AM THE MOON – TEDESCHI TRUCKS BAND

Derek Trucks, oltre a essere un fuoriclasse assoluto delle sei corde, ha raggiunto la sua maturità anche in chiave compositiva. La band ritorna con un quadruplo vinile/CD usciti in sequenza uno al mese durante l’estate (di CD ne sarebbero bastati anche due) ispirato al poema del dodicesimo secolo  “Layla e Majnoun” (lo stesso che ispirò Eric Clapton nel progetto Derek & The Dominos). Ovviamente vista la lunghezza qualche piccola caduta c’è ma il tutto generalmente si svolge a un livello eccelso sia compositivo che esecutivo, mantenendo comunque una certa orecchiabilità, con vette di lirismo come la title track (sul primo CD) o la bellissima All The love (sul secondo).

9 – AN HOUR BEFORE IT’S DARK – MARILLION

Dopo un capolavoro come FEAR ripetersi era quasi impossibile e infatti i Marillion non ci riescono. Ma pur non raggiungendo mai le vette del predecessore (anche se la conclusiva Care si sistema più o meno lì) siamo in presenza di un disco eccelso che dimostra come la band sia in grandissima forma nonostante il lungo chilometraggio (e dimostra anche che chi preferisce Fish a Hogarth è un nostalgico un po’ rimbambito).

10 – THE TRAIL OF US – KATIE BARBATO

Non è uscito su supporto fisico ed è un peccato, perché il disco della cantautrice statunitense è davvero di alto livello. Quattordici composizioni, tutte splendide, caratterizzate da un suggestivo pop rock prodotte dal mitico Brett Kull degli Echolyn (che partecipa alla scrittura anche di alcuni brani, oltre a suonare chitarra, basso, tastiere e fare la seconda voce). Lo trovate su Bandcamp a poco prezzo. Vi consiglio di regalarvelo.

GLI ALTRI

Mi permetto di segnalare altri dischi ottimi che sono rimasti fuori dalla Top Ten ma che meritano più di un ascolto

A LIGHT FOR ATTRACTING ATTENTION – THE SMILE

CLARK (SOUNDTRACK FROM THE NETFLIX SERIES) – MIKAEL AKERFELDT

EMOTIONAL ETERNAL – MELODY’S ECHO CHAMBER

EPEKSTASIS – NICKLAS BARKER

EVOLVER – TRIBE OF NAMES

IL TESTAMENTO DEGLI ARCADI – IL TESTAMENTO DEGLI ARCADI

ISLAND IN THE RED NIGHT SKY – DJAM KARET

NO MORE WORLDS TO CONQUER – ROBIN TROWER

SEE THOSE COLOUR FLY – BREATHLESS

SO CERTAIN EP – RYLEY WALKER

I LIVE

1- ONE SHOT REUNION – PERIGEO

2- LIVE MINNUENDO – MINIMUM VITAL

3- LIVE AT MONTREUX JAZZ FESTIVAL – ANNA VON HAUSSWOLFF

LE DELUSIONI

Premessa: nessuno di questi tre dischi è brutto, anzi. Uno di essi poteva tranquillamente stare nella Top Ten, ma finisce qua per i motivi che spiegherò. Iniziamo

ANCIENT ASTRONAUTS – MOTORPSYCHO

La bulimia compositiva non è un bene. La band norvegese sforna un altro disco di livello, peccato che sia esattamente uguale nelle atmosfere, nelle sonorità e nelle suggestioni, ai quattro che l’hanno preceduto. L’impressione è che ormai mettano il pilota automatico che gli permette di fare un disco all’anno senza troppa fatica. Forse una piccola pausa gioverebbe, nonostante il livello resti alto.

CLOSURE CONTINUATION – PORCUPINE TREE

Un ritorno di cui, francamente, non si sentiva alcun bisogno. Il disco è di una prevedibilità imbarazzante, poi Wilson, Barbieri e Harrison sono, ognuno a suo modo, dei fenomeni e quindi alla fine qualcosa di buono/decente lo tirano fuori. Io però mi sono annoiato a morte.

KARTEHL – MAGMA

Ho iniziato con una scelta controversa e concludo allo stesso modo. Il disco è brutto? Assolutamente no, anzi è ovviamente notevolissimo (e non poteva essere altrimenti vista la prestigiosa sigla che lo propone). Il punto è però che l’impressione della minestra riscaldata è fortissima. In pratica ci hanno dato in pasto un disco in cui c’è dentro tutto ciò che ci si aspetta dai Magma. E dopo tanti anni di assenza (Zess, uscito pochi anni fa, non può essere considerato un inedito visto che era una composizione vecchia di decenni, come del resto parte di questi pezzi) forse ci si poteva aspettare qualcosa in più. Poi oh, avercene, ci mancherebbe…

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